Italia

Bestemmie, inni al Duce e dichiarazioni d'amore: l'estate di Radio Parolaccia

Per 35 giorni, nel 1986, Radio Radicale cominciò a trasmettere senza censura i messaggi lasciati in segreteria dai suoi ascoltatori.

di Daniele Ongaro
24 aprile 2018, 4:00am

La redazione di Radio Radicale nel 1983. Foto per gentile concessione di Radio Radicale.

Nel 1986 i discorsi "da bar" non hanno diritto di cittadinanza. Non entrano nel dibattito pubblico e nei talk show, ma restano confinati al bancone, tutt’al più allo stadio. I Mauro da Mantova e i Donato da Varese non sono ancora le star del programma di punta della radio della Confindustria, e i media dell’epoca non danno spazio alle loro opinioni perché sembrano deliranti, e poi perché dire certe cose non sta bene.

Ma all’improvviso un fiume di parolacce e bestemmie inizia a diffondersi nelle case degli italiani. È una lunga sequenza di insulti ai "terroni", ai "froci" e agli ebrei, di inni al Duce e a Satana, che esce dalla radio e incolla all’ascolto migliaia di persone divertite, scandalizzate, inorridite. Quella radio è Radio Radicale, storica emittente di partito tuttora in onda, e questa è la storia dell'estate di Radio Parolaccia.

"C’era stato un ritardo nel rinnovo della convenzione con il Ministero delle poste, e l’emittente rischiava quindi di chiudere," mi racconta Giancarlo Loquenzi, oggi conduttore di Zapping su Radio Uno e all’epoca giovane direttore di Radio Radicale, "e così si decise di sospendere tutte le trasmissioni il 30 giugno del 1986 e di aprire i microfoni agli ascoltatori che chiamavano per dare la propria solidarietà, lasciando un messaggio in segreteria telefonica."

Buongiorno Radio Radicale, chiamo da Siena. Vorrei dire: lottate, lottate contro le ingiustizie! Vi faccio tanto coraggio, sarò sempre al vostro fianco.

Radio Radicale era nata nel 1976, in piena fioritura delle radio libere, e sin dagli inizi aveva scelto di fare da megafono alle istituzioni, trasmettendo le sedute del parlamento e i congressi di tutti i partiti. I primi a rispondere all’appello e a lasciare messaggi in segreteria contro la chiusura della radio sono i militanti e simpatizzanti radicali, e il tono è sempre lo stesso: senza di voi la democrazia è in pericolo, in bocca al lupo, tenete duro. Ogni tanto però insieme alle chiamate di sostegno arrivano anche messaggi di insulti o scherzi telefonici che i redattori incaricati di vagliare le chiamate escludono dalla messa in onda.

"Alcune chiamate erano sessiste," ricorda Loquenzi, "e offendevano le giornaliste della radio, 'Rita Bernardini fammi un pompino,' cose così. Io per tutelare la mia redazione dissi: togliete gli insulti. Mi sembrava una cosa di pulizia minima, e anche ovvia: c’era da salvare la radio, cosa c’entravano le telefonate sconce?"

Ma a parte qualche trafiletto sui giornali le prime due settimane di sospensione dei programmi passano quasi inosservate, e lo spettro della chiusura si avvicina. Per smuovere le acque bisogna inventarsi qualcosa di clamoroso, e un'idea si fa strada nella mente del leader radicale Marco Pannella: togliere la censura e di trasmettere tutto.

Le segreterie telefoniche di Radio Radicale, che raccolsero i messaggi d'odio del pubblico dell'estate 1986. Foto dell'autore.

"Pannella capì che se il telefono era aperto e chiunque poteva dire quello che voleva, quello andava mandato in onda," ricorda Loquenzi, "Io mi scontrai con lui, gli dissi: 'Almeno togliamo gli insulti alle nostre redattrici,' e Pannella: 'No, no, non dobbiamo toccare niente.' E aveva ragione lui."

