“Non me ne starò qui senza rispondere alle vostre domande,” mi dice Ben Khan, mentre affonda nei divani foderati dell’Electric House di West London. “Il motivo per cui la gente dice che sono così è perché mi tengo tutto dentro. Voglio rendere la musica pubblica e tenere me stesso per me.”
Siamo in un angolo fiocamente illuminato della venue più lussuosa di Portobello Road. I ritratti dominano le pareti, mentre chaise lounges e ottomane sono opulentemente disseminate lungo il pavimento. L’arredamento non si discosta molto da una ricostruzione della villa di Jay Gatsby, un’accozzaglia di stipendiati e direttori esecutivi inquinano il locale con frizzanti conversazioni di affari, mentre le cameriere versano costose pinte di Amstell. E poi ci siamo io e Ben, seduti l’uno di fronte all’altro, mentre ci addentriamo cautamente nella sua prima, vera e propria intervista.
Videos by VICE
Tutto ciò che so di Ben sono le sue statistiche. Il suo primo singolo “Drive (Part I)”, una ventata di grezzo blues del Sud dai tratti eterei, intrecciata a dell’R&B letale, si è accaparrato più di centosettantamila riproduzioni su Soundcloud. Il secondo pezzo, “Eden”, è stato subito premiato con il riconoscimento di Best New Music su Pitchfork, accumulandone nel frattempo quasi quattrocentomila. La sua musica dà dipendenza, immergendo l’ascoltatore in un mondo in cui il soul, il funk contemporaneo e la pazza strumentazione amoreggiano tra loro. È un po’ come scoparsi uno sconosciuto, una cosa sporca e scomoda, ma che allo stesso tempo ti scalda il cuore. Ma al di là di musica e numeri, Ben ha deciso di rimanere un’incognita.
Come molti dei suoi contemporanei—Jai Paul, JUNGLE, Burial—Ben Khan abita un mondo in cui le Twitpics, gli Ask Me Anything di Reddit e le pubblicazioni di singoli a suon di hashtag sono un anatema. Sarebbe facile definirlo un cliché di marketing, ma, come ci spiega Ben, non è un Comma 22. “Sono solo un po’ insicuro, non mi piace molto l’idea di lasciar entrare chiunque provenga dalla stampa. Non è proprio il mio stile” mi dice. “Se incontri qualcuno non gli dici subito ‘Ciao! Sono Ben’ per poi raccontargli la storia della tua vita. Specialmente se pensi che migliaia di persone staranno ad ascoltarti.”
Ma non rimarrà nel silenzio a vita, ha scelto piuttosto di costruire gradualmente e naturalmente un rapporto con i propri fan fino al punto in cui si sentirà a proprio agio. Mi dice, “Devi aprirti a un certo punto, se hai una relazione con qualcuno deve progredire, altrimenti diventerà piuttosto noiosa.”
Oggi però non è quel momento spartiacque. Sono passati quindici minuti e abbiamo già fatto passare a raffica varie pagine di domande da me preparate, con Ben che educatamente ne svia molte. Non è che si stia esattamente rifiutando di rispondere, ma non mi sta neanche dando molta confidenza. Scuoto i resti della mia birra al frumento rimasti intorno al bicchiere, sperando che la mia prossima domanda appaia magicamente, e pondero su ciò che abbiamo appreso finora. Quanto al background culturale, come potrete notare, il nome Khan non è esattamente inglese. Suo padre è un tessitore di seta del Kashmir (ha anche contribuito alla foto qui sopra). Ben ha iniziato a fare questa musica circa un anno e mezzo fa, e si tiene strette per sè le proprie influenze perché, “è una cosa importante, le spiegazioni possono rovinare l’arte”.
Nulla di quello che Ben Khan fa è lasciato al caso, dal modo in cui è vestito oggi, un bomber rigonfio sotto cui si staglia una maglia con una stampa, fino al modo in cui schiva cautamente i colpi nella nostra battaglia per l’informazione, pur mantenendosi sempre cortese. Quest’anno pubblicherà il suo EP di debutto, che è parte di una strategia elaborata in due anni, per dare un’idea della mentalità centralizzata di stratega che sta dietro alla sua pazzia.
Per Ben, si tratta di mettere alla prova la gente e arrivare all’ascoltatore passivo, quello che non passa ore su Soundcloud a cercare la prossima grande hit. Mi dice, “gli ascoltatori attivi si espongono e trovano bella musica, perché si danno da fare. La grande industria non cambierà una formula che funziona, il che è ormai accertato. Che tu li raggiunga da destra o sinistra, se riesci ad arrivare a loro, farai la differenza. È una possibilità esaltante. Puoi ampliare l’idea di musica pop che la gente ha.”
È un approccio che è radicato nella sua ultima uscita, “Savage”, che riesce a mescolare synth scattanti, R&B eclettico ed elettronica nebulosa in qualcosa che è estremamente accessibile. “Se volessi fare una canzone pop, sarebbe facile per me esaminarne una e trovarne gli esatti elementi, e farla,” dice. “Accadrebbe facilmente e so che troverei subito un mercato per il pezzo. Ma non dovrei volerlo fare solo per i soldi. Certo, i soldi hanno il loro fascino, ma…” È noioso, seguire un progetto prefissato passo per passo? “Sì, non si aggiunge alcun valore. Non aggiungerai nulla di nuovo all’equazione.”
Piuttosto, il suo valore sta nel non riempire le sue canzoni di vocorder e volerle spingere sul dancefloor, ma nell’incorporare più personalità possibile nella propria musica. Questa personalità è subdolamente distillata in tutto ciò che Ben fa, dall’illustrazione à la Salvador Dalì che decora la sua pagina Twitter raramente utilizzata, al suo sito Blessed Vice pieno di ritratti, fino ai video musicali da lui stesso creati, che si fondano su un forte amore per la pellicola. Il video di “Eden” mostra di sfuggita riprese di Solo Dio Perdona, Paura E Delirio A Las Vegas e una sequenza di Salvador Dalì da Io Ti Salverò di Hitchcock, tra gli altri.
“Non sto cercando di mettere in moto cambiamenti rivoluzionari, sto partendo da zero e voglio aprire un po’ la mente delle persone. Ci sono un sacco di menti chiuse là fuori, un sacco di gente coi paraocchi, e finiremo per annoiarci,” mi dice. “Non ho iniziato a far musica per diventare una grande star. Non lo faccio per quello.”
Al tavolo accanto al nostro, un impiegato discute ad alta voce un accordo finanziario che a quanto sembra farà guadagnare a qualcuno un sacco di soldi. Nel frattempo Khan mi dice che il suo EP “avrà a che fare con l’idea di religione e i concetti fondanti della nostra società in generale. È un bel casino, vero? Sono solo osservazioni. Ma ci sono decisamente delle cose che a una mentalità aperta appaiono piuttosto ridicole, che si stia guardando ad una piccola nazione come la Gran Bretagna o ad un Paese come l’India, si trova un sacco di brutta roba e corruzione in giro,” lancia un’occhiata all’impiegato e annuisce.
“È questo il fatto,” mi dice. “Non sono un attivista, ma ci penso molto. E in futuro, se c’è qualcosa che posso fare con la mia musica, per lanciare un messaggio, lo farò.”
Altro
da VICE
-

Screenshot: Valve -

Screenshot: Epic Games, X @NotPaloIntel -

Picture courtesy of the Department of Energy -

Photo by Soeren Stache/picture alliance via Getty Images