MACE producer dj milano
Interviste

MACE ha visto cose che non puoi nemmeno immaginare

Magari lo conosci perché ha fatto la storia dell'hip-hop italiano, ma magari dovresti sapere di quella volta che aveva Ghostface Killah fattissimo in macchina o quando ha chiuso il Pacha di Ibiza.
21 giugno 2019, 11:23am

Quando MACE aveva vent'anni si trovò Ghostface Killah del Wu-Tang Clan sul sedile posteriore della sua macchina. Aveva organizzato un suo concerto a Milano, ma quando era andato a prenderlo a Linate a mezzogiorno lui non c'era. Il manager gli disse che sarebbe arrivato alle dieci e mezza di sera a Bologna, e quindi lì andò. Ma niente Ghostface neanche lì: intendevano l'aeroporto di Bologna-Forlì. Erano altri 80 chilometri.

"Arriviamo, Ghostface mega simpatico, entra in macchina con altri tre tipi", racconta. "Dico, 'Ora in autostrada corriamo, se avete delle droghe o le buttate o le prendere subito. Non rischiamo'. Silenzio e Ghostface, da dietro, fa I got mushrooms! Li prende, io inizio a scannare e appena entrati in autostrada c'è un posto di blocco della polizia. Io ventenne, nella tensione, tiro dritto. Questi quattro mi guardano accelerare e vanno in paranoia totale, perché se negli Stati Uniti fai una roba del genere ti sparano. Mi fanno 'Yo ni**a, you gangsta!' No zio, è che siamo in ritardo!"

Dopo una supplica alle forze dell'ordine, una multa e altri 300 km, MACE arriva al locale. Delle 1500 persone che avevano pagato il biglietto, un terzo se ne sono andate. L'intrattenimento improvvisato, tra cui un freestyle dei Club Dogo—e quello di qualsiasi rapper si trovasse nel backstage, spinto sul palco per guadagnare tempo—non aveva potuto niente contro la lunga attesa. "Ma poi Ghostface si buttà a mangiare qualcosa e fece un live della madonna", conclude MACE.

È un aneddoto che spiega bene che tipo di vissuto ha MACE, che ho di fronte nel suo studio a Milano. Ci sono delle piante, un sacco di dischi ai muri, dei quadri molto belli e degli strumenti. Lungo il corso di un'oretta, è lì che mi faccio raccontare un po' tutta la sua vita—che sta lì, in una strana intersezione tra le storie dell'hip-hop, del clubbing e della musica elettronica in Italia e nel mondo. Un luogo in cui convivono, uniti dalla sua persona, IZI e i Justice, Lorenzo Fragola e Fatboy Slim, Jack The Smoker ed MC Bin Laden.

Simone, MACE, è nato a Milano nel 1982 ed è cresciuto a Pioltello, che sta appena a est. Suo padre faceva il pittore ma, una volta deciso di mettere su famiglia, si diede alla grafica e alla pubblicità, proprio come sua madre. "Nella mia famiglia c'è sempre stato un buon mix un po' di creatività e di fricchettonismo—quando avevo cinque anni siamo andati in India all'Ashram di Sai Baba", mi spiega. "Lì avevamo la classica cricchettina da adolescenti e MACE era il mio nome da graffitaro. Tutti i miei amici facevano freestyle e scrivevano pezzi. Io invece volevo fare i beat".

Lo ha già detto in passato, che a cominciare a farglielo fare fu un Akai 950 preso con una colletta insieme alla sua compagnia (che oggi fa il reggivasi nel suo studio). "Un computer ora ce l'hanno tutti, ai tempi era un ostacolo insormontabile. Sapevamo che l'hip-hop si faceva con quella roba, dato che Fritz Da Cat fortunatamente ci aveva intitolato un disco, ma nessuno sapeva esattamente come farla." Lui comincia dai dischi che hanno in casa i suoi: una collezione con tanto rock, musica classica, cantautorato: "I suoni da East Coast che piacevano a me invece arrivavano tutti dal jazz, dal soul e dal funk, e quindi anche ascoltando i dischi dei miei e dei genitori di tutti i miei amici non riuscivamo a capire da dove cazzo venissero fuori."

