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vita vera

Un Mucchio di casini

Federico Guglielmi intona il de profundis dell’editoria musicale italiana.

di Valerio Mattioli
26 aprile 2013, 7:11am

Da qualche settimana, negli stessi giorni in cui le ben note traversie istituzionali tenevano avvinta la stampa di casa nostra, un altro psicodramma scuoteva talune isole marginali (va bene: marginalissime) dell’editoria italiana: le sorti del mensile musicale Il Mucchio, a seguito della dipartita di alcune sue firme di punta. In particolar modo la firma più importante di tutte, quella di Federico Guglielmi, ha annunciato il suo abbandono nemmeno due settimane fa, provocando una specie di cataclisma online di cui vi dirò a breve; se intanto non sapete chi è Federico Guglielmi, rimando alla sua pagina su Wikipedia. Se invece non avete idea di cosa sia il Mucchio (o meglio Il Mucchio Selvaggio, dal film di Peckinpah), mi limito a ricordare che si tratta di una delle più longeve testate musicali nostrane, il cui primo numero risale all’ottobre 1977.

L’editoria musicale italiana è un mondo parallelo le cui vicende raramente interessano chi da quel mondo sta (per sua fortuna?) fuori; è per giunta un mondo piccolo, piccolissimo addirittura, e parlo proprio di copie vendute e numero di lettori, tolte le eccezioni di XL e Rolling Stone, che però rispondono al profilo della rivista musicale solo in parte. Eppure quei lettori, per quanto pochi, sono capaci di sentimenti per nulla plebei, secondo una gamma che va dal semplice affetto parafiliale alla più cieca devozione. Sono proprio loro, i lettori (più che i giornalisti, professionisti o meno che siano) a fare dell’universo delle riviste musicali italiane una sottocultura vera e propria, coi suoi riti, i suoi idoli e i suoi cliché, le sue sette (agguerritissime, tra l’altro) e i suoi feticci intoccabili. Da questo punto di vista, la dipartita di Guglielmi dal Mucchio non rappresenta semplicemente un cambio di organigramma le cui conseguenze restano affare della direzione del giornale. No, per i fan è stato come assistere all’inatteso, lacerante divorzio (la metafora è di Guglielmi stesso, vedi oltre) di due genitori i cui destini sembravano legati per l’eternità. Inevitabilmente, la cosa si è tradotta in una lunghissima sequela di polemiche, accuse reciproche e osservatori che parteggiano chi per una parte chi per l’altra, tutto bellamente riversato sul web, in una specie di seduta terapeutica collettiva per avatar incazzati e orfani delusi.

Non è roba da prendere alla leggera: il mondo delle riviste musicali italiane lo conosco perché a suo tempo ne fui un discreto lettore e poi col tempo su un paio di queste riviste ho finito pure per scriverci, e vi assicuro che per certa gente presentarsi con una copia sottobraccio del Mucchio anziché di Rumore, o di Blow Up anziché di Rockerilla, fa veramente tanta differenza. Nei casi più estremi (qualcuno direbbe patologici), acquistare una testata piuttosto che un’altra non è solo faccenda di gusti o inclinazioni personali: è una dichiarazione di intenti, o meglio ancora un segno di riconoscimento tribale. Perlomeno era così prima. Perché ecco, questa sottocultura pittoresca e un po’ negletta va ineluttabilmente estinguendosi, impallinata dal fuoco incrociato della concorrenza online, della crisi di settore, e del calo degli introiti pubblicitari. Non bastasse, a seguire le testate di cui sopra sono rimasti praticamente solo i vecchi: pochissimi giovani acquistano ancora riviste di carta, figuriamoci poi se di argomento musicale. Viene da pensare che se anche questa sottocultura riuscisse a sopravvivere alla crisi dell’editoria, a darle il colpo di grazia ci penserebbero comunque le assai più prosaiche questioni anagrafiche. Ma non anticipiamo i tempi.

Visto il contesto, capite bene che l’uscita di Federico Guglielmi dalla testata di cui rappresentava la firma più prestigiosa assume giocoforza il valore simbolico della fine di un’era: non tanto (o non solo) per Il Mucchio, quanto più in generale per quel modo lì di… boh, vogliamo dire di “vivere la musica”? Ho quindi pensato che sarebbe stato interessante chiacchierare con Guglielmi in persona del lento tramonto di una sottotrama che ha attraversato tre decenni buoni di editoria “ai margini”. Dei motivi che lo hanno spinto ad abbandonare il mensile nato nel lontano 1977 non si è parlato (lo farà lui a tempo debito, suppongo). Per il resto, ecco cosa ne è venuto fuori:

