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politica

Perché in Italia dobbiamo sorbirci Steve Bannon, il rottame di Trump?

Da quando è caduto in disgrazia, l'ex consigliere di Trump si è messo in testa di unire tutti i partiti populisti europei.

di Leonardo Bianchi
21 settembre 2018, 5:00am

Foto di Gage Skidmore, via Wikimedia Commons.

La lista dei nemici stranieri che remano contro il governo italiano, almeno stando alla propaganda legastellata, è un qualcosa di potenzialmente infinito—si va dal commissario al bilancio UE Günther Oettinger e si arriva fino a Emmanuel Macron, passando per il ministro lussemburghese Jean Asselborn.

Se in alcuni ambienti il nuovo esecutivo è visto con sospetto o aperta ostilità, in altri è considerato la punta di diamante di un’inarrestabile rivoluzione “sovranista.” E di questa fronda, almeno a parole, l’ex consigliere strategico di Trump Steve Bannon è indubbiamente il più convinto sostenitore.

Già durante lo scorso marzo alcuni articoli parlavano della presenza dell’americano a Roma per “seguire le ultime battute della campagna elettorale e l’esito del voto” che, secondo lui, avrebbe segnato un “percorso nuovo” in grado di “aprire la strada a tutti i movimenti ‘populisti’ che si ribellano a Merkel e Macron.” Dal responso delle urne in poi è stato un susseguirsi di dichiarazioni roboanti ed elogi al governo: Roma "centro della politica mondiale. Quello che sta accadendo qui è straordinario” (su Repubblica); l'Italia "paese di riferimento della rivolta nazional-populista contro le élite” (su Libero); e Matteo Salvini “leader mondiale, un simbolo,” come l’ha recentemente descritto sul Messaggero.

Ma com'è che Bannon è così interessato all'Italia, e noi ricambiamo con un tale trasporto? E perché un personaggio caduto in disgrazia in mezzo mondo gode di un tale credito?

Per provare a rispondere, è necessario fare qualche passo indietro e partire da un punto cruciale: lo spettacolare e repentino crollo che ha travolto la carriera politica di Bannon. Considerato uno degli artefici del successo di Trump, nonché l’eminenza grigia dietro alle sue svolte più radicali, l’ex capo di Breitbart è finito per l’essere—e qui uso le parole del presidente degli Stati Uniti—“un cane abbandonato da tutti.”

Nell’arco di pochissimo tempo, in effetti, Bannon ha perso praticamente tutto. Nell’agosto del 2017 si è allontanato dalla Casa Bianca, formalmente per sostenere Trump su Breitbart senza gli impedimenti di un ruolo istituzionale. “Finalmente ho rimesso le mani sul mio armamentario,” ha detto, “e sono tornato a essere ‘Bannon il Barbaro’.”

Stando a vari retroscena, il motivo sarebbe però un altro: il presidente non ne poteva più del suo consigliere. Soprattutto, era infastidito dal fatto che la vittoria alle elezioni venisse attribuita più a Bannon che a lui stesso. Come dice alla BBC Joshua Green, autore del saggio Devil’s Bargain, il peccato imperdonabile è stato questo: “Ha minato l’ego di Trump.”

Il peggio è arrivato nel gennaio del 2018, quando è uscito il discusso libro di Michael Wolff Fuoco e furia: dentro la casa bianca di Trump. In esso sono citati pareri decisamente poco lusinghieri di Bannon su Donald Trump Jr. (bollato come un “traditore” per essersi incontrato con un avvocato russo durante la campagna elettorale) e sulla figlia Ivanka (“scema come un sasso”). Sono proprio queste frasi—tre le altre—a far incazzare Trump come una belva, al punto tale da insultare Bannon su Twitter e dire che è “uscito di testa.”

Poco dopo l’uscita del libro, inoltre, Bannon perde l’appoggio della sua principale finanziatrice—la miliardiaria conservatrice Rebekah Mercer—ed è costretto a dimettersi da Breitbart. In tutto ciò, a livello politico le cose vanno malissimo: diversi candidati repubblicani sostenuti da Bannon perdono sonoramente le primarie, e uno (Roy Moore) deve farsi da parte a causa di una serie di accuse di molestie sessuali contro delle adolescenti. Dopo essere stato ricacciato nei più negletti margini politici statunitensi, l’ex consigliere di Trump decide quindi di ripartire da zero, e di farlo in un posto in cui è poco conosciuto: l’Europa.

L’interesse verso l’Italia non è infatti isolato, e si accompagna a incontri in altri stati europei. L’obiettivo di questo rinnovato attivismo lo spiega lui stesso al New York Times: “Quello che sto cercando di fare è creare un’infrastruttura globale per un movimento populista globale.”

Questa “infrastruttura” ha anche un nome, The Movement. Secondo quanto riportato dal Daily Beast si tratta di un “movimento” con sede a Bruxelles, uno staff di circa dieci persone, e che dovrebbe dare una mano ai partiti nazional-populisti in vista delle prossime elezioni europee attraverso “sondaggi, slogan, ricerche e analisi sui dati.” Il modello di riferimento di Bannon sono, ironicamente, le fondazioni di George Soros; e la sua finalità è arrivare alla formazione di una specie di “supergruppo” populista all’interno dell’Europarlamento.