Qualche amico più grande comincia poi a spiegargli che c'è tutto un mondo di suoni da prendere e ficcare nei propri beat, e che si chiama sampling. Il più importante si chiama Andrea e all'epoca rappava insieme a Phra, che poi farà i Crookers, nei Lacustre Crew. "Lo andai a trovare in studio e mi fece scoprire un sacco di dischi da dove avevano preso i sample Premier e Pete Rock. Me ne regalò uno di Millie Jackson. Era l'unico disco che avevo, e l'ho spolpato. Ci avrò fatto sessanta canzoni."

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Su quelle canzoni ci canta un suo amico d'infanzia. Si chiama Giacomo, ha i suoi stessi anni e si fa chiamare Jack The Smoker. "Nella mia testa io avrei fatto i beat per tutti, sarei stato il Master P di Pioltello! Poi ci rendemmo conto che ok, eravamo una ballotta, ma un po' per il nostro vissuto e un po' per affinità personale con Jack avevo un rapporto speciale. Quindi ci dicemmo bella, facciamo una cosa io e te. E quella cosa fu La Créme." È l'inizio della carriera di MACE, un disco intitolato L'alba che oggi fa fatica a riascoltare: "Non l'ho ascoltato nemmeno quando lo abbiamo ristampato, ho chiesto a un'altra persona di rifare il mastering. Non me ne vergogno, però per me una volta che una roba è fuori è fuori. Me ne dimentico e ce n'è un'altra."

L'alba esce nel 2003 e comincia subito a far girare il nome dei suoi autori nella scena italiana, che al momento era—dice MACE—un deserto: "L'hip-hop non esisteva in radio e in TV, le riviste di settore avevano chiuso e le altre non ne parlavano. Però era una nicchia viva, e il nostro disco uscì dopo tanto tempo che non usciva un disco significativo". Diversi nomi che si ascoltava da ragazzino cominciano ad esprimere apprezzamenti nei confronti delle sue cose: "Bassi, Rido, Esa, le Sacre Scuole, Chief di Chief e soci". E poi tutto cambia grazie a una serata che nasce in un piccolo locale di via Farini, a Milano.

"Credo sia stata quella la miccia che ha fatto ripartire tutto", mi racconta. "Bassi e Rido cominciarono a organizzare questa serata che si chiamava Showoff, era il club che incontrava la jam. Prima c'era un momento dei producer che facevano sentire i beat, poi si ballava, grandi sbronze... non era tanto fruibile per un cliente occasionale ma se ti piaceva quella roba era incredibile. Ed era un luogo d'incontro in cui si conobbero molto emergenti in un momento in cui non usciva niente e sembrava che a nessuno fottesse un cazzo di quella roba. Anche solo far beccare questi cani sciolti è servito tanto, e sia io che Jack ci siamo fatti notare proprio lì."

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Nel momento in cui le luci dei riflettori cominciano a illuminarlo, però, MACE comincia subito a sentire un po' troppo caldo. La voglia di fare qualcosa di diverso si fa più accesa, i suoi riferimenti cominciano a cambiare. "Da ragazzino non sapevo da che parte girarmi", mi dice, "Ma a quel punto mi era venuta voglia di creare un sound diverso, più dark, con dei suoni che non trovi nella musica black. Già ne L'Alba ci sono pochi campioni soul e funk." E quindi che cosa fa? Comincia a campionare il progressive rock italiano. "Quelli lì a New York campionavano i dischi dei genitori o li prendevano a un dollaro dai marciapiedi, non è che facevano ricerca. Solo dopo è nata l'idea del digging. E quindi perché io non devo campionare i dischi della mia tradizione? Il Rovescio della Medaglia, gli Alphataurus, i Cervello, il Campo di Marte, i Quella Vecchia Locanda. Da quei gruppi lì poi sono uscite tante popstar degli anni a seguire. In quel periodo poi iniziavo a suonare i primi synth, chiamare i primi musicisti. Suonavo anche tanto io: molto male, perché non ho mai studiato".