VICE: Suppongo che tu abbia seguito le polemiche seguite all’annuncio della tua uscita dal Mucchio, se non altro perché il tuo stesso blog è stato più o meno preso d’assalto. Ti aspettavi reazioni tanto accorate? Il tono medio dei commenti è “un pezzo della mia vita che se ne va”…
Federico Guglielmi:
Sì, le ho seguite ma essendo una persona sobria cerco di evitare polemiche di sorta. Ovviamente capisco chi ha il dente avvelenato, capisco i lettori che possono sentirsi spaesati, capisco la gente che si incazza per la chiusura del Forum [il sito del Mucchio ospitava un frequentatissimo forum, rifugio d’elezione per i mucchiofili e seguito principalmente dallo stesso Guglielmi, adesso ufficialmente chiuso in attesa di aggiornamenti tecnici]; ma i toni da ultrà non mi piacciono, quindi lascio correre. Ora come ora sto semplicemente cercando di ricostruirmi una posizione, più che professionale, personale. Andarmene dal Mucchio è stato come un divorzio: gli dedicavo 12 ore al giorno tutti i giorni, era la prima cosa a cui pensavo una volta sveglio, quindi capisci che non è facile, ecco.

È comunque incredibile la partigianeria che questa semplice comunicazione “tecnica” (una firma, per quanto importante, che semplicemente “se ne va”) ha scatenato tra i lettori. Ho riletto un po’ di commenti e si tratta di reazioni così emotive…
Ma vedi, il Mucchio è una rivista verso la quale i lettori hanno sviluppato un fortissimo senso di attaccamento, di immedesimazione direi. In 35 anni di storia sono successe tante cose, ma c’è sempre stato uno zoccolo duro che ha accompagnato le vicende del giornale, direi fin dagli anni Ottanta. Credo sia normale che questo zoccolo duro abbia reagito male agli sviluppi degli ultimi mesi: voglio dire, quasi tutte le firme storiche se ne sono andate, Bertoncelli, Eddy Cilìa, Carlo Bordone… e poi io. Nel frattempo anche il linguaggio della rivista è cambiato, l’approccio è cambiato, e se ci metti le dipartite dei collaboratori il minimo è che i lettori si siano sentiti spiazzati. Traditi, anche.

Tu dici che tra il Mucchio e i propri lettori c’è sempre stato un rapporto di forte immedesimazione, ma questa è una cosa che estenderei anche alle altre testate. Mi ricordo che quando cominciai a comprare riviste musicali, diciamo alla metà degli anni Novanta, a ciascuna rivista corrispondevapiù che un pubblicouna specie di implicita sfera filosofico-identitaria. Va bene, c’era il Mucchio che all’epoca era la rivista “rock”; Rumore che era quella alternative; Dynamo che era più punk; Rockerilla che non sapevo bene come inquadrare; e poi arrivò Blow Up, che era la rivista “intellettuale”. Ciascuna di queste riviste si rivolgeva a una fazione immancabilmente in lotta con quella a lei più prossima, e insomma, finché sono i direttori a scornarsi ha anche senso, sai com’è, la concorrenza e così via… Quello che però era interessante, era proprio il conflitto tra lettori. Questo atteggiamento messianico, militante, il cui atto di fede si traduceva nell’andare in edicola e comprare una rivista anziché un’altra…
Capisco quello che dici, ma a parte Il Mucchio lo applicherei al solo Blow Up, che è un altro giornale in cui gioca tantissimo il rapporto col pubblico—e parlo proprio di cose banali come la rubrica della posta, la corrispondenza coi lettori e così via. Forse anche Rumore agli inizi (parliamo dei primi anni Novanta) poteva vantare un seguito di questo tipo, anche perché—oltre ad essersi scelta un nome fichissimo—era la rivista della grande rivoluzione alternative, era una cosa nuova, fresca… Ma poi questo rapporto l’ha un po’ perso, devo dire. Dynamo era una rivista che mi piaceva tantissimo, peccato che finì presto. E per tornare al Mucchio, che per forza di cose è l’esempio che conosco meglio, a rendere la rivista tanto speciale era proprio l’idea che a tenerci assieme—lettori e giornalisti, intendo—c’era questa… “cultura rock”, no? Che però non era solo musica. Era anzi l’idea che se ti piaceva un certo tipo di musica magari ti potevano piacere anche certi film, o certi libri, o certi fumetti…

Sì, in effetti una cosa che non ho mai capito è perché le riviste musicali italiane quasi mai siano riviste solo musicali. A un certo punto compare sempre la rubrica del cinema, quella dei libri e così via.
Ma non puoi negare che quel tipo di cultura—la “cultura rock” di cui parlo—esista. Basta vedere certi film, o certe serie tv, dove magari ti trovi a recitare, che ne so, i Sonic Youth… I legami ci sono, suvvia. È pieno di intrecci di questo tipo.