Il leader dei Radicali aveva già dato la linea sulla comunicazione del canale radiofonico del suo partito: fu lui, ad esempio, a decidere che Radio Radicale doveva trasmettere solo musica da requiem per protestare contro la fame nel mondo. Oggi chi accende la radio e sente un requiem sa immediatamente su che stazione si trova, in un brillante esempio di corporate identity a costo zero. Qualche mese dopo, sempre sulla stessa linea di provocazione, avrebbe lanciato l’incredibile candidatura di Ilona Staller al parlamento—ma prima doveva salvare Radio Radicale: per questo scopo i rabbiosi al telefono sarebbero diventati i suoi migliori alleati.

Attenzione: questo video e i successivi contengono linguaggio esplicito.

Il 29 luglio del 1986 Pannella apre il microfono alla libera voce dell’uomo della strada. E come in un forum moderato da nessuno, improvvisamente si scoperchia un mondo.

Vorrei lasciare un messaggio. Mi sono innamorato di una ragazza di quarta, spero che sia in ascolto, si chiama Claudia. Ho mangiato con lei una pizza al ristorante Porta Portese. Chiunque la conoscesse è pregato di avvertire a Gianluca. Grazie.

Qui Radio Drogati del 2000. Oroscopo dei drogati. Ariete: con Venere vi giungerà eroina, serata colorata. Gemelli: Mercurio vi porterà al fresco, serata in casa. La Luna consiglia: fatevi una pera. Qui Radio Drogati del 2000.

Messaggi folli, dichiarazioni d’amore, pubblicità, gente che canta, annunci vari. Ogni telefonata ne chiama altre dieci. La gente risponde agli sfottò e rilancia, in un botta e risposta senza fine. Il filo della solidarietà a Radio Radicale si perde, travolto da mille voci di ragazzini, anziani, donne sole, repressi, esponenti della curva, gente che chiama dalla cabina telefonica: le segreterie scoppiano (una si rompe) e Radio Parolaccia diventa un caso.

Loquenzi ricorda: "Non mi era mai capitato di camminare per strada e sentire la gente che ascoltava Radio Radicale, a Ostia la domenica c’erano gruppetti che ascoltavano Radio Radicale sotto l’ombrellone, in autobus, al bar il barista diceva, 'Zitti, zitti, sentite questo!' Era un fenomeno che non avevo mai visto."

Quello che impressiona di più è la quantità di odio che esce dal telefono. Sulla radio si riversano le parole di un’Italia lontanissima da quella della pubblicità e dell’Italia degli anni Ottanta che ricordiamo di solito: un’Italia rancorosa, oscura, omofoba, razzista, cattiva, che ci offre il quadro precisole faide di quell'estate.

In testa c'è la rivalità tra nord e sud, con il sottogenere Roma contro Milano; gli appelli a Gheddafi per bombardare il triangolo industriale si contrappongono alle invocazioni all’Etna e al Vesuvio di "fare il proprio dovere." In seconda posizione c’è lo scontro comunisti-fascisti. Seguono le nuove rivalità tra paninari e metallari, e le articolate varianti di odio regionale e calcistico. Più isolati sono gli astiosi al di fuori delle diatribe, impegnati a insultare donne, neri, ebrei e omosessuali.

[su "Faccetta nera"] A tutte le troione del nord: Bella biondina, apri le cosce, sarai travolta dalle furie giallorosse, quando verremo dentro di te, noi canteremo tutti in coro Roma Alè.

Buongiorno. Vorrei dire che i politici che sono al governo ci stanno sommergendo di tasse e prendono le bustarelle e sono tutti dei ladri.

Buongiorno, mi chiamo Fabio. Vorrei dire che ho un pisello abbastanza grosso e mi piacciono le signore di una certa età, anche anziane. Se qualcuna vuole godere con me può telefonarmi al numero [dà il numero]. Vi aspetto.