All'esplosione creativa nella mente di MACE non corrisponde però una deflagrazione pratica. Produce beat per un sacco di rapper i giro per l'Italia: nomi ancora oggi di prim'ordine come Kaos, i Colle Der Fomento, Bassi Maestro, e artisti di culto come Blodi B. Ma il suo compagno nei La Créme, Jack The Smoker, viene colpito da un blocco creativo: "Tutti i beat più fighi che facevo li davo a lui per primo. Lui si gasava e decidevamo di tenerli per il disco. Ma era costantemente preso da dubbi e incertezze, e non riusciva più a scrivere. E con il passare del tempo mi sono reso conto che era completamente bloccato."

MACE arriva quindi a un momento di svolta personale e creativa: "Avevo lavorato praticamente già con tutti quelli che mi piacevano di quel periodo e non mi soddisfaceva più produrre quella roba. Ai tempi l'hip-hop doveva essere un cazzo di loop uguale dall'inizio fino alla fine. Se già oggi il ruolo del producer emerge quasi zero, all'epoca era completamente marginale. A me piace tutta la musica, volevo sperimentare, fare strutture strane, cambi, arrangiamenti. A tutti disturbava la voce... e allora rappate a cappella! Era mega limitante, non avevo più stimoli. Il mio progetto vero, che era La Créme, si era fermato. Continuare a dare i beat in giro non me ne fregava niente." E allora un altro lato della sua vita prende il sopravvento.

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Fin da quando aveva vent'anni, infatti, MACE ha organizzato serate, club night e concerti. Una fu quella di Ghostface Killah, da cui abbiamo iniziato, ma è grazie a lui e al suo giro che Fabri Fibra fece il suo primo concerto grosso a Milano: "Lo avevamo organizzato in un posto in via Canonica, lui e Nesli. Era uscito da poco il disco, ovunque andassi a Milano tutti i ragazzini lo ascoltavano. Poi i grossi non se ne erano ancora accorti, dato che l'hip-hop era super underground. Da sbarbatelli abbiamo organizzato questo evento e minchia, il locale sold out e la strada sold out! Era tutto pieno, non passavano neanche più gli autobus."

Dato lo stop di Jack e il senso di stasi che percepisce nella scena che lo ha formato, MACE decide di darsi una svolta: "Mi ero rotto il cazzo di organizzare le serate rap. Io volevo fare elettronica, che avesse dignità artistica anche senza un rapper sopra e senza stare a diktat di altri, sempre senza avere bene coscienza di quello che andavo a fare. Quindi creammo questo gruppettino di amici, a comporre musica e organizzare i nostri primi party. E così nacque Reset!", cioè un party che ha definito un buon pezzo della nightlife di Milano negli ultimi dieci anni.

"Iniziammo al Sottomarino Giallo,", ricorda, "Un posto super freak a Milano con i culi smaltati alle pareti, un ex locale lesbo con il pavimento da videoclip di Michael Jackson. La nostra serata era sempre imballata, la più piena della programmazione." Il locale viene però chiuso dopo un solo anno e quindi la festa si sposta all'interno di capannoni affittati, "ma poi la cosa ha cominciato a diventare megapesa. Ti possono dare tentata strage se ti vogliono cacare il cazzo. Poi noi prendevamo la security, facevamo i bar fatti bene, ma era comunque un rave organizzato. Siamo esplosi, ma quel giochino non è potuto andare avanti troppo. Quello della sicurezza, che era un po' agganciato, ci cominciò a dire che la polizia sapeva delle serate e di stare attenti."

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Reset! diventa così una club night a tutti gli effetti, ma sarebbe riduttivo definirla solo come un momento di divertimento. Sia MACE che i suoi compagni di crew, infatti, la considerano un progetto a tutto tondo: "Il party era nato per spingere la musica che facevamo. Ci è venuto subito naturale creare un sound electro, però con un sacco di influenze funk. E non lo faceva nessuno." Siamo nel 2007/2008, anni d'oro di quel fenomeno unico che possiamo chiamare blog house, electro house, in cui artisti italiani come Crookers e Bloody Beetroots si stavano prendendo la scena elettronica mondiale a forza di distorsioni e rimbalzoni: "Quando facevo hip-hop mai mi sarei sognato che qualcuno avrebbe ascoltato al di là del Canton Ticino. Quel genere invece poteva arrivare ovunque nel mondo."