Sì, è una lettura che capisco e che non nego possa aver avuto una sua validità; mi chiedo però quanto questo tipo di lettural’idea insomma che esista una cultura rockcorrisponda ancora alla contemporaneità, se insomma sia valida oggi…
Ecco, magari quello no, su questo siamo d’accordo. Io sono assolutamente convinto che, per tornare alle riviste musicali, la stragrande maggioranza delle persone che ancora le comprano sia composta in larghissima parte da “anziani” che queste riviste le leggono dagli anni Ottanta e Novanta, e che fosse per loro continuerebbero a leggerle in eterno, fregandosene di internet e di tutto il resto. I ventenni di oggi… sì, magari ogni tanto trovi il bastian contrario che ha deciso di ascoltare la musica solo in vinile e che non si scarica gli mp3, e che ancora va in edicola a comprarsi Blow Up. Ma la maggior parte in edicola non ci va proprio, quindi perché preoccuparsi di loro? A questo punto mi interessano di più i vecchi, no? Tanto ormai siamo come dei dinosauri, tanto vale concentrarsi sui pochi che ti sono rimasti fedeli.

Diosanto che panorama triste. Ma ecco, arrivati a questo punto ti chiedo: cosa pensi che rimarrà di questo fenomeno per come si è sviluppato negli ultimi, diciamo, trent’anni? Parlo proprio a livello culturale… Le riviste di cui parliamo avranno lasciato un’eredità o qualcosa, no?
Rimarranno le testimonianze dell’epoca, ecco tutto. Gli scritti, gli articoli, le pagine prodotte. Che magari, non lo nego, resisteranno meglio di tante cose volanti che trovi su internet, e che scompaiono nel nulla appena un server va giù. E poi la parabola dell’editoria musicale italiana ha inciso a livello intimo, biografico, su molte delle persone che a queste riviste si sono rivolte negli anni. Sai la gente che incontro mi dice “quel disco che mi hai fatto scoprire, mi ha cambiato la vita”… Ecco, magari tu hai scritto un articolo, una recensione o quello che è, e quello ha cambiato la prospettiva di vita di una persona. Non è poco. C’è anche gente che mi dice che leggere una vecchia recensione di un disco gli provoca più piacere che non riascoltare il disco stesso. Sono casi un po’ particolari, ma rende l’idea.

Senti, passiamo un po’ dall’altra parte e parliamo invece dei giornalisti musicali…
Ossignore…

Perché nel corso del tempo un po’ ne ho incrociati, e devo dire che è notevole la quantità di gente bizzarra che a tale categoria fa riferimento.
Io sono uno di quelli normali, ci tengo a dirlo.

Va bene, ma converrai che è pieno di tipi strani. Molti di loro tradiscono gerarchie e scale di valori completamente alterate rispetto ai canoni della “vita reale”. Hai presente quelli che la prima cosa che ti dicono quando li incontri è “io scrivo per la rivista X”, come se questo conferisse loro qualche inappellabile autorità?
Sì, per certa gente c’è sempre stata un’inspiegabile sopravvalutazione della figura del giornalista musicale… Anche perché parliamo pur sempre di riviste che vendono poche migliaia di copie, non certo di grandi potenze dell’industria editoriale. Io per dirti ho il problema opposto: c’è gente che nemmeno conosco che però mi odia perché sono “famoso”, altri che al contrario pendono dalle mie labbra qualsiasi cosa scriva, quelli che addirittura mi chiedono l’autografo… Ti trattano praticamente come un divo, il che è bizzarro per un mondo tanto piccolo.

Magari non sanno o non capiscono che è così piccolo… Ci sono anche quelli che ti dicono di scrivere per la rivista Y ma poi scopri che non è nemmeno vero, che è un po’ una variante del complesso “da grande voglio fare l’astronauta”… solo che appunto, al posto di andare sulla Luna scrivi per una manciata di superstiti in via d’estinzione.
Ma sai, vale un po’ il solito discorso, quello di poter andare in giro a dire “io scrivo su un giornale”. Lo farebbero pure gratis, e anzi già lo fanno. Per dirti, per anni mi sono occupato della selezione dei giornalisti per il Mucchio: arrivavano i curricula, le letterine di presentazione, e poi si chiudevano con la frase “ovviamente non pretendo alcun compenso”. Ma come ovviamente? Ma almeno glissa, almeno evita di dirlo! Ci mancava solo che ti pagassero loro per poter scrivere! Io mi chiedo: ma perché? Insomma, le riviste vendono pochissimo, per essere pagato devi stare col mitra puntato, e se vuoi che qualcuno ti legga… be’, di sicuro con la Rete puoi raggiungere molta più gente (senza contare che puoi pure scrivere quello che ti pare).

