
La copertina dell’
Economist.
Avremmo potuto immaginarlo nel 2011, quando l’Economist ha pubblicato sulla copertina del numero di novembre l’immagine che avrebbe segnato l’inizio ufficiale della rivoluzione della stampa in 3D—uno Stradivari sotto al titolo à la Rodolfo de Angelis: “Stampami questo.”
Fossimo stati ancora più svegli avremmo potuto farlo addirittura nel 1982, quando Pulsar ha messo in commercio il primo smartwatch della storia: NL C01. Costoso, spartano, senza bluetooth e con sole 24 cifre di informazione, ma in grado di dare al nostro polso un nuovo uso.
Videos by VICE
La tecnologia ha già cambiato profondamente le nostre vite, e insieme a queste anche il modo in cui lo sport viene concepito e praticato—dalla possibilità di seguire eventi in tempo reale ai sistemi per migliorare le prestazioni degli atleti o renderle più sicure.
Lo sport, da parte sua, porta da sempre sul mercato materiali e procedimenti innovativi. Come spiega Mike Vasquez, un ingegnere americano che si occupa di tecnologia e aiuta attraverso la ricerca a migliorare la sicurezza e la performance sportiva di ogni atleta, “ai primi stadi del loro sviluppo materiali come la fibra di carbonio, il titanio e persino i nanotubi di carbonio sono approdati sul mercato di massa attraverso sport come golf, ciclismo, baseball e vela.”
La stampa 3D è solo l’ultimo di questi esempi, e nel caso di Vasquez lo studio è partito dai giocatori di basket in sedia a rotelle. L’ingegnere aveva infatti notato che non tutti gli atleti sedevano perfettamente sulle proprie sedie, mentre l’ampiezza dei fianchi variava da uno sportivo all’altro. Così, insieme al suo team, ha realizzato delle scansioni della postura individuale durante una normale partita. Ha registrato i movimenti dei fianchi durante il passaggio, il tiro e la stoppata, personalizzando la sedia di ognuno e dando maggior stabilità e controllo della palla.
Il concetto di personalizzazione dell’esperienza è stato al centro del passo successivo nel rapporto tra stampa 3D e sport, che oggi riguarda un elemento fondamentale e comune a ogni atleta: la scarpa.
L’esempio più pratico è quello della scarpa da corsa, in particolare a livello della suola. “Solitamente questa parte della scarpa,” spiega Liz Stinson su Wired, “è un pezzo di gomma che non tiene in considerazione il diverso impatto del piede di ognuno rispetto al suolo.” Che la pressione avvenga sul tallone o sulla punta, tutti bene o male indossano lo stesso paio di scarpe. Qual è allora una possibile soluzione?
C’è chi ha creato un’intersuola 3D che può essere personalizzata sulla base dell’andatura. È il caso di New Balance, diventata la prima azienda a essersi affidata a questa tecnologia per una scarpa da corsa. In collaborazione con la 3D Systems, il team ha realizzato una polvere elastomerica in grado di ammortizzare l’appoggio a terra, costruita, strato su strato, partendo dalla forma del piede.
“Per garantire performance di questo livello con un componente stampato in 3D,” ha dichiarato Sean Murphy di New Balance, “abbiamo affiancato esperti nella corsa e in biomeccanica a leader nell’ingegneria delle materie, nello sviluppo di materiali e nel design generativo. È questo il genere di collaborazioni che guideranno la progettazione e la produzione del footwear nel futuro.”
Diversa, ma allo stesso modo ascendente, è stata la parabola dello smartwatch entrato di prepotenza nel mondo degli sportivi di recente.
Se i modelli stilosi degli anni Ottanta funzionavano con l’aiuto di un cavo che li connetteva al computer, è soltanto negli anni Novanta che sono stati pensati orologi wireless, sfruttando lo stesso meccanismo del cercapersone. Si è dovuto attendere altri dieci anni prima di vedere abbandonata la scommessa del broadcast FM, affidandosi invece alla tecnologia bluetooth.
Così nell’ultimo quinquennio lo smartwatch ha iniziato ad assumere una sua forma propria, grazie alle contaminazioni di altri dispositivi, dai quali sono stati tratti componenti e specifiche. Ma in cosa lo smartwatch avrebbe sostituito sapientemente lo smartphone? Nello sport, in una delle poche attività umane che ci sono rimaste dove non è permesso avere testa bassa e schiena curva. Le più grandi aziende tecnologiche hanno iniziato a concentrarsi su questo suo utilizzo, sviluppando un device maneggevole, indispensabile per uno sportivo e che fornisse un feedback immediato sulle proprie performance: da preferire al solito cellulare-tutto-fare. Questa intuizione ha reso immediatamente lo smartwatch un “classico” dell’abbigliamento sportivo.
All’International Consumer Electronics Show di Las Vegas la New Balance ha annunciato per l’estate di quest’anno il lancio di un nuovo smartwatch frutto della collaborazione con Google e Intel. Proprio il CEO di Intel, Brian Krzanich, ha confermato come “La tecnologia [abbia] l’enorme potere di rendere possibile il sorprendente, specialmente nello sport e nel fitness.” Lo smartwatch dà la possibilità, oltre di ascoltare la musica durante l’allenamento, anche di tracciare percorsi via GPS e mantenersi in contatto con una comunità di sportivi, il New Balance Run Club.
Insomma: col passare del tempo la tecnologia e lo sport saranno sempre più legati. Quanto ai violini stampati in 3D, a metà del 2015 anche quel traguardo è stato battuto.