E al mondo comincia in effetti ad arrivare quando uno dei membri del collettivo, Rocco Civitelli, manda alcuni pezzi all'etichetta di Hervé, Cheap Thrills, che pubblicava nomi di punta del movimento come i Fake Blood. "Ci trovammo pubblicati da una delle etichette di punta del settore, dopo una settimana dall'uscita dell'EP cominciarono subito ad arrivare le richieste di booking. Prima dall'Europa, poi dall'Asia: Singapore, Hong Kong, Thailandia. E poi Giappone, Australia. Abbiamo fatto la chiusura del Pacha di Ibiza, un momento per me indimenticabile. I Cassius ci invitarono a suonare e facemmo un back2back con loro e i Justice."

I viaggi sono un elemento fondamentale del suono di MACE, che con i soldi delle prime serate aveva subito cominciato a spostarsi da Milano. Ricorda la prima volta che si è trovato solo, ventenne, in mezzo a un popolo a lui sconosciuto, nella stazione dei bus di Città del Messico: "ho capito subito che quella sensazione di spaesamento mi piaceva di brutto. Quindi ho viaggiato di brutto e fare così tanti DJ set è sempre stata una scusa per vedere posti."La ricerca e i tour vanno di pari passo: "Sono sempre stato quello che se deve andare a suonare da qualche parte ci sta tre o quattro giorni, o anche due settimane. Ma non potevo permettermi di mollare tutto tre mesi e andare a registrare musicisti in Sudafrica. È una cosa che è potuta avvenire in un secondo momento."

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A dare una mazzata a Reset! è un fenomeno mondiale chiamato EDM. Mace lo definisce "un bel playground costruito dagli europei, e poi sono arrivati gli americani a rovinare tutto. Prima c'erano tanti suoni diversi all'interno della stessa scena. I DJ suonavano un po' di tutto, i promoter bookavano una volta l'electro pesantissima e poi la roba rimbalzona. Poi sono arrivate le prime robe progressive, gli svedesi che fondevano l'electro con la trance. Quella roba lì si è mangiata tutta la nostra scena. È cambiato il sound, ma anche il modo di concepire la musica. Dal groove ci si è concentrati sul pestare, dai club ci si è spostata ai festival."

Verso il 2012 a MACE torna quindi la voglia di produrre beat. "Io sono uno che ha bisogno di fare mille robe diverse, un giorno beccai Noyz e finii a produrgli un pezzo, 'Dope Boys'. Ho fatto qualcosa per Clementino, per Gemitaiz, e poi ho scoperto la trap." Ad aprire di nuovo la mente di MACE è Kode9, che suona un sacco di trap strumentale a un DJ set a Club to Club a Torino: "Sono andato completamente in botta. Da quel momento ho capito che volevo fare roba mia da solo, e quella roba lì. Era il suono del futuro, una roba troppo figa che non avevo mai sentito. Poi sai, alle feste che facevamo era tutto un saltare. Questa anche se era roba scura che nessuno conosceva, tutti la ballavano di brutto."

Nel frattempo le chiamate all'estero per Reset! diminuiscono, e con esse anche la spinta a produrre come un collettivo. La festa continua a Milano, fino al 2016, ma a un certo punto si scioglie: "Siamo durati 9 anni. Sono i cicli della musica, ma se quella roba in cui confluisci ti fa cagare e non la vuoi fare allora smetti." MACE continua però a produrre da solo, principalmente pezzi trap che porta in giro con dei tour solisti, ma comincia anche a lavorare come autore per artisti più pop. Tramite un vecchio amico ora manager di Rocco Hunt lavora alla sua "Wake Up", che finisce addirittura al festival di Sanremo.

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"Se la prendi come strumentale, 'Wake Up' era ancora una roba da Reset!, cassa dritta e suono funkettone", ricorda MACE. "Poi il pezzo inizialmente non era costruito così", dice, confermando una cosa detta proprio quell'anno in un'intervista: "Molte volte ho dovuto smussare le mie idee, perché l'artista o i suoi discografici non avevano il coraggio di fare lo step successivo.” Oggi MACE conferma: si trovava spesso a lavorare con artisti dai gusti molto simili a tuoi e scattava una logica creativa interessante, ma poi cominciavano i problemi. Si chiamavano "discografici" e "radio".

