L’uomo accanto a me fa cadere in bocca una pillola e la manda giù con un sorso di tè, mentre da un sottile angolo d’ombra osserviamo insieme la strada sporca oltre la quale si estende, in un orizzonte appesantito dallo smog, Kabul. Il terreno sassoso sotto i nostri piedi puzza di concime essiccato. Le galline schiamazzano tutt’intorno e le mosche svolazzano sopra le nostre teste.
“Il tuo hotel?” mi chiede l’uomo, sollevando il mento verso Kabul.
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“Sì, sto lì.”
Annuisce senza aggiungere altro. Un ragazzo richiama a sé delle mucche, che ci passano accanto con gli occhi spalancati, ciondolando pigramente ad ogni passo.
Stamattina ho deciso di prendere un autobus per uscire da Kabul. Qualsiasi autobus andava bene, volevo solo allontanarmi dalla città, perché le strade congestionate e gli spessi strati di smog stavano cominciando a pesarmi troppo. Avevo bisogno di una pausa da quella che nella mia mente era una città da incubo nel mezzo di una guerra.
Vicino al mio albergo il supermercato Hazim vende lavatrici. Fino pochi mesi fa aveva solo cestelli da bucato. Presto, in un hotel aprirà un ristorante italiano, a due passi da un nuovo ristorante cinese. Alcune organizzazioni internazionali pagano fino a 10.000 dollari al mese di affitto.
Dopo aver fatto diverse fermate in città, il bus su cui viaggiavo si è diretto verso il villaggio di Bini Sar. Sono sceso, e sotto un albero ho visto un uomo che preparava il tè in un bollitore su un mucchio di carbone fumante. Stava davanti ad un negozio chiuso. Altri uomini si erano seduti lì intorno a fumare. Ho offerto all’uomo del tè un dollaro. Con un cenno ha allontanato i soldi e mi ha versato da bere. Mi sono seduto accanto a lui, mentre estraeva una pillola da una busta e si accingeva a consumare il suo infuso. Io bevevo dalla mia tazza guardando la strada.
“Inglese?”
“Americano,” gli dico. “Giornalista”.
Annuisce e mi dice di chiamarsi Nasir. Mi spiega di aver lavorato come interprete per le truppe americane nelle provincia di Helmand, a sud di Kandahar. Ha lasciato due mesi fa, dopo che un soldato afgano di pattuglia con l’esercito americano è saltato su una mina. Nasir aveva sentito l’esplosione, così è corso sul posto e ha visto il corpo del soldato che giaceva di traverso al terreno, il sangue e i pezzi di carne lacerata sparsi in giro come schizzi di vernice.
A due giorni di distanza poteva ancora udire l’esplosione, e vedere il sangue e il corpo ridotto a brandelli. Così se n’è andato, per tornare a casa, a Bini Sar. Dentro la sua testa continua a sentire l’esplosione, a vedere il corpo. Prende degli antidepressivi. Scuote le pillole nella mano, me le mostra, e poi le rimette nella busta in tasca. Più tardi nella mattinata aprirà il negozio alle sue spalle, dove ripara fucili da caccia e vende benzina.
“Ancora tè?”
“No, grazie” gli dico mentre scaccio via le mosche.
Di solito la mattina Nasir si sveglia, prepara il tè e lo beve insieme agli altri commercianti. Dopodiché si cambia i vestiti e apre il negozio. Prepara le pistole che devono essere riparate e controlla la pompa di benzina. La sera torna a casa da sua moglie e i loro cinque figli. Cenano. Il cielo imbrunisce, mettendo fine alla giornata. Dormono. Non c’è nient’altro da fare. Sente che il negozio è una perdita di tempo, ma non riesce a trovare un altro lavoro.
“Lo sa che cosa succederà in questo Paese una volta che saranno partiti gli americani?” chiede a Nasir un venditore che mi indica col mento. Nasir traduce.
“Non so cosa sa lui,” aggiunge.
Prende un’albicocca dalla tasca, la apre in due e butta il nocciolo in mezzo alla strada. Lo guardiamo mentre rimbalza attraverso i raggi della ruota di un carretto trainato da un asino. Le mosche che si levavano sulla sua testa come nuvole si allontanano, sciamando verso il nocciolo.
Nasir mi spiega che come interprete guadagnava 800 dollari al mese. I soldati americani con cui lavorava erano impiegati in combattimenti di montagna. Quel giorno i talebani gli sparavano addosso dall’alto e gli americani si muovevano lungo il crinale, accucciandosi per terra in cerca di una copertura. Granate, mortai e mine erano piazzate sotto i ponti. C’è stato un gran fracasso, e Nasir si era allontanato. I talebani pakistani hanno sempre attaccato le forze armate americane e afgane. I talebani pakistani hanno insegnato a combattere ai talebani afgani.
Durante lo scontro, gli americani urlavano parecchio. Sembravano molto spaventati, mentre per gli afgani l’operazione è stata quasi un gioco. Dopotutto, è un Paese che combatte dal 1979, anno dell’invasione sovietica. Alla partenza dei sovietici nel 1989 è seguita la guerra civile, e poi la presa di potere dei talebani. Per un po’ è sembrato che i combattimenti fossero terminati, quando gli americani hanno invaso il Paese a un mese di distanza dall’11 Settembre e hanno rovesciato i talebani. Poi, cinque o sei anni fa, i talebani sono tornati in forza e i combattimenti sono ricominciati.
“Vuoi un biscotto con il tè?”
“No, grazie.”
