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Insulti, palpate e foto sotto la gonna: il problema delle molestie nel cosplay

"Indossi i panni di qualcun altro, e allora io mi sento autorizzato a molestarti perché ti sei messa in vetrina e te la stai andando a cercare."

di Cristiana Bedei
03 novembre 2017, 5:00am

Carlotta Giangravè nei panni di Black Widow. Foto di Paolo Parrocchia per gentile concessione dell'intervistata.

Dagli insulti agli scatti rubati sotto le gonne alle palpate, il problema delle molestie nel cosplay—ovvero l'hobby di impersonare personaggi di fumetti, videogiochi, cartoni animati o opere fantasy—che non risparmia gli uomini ma colpisce soprattutto le donne, è piuttosto conosciuto tra gli addetti ai lavori.

Talmente noto che negli Stati Uniti esistono regolamenti appositi in vigore agli eventi, entrati in vigore dopo anni di mobilitazioni, denunce e petizioni da parte di molte cosplayer stanche di vedersi fotografare il sedere di nascosto, sentirsi chiedere di toccare il seno e ricevere, più in generale, attenzioni indesiderate o domande indiscrete sulla loro taglia, per esempio. Di fronte all'ondata di testimonianze e proteste, gli organizzatori di alcuni raduni, come il New York Comic Con, sono intervenuti con politiche di tolleranza zero.

Anche in Italia, nelle ultime settimane, a pochi giorni dall'apertura dell'edizione di quest'anno di Lucca Comics—la più grande fiera europea del fumetto, che si tiene ogni anno in Toscana—il mondo del cosplay ha deciso di rompere il silenzio e farsi sentire attraverso la campagna #metoo, inserendosi in una conversazione sulle molestie più ampia, nata sulla scia del caso Weinstein.

Con l'hashtag #metoo sono infatti comparse storie di presunti fan che lasciano scivolare la mano sul sedere durante una foto, di altri che toccano il seno o addirittura tentano di aprire la scollatura del costume, fanno avance inopportune o insistono perché le ragazze si appartino con loro. "Ero al Comicon di Napoli e stavo camminando, quando è passato uno che mi ha afferrato una chiappa e me l'ha strizzata," racconta Robin Hoshiko. "Questa cosa di vedere una ragazza in costume e cercare di allungare le mani o provarci è molto diffusa."

Alcuni episodi spiacevoli sono anche saliti alla ribalta della cronaca, come quando al Lucca Comics del 2015, qualcuno ha pensato fosse divertente tentare di umiliare le ragazze in costume travestendosi da confezione di croccantini per "cagne". Tuttavia, denunce e polemiche—che non sono per fortuna mancate—anche in quel caso sono rimaste perlopiù confinate all'interno della cerchia di appassionati.

Il problema è che "nella mente di uno che non sta facendo cosplay, [la donna] è spersonalizzata. Non la vede come donna in sé, ma come l'incarnazione di un oggetto del desiderio," spiega Robin Hoshiko. Le eroine dei fumetti e dei cartoni rispecchiano solitamente gli ideali più tradizionali del desiderio maschile (seno prosperoso, vitino da vespa, gambe chilometriche—sulla rappresentazione della donna nella cultura geek dovremmo aprire un capitolo a parte) e molti spettatori sembrano percepire chi ne veste i panni più il personaggio irreale che una persona da rispettare.

"Per questo [alcuni uomini] si comportano come se non facessero niente di male, come se non si rendessero conto," continua Robin Hoshiko. "Soprattutto sui social network, in cui molte persone, anche di una certa età, se vedono una ragazza in abiti provocanti tendono ad avvicinarla come se volere interpretare un personaggio, anche sexy, fosse un indice naturale di ricerca di un'attenzione sessuale."

Il problema nasce spesso sul web, dove i cosplayer coltivano la propria fanbase, ma ha conseguenze estremamente reali: aver subito o temere di subire molestie o umiliazioni può infatti spingere alcune cosplayer a rinunciare a partecipare ad eventi dal vivo o persino ad abbandonare la propria passione. "Soprattutto tra le giovani," racconta Robin Hoshiko, "ho sentito parecchi casi di ragazze che hanno paura ad andare in fiera perché hanno avuto cattive esperienze. Online sentono questa pressione [a sfondo sessuale] forte e hanno, giustamente, paura che poi succeda qualcosa," spiega.