MACE racconta: "Io il pop più classico non lo farò mai, ma non è che se uno esce da un talent lo devo etichettare come una roba che non mi interessa. E lavorare con un cantante e non con i soliti rapper è stimolante: per esempio Lorenzo Fragola, con cui ho fatto 'Cemento' e 'Battaglia Navale', è un grande. Poi però ti mettono dei freni: nonostante Spotify le major sono sempre state in scacco delle radio, la cui programmazione fa ancora più schifo delle idee retrograde delle major. E se vogliono costruire un progetto pop l'unico modo per esporlo sono le radio, e quindi hanno ancora più paura a uscire minimamente dal tracciato."

E come uscire allora da questo impasse, nonostante grandi successi come "Pamplona" di Fibra e dei The Giornalisti, "Nero Bali" di Elodie, Michele Bravi e Gué Pequeno? Bé, con la nuova scuola del rap italiano. MACE conosce presto artisti come Sfera Ebbasta e Ghali e li invita in studio prima della loro esplosione: "Quando sento uno che fa una roba che mi piace lo invito e ci becchiamo, è giusto beccarsi tra musicisti anche solo per scambiarsi idee. Quelle erano le prime robe credibili del genere che sentivo rappate in italiano. A parte qualche bomba di Gué, che è stato un precursore, il primo a rappare così bene su quel tipo di beat. Ma lui era già famoso. Questi sono i primi che dal nulla hanno ficcato qualcosa nella testa della gente."

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Tra gli artisti di questa generazione, quello con cui MACE ha sviluppato un rapporto più stretto è IZI, grazie alla sua prima hit: "Chic", co-prodotta con Shablo. "Oggi siamo super amici ma quella è stata la prima volta che ho prodotto un brano a un artista che non conoscevo", mi dice, "Shablo mi aveva fatto sentire delle robe, lui in effetti era bravissimo e quindi l'abbiamo fatto. Ma adesso se non ho un rapporto con l'artista non faccio niente. Mi piace stare qua insieme, passare ore ad ascoltare musica." E questo si vede benissimo nell'ultima grande collaborazione di MACE, quella con un ragazzo di Milano che viveva a Roma e ora è tornato a casa: Venerus.

"Ci siamo conosciuti a Roma", racconta MACE. "Sono andato a trovare Frenetik&Orang3 e in studio c'era lui. Ci siamo presi istantaneamente. Dopo uno suo live a Milano gli avevo dato un paio di consigli e lui era stato super ricettivo, quindi ho capito che avremmo potuto lavorare insieme." MACE passa dieci giorni da lui a Roma, ed è così che nasce "Sindrome". "Gli ho detto che se mai sarebbe tornato a Milano lo avrei voluto a lavorare con me,", continua, "dato che oltretutto lui è anche un ottimo musicista. È l'unico progetto in cui ci prendiamo libertà creativa al 100%. Anzi, certe scelte più sono estreme—sia manipolazione delle voci, strutture nonsense megalibere, suoni strani—più ci piacciono, ed è l'opposto di quello che dicevamo prima sul pop. Se adesso mi chiedessi qual è la roba più bella che ho fatto, ti direi quella che sto facendo con lui."

Oggi MACE è quindi più libero che mai—anche geograficamente, come dimostra il suo lavoro internazionale con MC Bin Laden, sviluppato in Brasile insieme al collega Ckrono, e un periodo passato a sperimentare a Johannesburg. "La nuova scuola ha insegnato che bisogna fare la roba che ti piace per spaccare," mi spiega. "Ora quelli nuovi che stanno arrivando stanno facendo la stessa roba. Però ce li abbiamo già quegli artisti, che senso ha riproporli? C'è pochissima libertà, e poi purtroppo le radio comunque non sono cambiate tanto. Puoi sentire un pezzo rap sulla radio generalista, ma quella realtà fa sempre schifo. Artisti che sono venuti da un percorso estremamente libero si stanno confrontando con i passaggi in radio e va bene, ha senso farlo, ma è un peccato. Secondo me non ce n'è nessun bisogno se un artista ha sempre fatto di testa sua."

E lui lo ha sempre fatto, e sembra che continuerà a farlo.

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