Sì, ma se prendi per esempio le webzine, che in teoria sono quelle che dovrebbero sostituire la vecchia stampa di settore… Insomma, è vero che potenzialmente potrebbero raggiungere un pubblico molto più vasto di qualsiasi rivista cartacea. E però il giornale “vero” resta il sogno inconfessato, l’ambizione ultima di tanti collaboratori delle stesse webzine.
È senz’altro vero che tante riviste vengono mitizzate prima ancora che lette. O messa in altri termini: tutti vogliono scrivere, e quasi nessuno legge.

È un altro mondo curioso, quello delle webzine italiane, anche quello coi suoi valori alterati e le sue dinamiche di dissociazione dalla realtà. Ho visto che hai cominciato una collaborazione con ondarock.it e devo dire che vedere il tuo nome lì sopra mi ha fatto un effetto strano.
Mah, se vuoi è un po’ il segno dei tempi. Dopotutto, mi trovo nel paradosso che c’è un sacco di gente che sa che c’è un tizio chiamato Federico Guglielmi che si è sempre occupato di musica, ma che letteralmente non mi ha mai letto. Per il semplice motivo che scrivevo su carta.

C’è anche il fatto che il web musicale italiano ha un padre nobilediciamo così“interessante”. Un altro di quei casi bizzarri di cui parlavamo prima. Ovviamente sto parlando di Piero Scaruffi.
O madonna…

[Digressione extra-intervista per spiegare chi è Piero Scaruffi ai pochi che non lo conoscono: Scaruffi è autore di una controversa Storia del Rock in più volumi, stampata originariamente dall’editore Arcana. Nel 1995, e quindi in tempi se non altro pioneristici, inaugurò il sito scaruffi.com dove riversò, liberamente consultabili, i materiali originariamente contenuti nell’edizione cartacea dell’opera. Di fatto, all’alba dell’era internettiana, chiunque in Italia cercasse materiali musicali in Rete, prima o poi si imbatteva in lui—cosa che ha avuto una certa influenza su chi poi, sempre in Rete, ha cominciato anche a scriverci. Scaruffi è molto famoso per le sue stroncature di mostri sacri come Beatles o Bowie, ma il vero dato interessante della sua figura è l’approccio alla scrittura: drastico, lapidario, più assertivo di un comunicato delle BR; e al tempo stesso roboante, iperaggettivato, quando non direttamente apocalittico. Per capirci, Scaruffi è un tipo capace di trasformare una graziosa canzoncina pop come "Waterloo Sunset" dei Kinks in una drammatica “storia di due innamorati che riescono a essere felici anche in mezzo allo squallore”].

Be’, sarebbe interessante studiare l’impatto che Scaruffi ha avuto sulle generazioni di aspiranti webgiornalisti musicali italiani. È un’altra storia minore il cui lascito sarà materia per futuri archeologi delle sotto-sottoculture anni Duemila, o per studiosi dei linguaggi delle nicchie all’alba dell’Era della Rete. Mi ricordo che, almeno una volta, sulla stessa ondarock.it era pieno di suoi cloni. Gente che scriveva “l’ultimo album dei [gruppo a caso] è l’aberrante affresco del degrado in cui si eclissa l’uomo disumanizzato alle prese con la civiltà delle barbarie,” o cose del genere. Ha creato un filone.
Più che altro ha creato dei mostri. Non nego che in Rete sia stato tra i primi, e che se si va sul suo sito si possano trovare anche cose molto articolate, specie sui gruppi più underground. È stato senz’altro una fonte di conoscenza per tante persone, ed è vero: gli scaruffiani esistono e sono un fenomeno con cui, diciamo così, bisogna fare i conti. Per loro Scaruffi è praticamente un dio.

Un’altra setta, appunto. Che è quello da cui siamo partiti prima. Comunque, per chiudere: io penso che, in un modo o nell’altro, le riviste musicali su carta continueranno ad esistere. Resisteranno e saranno una cosa bella e interessante, ma irrimediabilmente diversa da quello che furono in passato. Mi immagino il loro futuro come… non so, come le riviste di giardinaggio: una cosa di ultranicchia dedicata ad appassionati devoti e addetti del settore, magari anche vecchi, come dici tu. Che ne pensi?
Oddio, mi fai pensare che c’è una rivista di floricultura, non mi ricordo il nome… Be’, questa rivista tira qualcosa come 60.000 copie! Ed è anche parecchio letta, a quanto capisco. Come prospettiva non sarebbe mica male.