Nasir racconta che una volta, nella provincia del Nuristan, due soldati afgani sono stati fatti a pezzi. E ringrazia il cielo di non averlo visto. Furono messi nelle bare e portati alle loro famiglie, che ricevettero 970 dollari ciascuna, del cibo sufficiente per tre giorni di lutto e nulla più.
Certe volte, quando non c’era da combattere, alcuni soldati americani in calzoncini e T-shirt chiacchieravano con i soldati afgani. Così, questi avevano dovuto spiegargli che un uomo che mostra così tanto di sé rappresenta una violazione della loro cultura.
Nasir è preoccupato che la vita possa diventare molto difficile dopo il ritiro dell’esercito americano dall’Afghanistan previsto nel 2014. Ci sono luoghi in cui l’esercito afgano non può arrivare, ma quello americano sì, con i suoi elicotteri e i suoi aerei. Dice che non si può fare niente senza un supporto aereo.
“Cosa pensi che accadrà all’Afghanistan?”
“Non lo so.”
“Sigaretta?”
Non fumo, ma accetto ugualmente la sigaretta sperando che allontani le mosche. Nasir sventola una mano e le mosche si sparpagliano. Indica i muri accidentati di una casa costruita con mattoni di fango, dall’altra parte della strada.
“Io sono nato lì,” dice.
La zona fu distrutta a metà degli anni Novanta da fazioni afgane in lotta tra loro. Forze armate pashtun e uzbeke colpirono Bini Sar con mortai e granate. Nasir e la sua famiglia abbandonarono il villaggio e costruirono una nuova casa a qualche chilometro di distanza.
Si alza in piedi e attraversiamo in direzione della casa. Un lucchetto enorme prende la polvere sulle imponenti porte d’ingresso. Trucioli di legno si avvolgono a spirale in blocchi grandi quanto un pugno. Cani vagano attraverso una porta laterale aperta, lasciando impronte nella polvere e disperdendo il pollame. Cammino in mezzo alle galline e sbircio all’interno: non c’è niente, a parte una scalinata e un balcone in rovina, ceramiche rotte e travi di legno. Il pavimento di terracotta è segnato e sostiene i resti del tetto rotto e del caminetto distrutto. Un muro divelto rivela un giardino colmo di erbacce e recinti vuoti. Il brulicare di insetti si alza da terra.
“Qui, da piccolo, facevo pupazzi di neve,” ricorda Nasir.
La casa è stata costruita quasi 200 anni fa. Il bisnonno di Nasir è morto qui, così come suo nonno e suo padre, e sua madre e due cugini. Nasir invece morirà nella casa dove vive adesso, appena fuori Bini Sar. Conveniva andarsene e costruire una casa nuova, piuttosto che riparare quella vecchia.
“Non c’è spazio per i sentimentalismi,” dice.
Passa una mano sul muro in mattoni di fango da cui spuntano pezzetti di paglia. Gli chiedo come facciano a sopportare la pioggia quelle costruzioni di fango. Mi spiega che i muri sono molto solidi. La famiglia del suo bisnonno calpestò il fango con i piedi, lavorandolo, per poi tagliarlo in blocchi quadrati da cuocere e farne mattoni. Qualche volta dovettero riparare il tetto, ma niente di più. I mattoni reggevano.
In Afghanistan, racconta Nasir, c’è un detto. Quando qualcuno chiede “Quanto resisterà la tua casa?” si risponde “Finché le persone non la distruggeranno.”
“Il tempo,” aggiunge “non ha distrutto questa casa.”
Ci si avvicina un uomo che chiede a Nasir di me. Nasir gli risponde che sono un giornalista americano. L’uomo vuole sapere che cosa farà il presidente afgano Hamid Karzai a proposito dell’istruzione, della sanità e di altri problemi sociali una volta che gli americani se ne saranno andati. Scuoto la testa. Non lo so.
“Cosa sono le Nazioni Unite?”
“Rappresentanti di tutte le nazioni che si riuniscono per discutere dei problemi del mondo,” gli rispondo.
“Non è colpa mia se ti faccio queste domande,” spiega l’uomo. “Io non sono andato a scuola. Non so niente. Non ho niente. Gli americani appoggiano Karzai, ma lui non fa niente. Sono tutti arrabbiati con gli americani. Come americano, sei un bersaglio per la rabbia della gente.”
“Per favore, non litigate,” dice Nasir. “Non oggi.”
Guardiamo l’uomo mentre si allontana. Da qualche parte un generatore di corrente tossisce, parte, e io giro lo sguardo verso il rumore. Un commerciante ha aperto il suo negozio: sta in punta di piedi mentre accende una lampadina, che penzola sopra un bancone dove sono impilate una sull’altra sacche di riso. Dietro il suo negozio le ombre si ritirano su una collina rocciosa, mostrando un cimitero desolato dove, sotto di lastre curve e senza nome, sono sepolti i genitori, i nonni e i bisnonni di Nasir.
Nasir ed io passeggiamo, tornando indietro verso il suo negozio. Tira fuori la busta con le pillole, guarda all’interno e le conta silenziosamente. La piega con cura e la ripone nella tasca. Uno sciame di mosche ci gira intorno alle gambe. Nasir sventola le braccia per mandarle via, mentre io non ci provo nemmeno. Le mosche non se ne andranno, qualsiasi cosa facciamo. Si radunano intorno al mio ginocchio. Cerco di ignorarle. Volano in cerchio, incerte su cosa fare, senza la minaccia della mia mano che si libra su di loro.
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