Oggi conosciamo bene la geometrica potenza delle campagne d’odio che si propagano sui social network. Fa quindi sorridere, nella sua ingenuità ruspante, il giovanotto che chiamava Radio Radicale, si sfoga e poi ringrazia la radio per avergli concesso un minuto di attenzione. “In quelle telefonate mi colpisce nostalgicamente la presenza del corpo e della voce,” mi dice Vittorio Lingiardi, docente di psicologia dinamica all’Università La Sapienza di Roma, che ha contribuito alla realizzazione della Mappa dell’intolleranza su Twitter per Vox - Osservatorio italiano sui diritti. “La radio richiedeva la voce, mentre ora si può anche scegliere di nascondersi in rete dietro profili anonimi, ma l’insulto passa ancora per il corpo e la sua umiliazione. Le categorie sociali sono rimaste più o meno le stesse, ma è cambiato quel che avviene dopo. In rete l'odio, al contrario di quanto avveniva in radio, può trovare risonanza e amplificarsi”.

Le chiamate furiose a Radio Radicale non hanno la spinta odierna della viralità e della condivisione. Si susseguono l’una all’altra e appena proferite si spengono. Il loro scopo si esaurisce nell’azione, così come i cazzi sulle porte dei cessi degli autogrill appagano per un istante il desiderio di chi li incide.

Alcuni nastri delle registrazioni di Radio Parolaccia. Foto dell'autore.

“Arancia radiofonica”, “Pronto chi insulta?”, “Radio Bestemmia”: sono alcune delle definizioni usate dai giornali per raccontare quello che va in onda sulle frequenze di Radio Radicale, al ritmo di 2000 telefonate al giorno, tra il 30 giungo e il 14 agosto 1986.

Ma insieme ai giornalisti si muove anche la magistratura. Il Procuratore della Repubblica di Roma interrompe le ferie per occuparsi del caso. Il 14 agosto due funzionari della DIGOS entrano nella sede romana di via Principe Amedeo e sequestrano gli impianti di registrazione per impedire la reiterazione dei reati di vilipendio alle istituzioni e apologia del fascismo. I funzionari escono con tre segreterie telefoniche sotto il braccio e così si conclude, dopo 35 giorni, la vicenda di Radio Parolaccia.

Buongiorno. Sono un ufficiale superiore della dogana. Invito tutti gli italiani civili a denunciare alla magistratura Radio Radicale, per le parole oscene e offensive nei confronti del capo dello stato e delle istituzioni. Sollecito gli organi dello stato a rilevare i telefoni da cui partono queste chiamate, che sono la vergogna del nostro paese…

O Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'inferno. Cosa aspettate a levare questi messaggi schifosi, sono arrivati persino a offendere il Santo Padre, ma che radio è questa.

L’intuizione di Pannella, però, salva la radio. Nell’autunno di quell'anno il parlamento estende il finanziamento pubblico per l’editoria di partito alle stazioni radiofoniche, e Radio Radicale può continuare a esistere.

L’Italia che odia, invece, torna a ribollire sottotraccia. “Adesso che il turpiloquio è stato messo a tacere possiamo serenamente tornare a immaginarci un paese popolato di intellettuali, yuppies, donne-manager, gentiluomini di campagna, vip, amanti della vela e delle passeggiate in montagna”, commentò a caldo la giornalista Miriam Mafai suRepubblica. E qualcuno lo immaginò davvero che le cose stessero così, convinto che l’ondata di sordo rancore popolare che usciva dalla radio fosse solo una carnevalata fuori stagione, e non ci pensò più.

Di lì a pochi anni il sistema politico italiano che aveva retto per quarant'anni sarebbe improvvisamente crollato di schianto.

Le citazioni di questo articolo sono tratte da telefonate arrivate a Radio Radicale tra il 30 giugno e il 14 agosto 1986. L’esperimento è stato ripetuto nel 1991 e nel 1993. Si ringraziano Guido Mesiti e l’Archivio sonoro di Radio Radicale, che conserva gran parte degli audio originali.