La lista degli incidenti è varia. Simona Marletti, nota cosplayer milanese attiva dal 2005, ricorda ad esempio di una gara di costumi organizzata ad una fiera, durante la quale un ragazzo seduto in prima fila è stato segnalato dal vicino di posto per aver fotografato sotto le gonne di tutte le ragazze in concorso. E lo scorso anno, proprio a Lucca Comics, stava posando per alcune fotografie di gruppo quando un passante—con in spalla un bambino—avrebbe rivolto un commento di cattivo gusto a una delle sue amiche, tenendo lo sguardo fisso sul suo seno. "Vige la mentalità del 'se l'è cercata', 'se veste così vuol dire che vuole quel tipo di attenzione e quel tipo di commento'," commenta Marletti.

"La vedo molto italiana come cosa, quella di importunare la donna come oggetto del desiderio," aggiunge Carlotta Giangravé, insegnante, stilista e cosplayer di Treviso. "Indossi i panni di qualcun altro, e allora io mi sento autorizzato [a molestarti] perché ti sei messa in vetrina, lo stai facendo di proposito e te la stai andando a cercare. È il vecchio discorso del 'Te la sei voluta'."

Ovviamente, anche i cosplayer uomini sono vulnerabili, sebbene il problema sembri presentarsi in proporzione ridotta. "Ho un paio di amici a cui è successo di farsi fotografare insieme a una signora che gli allungasse la mano al sedere, o facesse la proposta oscena di fare qualcosa con il marito," racconta Giangravé.

Quali sono le possibili soluzioni al problema? Per il momento, Robin Hoshiko cerca di contenere i danni: partecipa a molti eventi in coppia con il fidanzato, anche lui un cosplayer conosciuto, con il quale condivide un account Facebook. Ammette che la decisione di aprire una pagina comune è, in parte, un tentativo di tutela nei suoi confronti: "Alcuni ragazzi che non avevano capito che l'account non fosse solamente mio sono arrivati in chat con la classica dick pic o chiedendomi foto sexy," ricorda.

Anche agli eventi la presenza del compagno sembra stabilire l'unico confine invalicabile. "Quando c'è lui, vengono [a chiedere fotografie] solo quelli che sono realmente interessati ai nostri lavori," spiega. "Senza lui, viene chiunque! Non sanno quale personaggio io stia impersonando, però vengono a fare la foto lo stesso, perché ho una tutina di pelle, il tacco e la scollatura."

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Simona Marchetti. Foto per gentile concessione dell'intervistata

A livello macroscopico, negli ultimi anni il movimento internazionale di sensibilizzazione Cosplay is not Consent si è battuto per garantire una migliore cultura del rispetto ai raduni per appassionati. Ma anche all'interno della comunità stessa dei cosplayer, rivela Marletti, la solidarietà verso i chi subisce offese o comportamenti inopportuni non è sempre scontata. Chi si dedica a un tipo di cosplay più erotico – con costumi che reinterpretano in chiave sensuale tutti i personaggi, a volte introducendo anche elementi di nudo – è spesso vittima di insulti e insinuazioni pesanti, anche da parte di altri cosplayer.

"C'è una buona solidarietà finché si rimane nell'ambito del cosplay standard," spiega Marletti. "Poi ci sono casi, in Italia, di cosplayer che sono diventate note perché sono belle ragazze e fanno foto discinte e magari hanno un profilo su Patreon [ una piattaforma per contenuti a pagamento] dove vendono foto. Nei loro confronti c'è grande astio e anche le ragazze tante volte scrivono cose molto poco carine."

Come se fosse ancora impensabile conciliare un'espressione creativa, anche esplicitamente sessuale, con il diritto al rispetto del proprio corpo e della dignità personale. Di base, il ragionamento è lo stesso che ancora oggi, purtroppo, vede molte vittime di violenza sessuale venire accusate di aver in qualche modo—magari con una minigonna o con il loro consumo alcolico—causato l'abuso subito.

Il cosplay è, si capisce bene, un microcosmo che riproduce le stesse dinamiche sociali e relazionali della società che lo contiene, società che fatica ancora a riconoscere l'abuso palese, figuriamoci le molestie. Ha ragione Giangravé quando fa notare: "Quelli che fischiano dalla macchina, quelli che se sei la segretaria e passi ti danno la pacca sul culo… ci sono dentro e fuori dal cosplay." E conclude: "È un discorso culturale che va sradicato. Il cosplay può essere uno spunto per cambiare, ma deve poi cambiare tutto quanto."

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