Per ora, il progetto ha raccolto un paio di adesioni. Il primo a imbarcarsi in The Movement è stato lo UKIP, grazie soprattutto ai rapporti consolidati di Nigel Farage con Bannon. Un portavoce del partito inglese ha dichiarato all’ Independent che “Steve Bannon offre di sicuro una prospettiva diversa, e con la sua esperienza nella politica americana può davvero fare la differenza in uno scenario europeo che sta cambiando profondamente.”

Anche il Rassemblement National (ex Front National) di Marine Le Pen ha fatto sapere di essere interessato. “Sosteniamo la sua iniziativa anche se non siamo ancora membri della sua fondazione,” ha detto Louis Aliot, “ma ci uniremo sicuramente.” I rapporti tra l’ex capo di Breibart e il partito, del resto, non sono nuovi.

In Italia, invece, sono due i partiti a essersi uniti a Bannon. Il primo è la Lega di Salvini—una notizia, naturalmente, accolta con grande entusiasmo (“ He is in!”) dai collaboratori dell’ex consigliere di Trump. E il secondo è Fratelli d’Italia, che ha invitato l’americano a parlare ad Atreju (la tradizionale festa annuale del partito) questo sabato. A tal proposito, Giorgia Meloni ha dichiarato che la sua presenza “è molto importante” perché “Bannon è tra le personalità più interessanti del panorama internazionale.”

Altrove, tuttavia, l’accoglienza per Bannon è stata decisamente più tiepida, con Vlaams Belang (partito di destra identitaria belga), AfD (Alternative für Deutschland), Veri Finlandesi e Democratici Svedesiincensati in più occasioni dall'americano—che hanno fatto intendere di non essere per nulla interessati. Un’altra defezione di peso è arrivata dall’Ungheria (vista anch’essa da Bannon come la terra promessa del populismo): il portavoce del governo Zoltan Kovacs ha detto che, pur apprezzando “nuove idee politiche e approcci […] in linea con il mandato che ci hanno dato gli ungheresi,” rimangono comunque forti perplessità legate a "qualsiasi influenza straniera.”

Nonostante la grande ambizione di Bannon, insomma, il suo progetto non è partito proprio alla grande.

L’analista politico Anton Shekhovtsov, in un’intervista su VICE News, ha detto che “Bannon è estremamente tossico ed essere accomunato a lui non garantirà alcun sostegno, specialmente in un contesto nazionale. I partiti della destra radicale non sono poi interessati all’arena internazionale, ma esclusivamente ai loro elettorati nazionali.”

A questo deficit di credibilità politica e personale di si aggiunge anche un pessimo tempismo: Bannon arriva tardi. The Movement, dice il professore americano Matthe Goodwin, non avrà alcun impatto perché in Europa esistono già movimenti di questo tipo: “Molti di questi partiti populisti hanno decine di migliaia di iscritti, sono istituzionalizzati, e occupano già un posto rilevante nei rispettivi sistemi politici. In più, non ritengono affatto di aver bisogno di metodi trumpiani per arrivare al successo.”

In altre parole—dice il politologo inglese Robert Ford—le capacità di Bannon sono del tutto sopravvalutate, e l’idea che possa diventare “questo ‘Dottor Male’ che unisce la destra radicale” a livello europeo non trova alcun riscontro nella realtà, come del resto emerge dalle reazioni che ho menzionato qui sopra.

Tuttavia l’immagine di Bannon come “genio del male” è indubbiamente molto seducente, perché—scrive il politologo olandese Cas Mudde—aiuta a “esternalizzare il male.” Rimuove cioè il fatto che le idee nazionaliste e populiste sono ormai parte del mainstream, e presenta la loro avanzata elettorale come il risultato di un “piano diabolico, costruito da un’unica mente, in cui una popolazione ingenua è manipolata da un leader carismatico.”

Lo stesso Bannon gioca molto su questa percezione. L’ex consigliere di Trump, sostiene Mudde, non è né un novello Rasputin né tantomeno chissà quale “prodigio politico”; è semplicemente uno molto bravo a vendersi—e reinventarsi—sia agli investitori che ai giornalisti. È del tutto evidente che la spasmodica (e gratuita) attenzione mediatica riservatagli vada tutto a suo beneficio; o, al massimo, a beneficio di partiti politici che sono in disgrazia (come lo Ukip), non contano nulla (come Fratelli d’Italia o lo spagnolo Vox), oppure dei leader che puntano a occupare militarmente il ciclo delle notizie nazionale e internazionale (come Matteo Salvini, che non ha certo bisogno di aiuti esterni per stringere alleanze con Orban e soci).

Non dovremmo quindi essere preoccupati da lui, ma dell’hype che lo circonda: secondo il politologo olandese, dargli troppo credito—presentando il suo “piano” come una manovra luciferina per eleggere “tanti piccoli Trump” in Europa—equivale a “esagerare l’importanza della destra radicale e, paradossalmente, a portare ad una sua effettiva crescita.” Che poi, per l’appunto, la destra radicale e populista europea non ha bisogno di alcun aiuto esterno; se la cava già abbastanza bene così.

Bannon non unirà la destra in Europa. Né avrà alcuna influenza sulla politica del vecchio continente. Né tantomeno creerà un movimento populista o sovranista “globale.” L’unica cosa che può sperare, nel disperato tentativo di associarsi a queste forze politiche, è di far dimenticare quello che è nella realtà: uno scarto dimenticato di Trump. E come tale andrebbe trattato.

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