Il cast di The Get Down
La vecchia scuola del Bronx ha segnato una delle epoche più dense e idealizzate nella storia della musica pop, un po’ come la Summer Of Love del ’68 o i rave degli anni Novanta: momenti in cui l’innocenza e la rabbia giovanile, uniti alla passione e alla volontà di cambiamento hanno rivoluzionato i vecchi schemi che andavano sorpassati. Un giro di boa per la storia della musica.
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Lo scorso fine settimana Netflix ha messo in moto un altro prodotto di cui molti si sono già appassionati, ovvero i primi sei capitoli della tanto attesa serie The Get Down, che racconta l’era delle feste clandestine del Bronx negli anni Settanta, il momento in cui nacque l’hip-hop. In maniera collaterale, il racconto tocca anche il contesto di povertà e abbandono estremo che gli abitanti di quel quartiere hanno vissuto. Si tratta di una serie leggera, ben strutturata, attenta al dettaglio e onestamente improntata al racconto storico, anche se certe volte risulta un po’ stucchevole e per questo è comprensibile che non sia pane per tutti i denti.
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Per chi non avesse ancora visto la serie di Baz Luhrmann, tenterò di limitare gli spoiler, ma una piccola precisazione è necessaria, quindi se volete chiudete gli occhi. Gran parte del primo capitolo della serie ruota attorno a un disco e all’odissea dei protagonisti per trovarlo: si parla di come passa di mano in mano, del suo concreto valore, come se fosse una sacca piena di monete d’oro. In realtà il disco di cui si parla non esiste davvero, ma esemplifica uno dei miti fondazionali della vecchia scuola del Bronx: la vita segreta dei dischi, il loro contrabbando, il loro valore “di strada”. Allora, un DJ si dimostrava migliore degli altri non solo perché suonava meglio, ma anche per i dischi in suo possesso. Capitava che i DJ andassero per giorni in cerca delle copie di una traccia per poterle distruggere, in modo da avere l’esclusiva su quel pezzo. Un altro modo di procedere comune era rovinare le etichette dei dischi cosicché nessuno ne potesse conoscere il contenuto. Le informazioni riguardanti le canzoni, le label, l’anno e l’artista passavano di bocca in bocca come un antico rituale di iniziazione.
In questi dischi “pirata” c’erano i semi della cultura musicale che si sarebbe sviluppata nei successivi venti o trent’anni, anche perché attorno ad essi nacquero le tecniche di sampling sulle quali si sviluppò la cultura hip hop. Oggi abbiamo tutta la musica del mondo a disposizione, o quasi, per cui riassumere in un solo post una parte della musica che ai tempi era considerata oro colato diventa un piacere, oltre che un dovere documentaristico. Qui sotto trovate una lista contenente alcune delle sonorità più caratteristiche di quell’epoca—ci sono brani che, nel tempo, avrebbero fornito all’hip hop i suoi sample più fortunati, ma anche alcune tracce che sono andate quasi dimenticate.
A compilare questa lista grande Maestro di queste sonorità, Mr. Afrika Bambaataa—che al momento soffre di un calo di popolarità per via delle accuse di molestie risalenti agli anni Ottanta—e ci mise tutte quelle che, secondo lui, furono le tracce più importanti per il circuito di feste clandestine del Bronx negli anni Settanta. La lista uscì originariamente nel numero di agosto del 1988 della rivista inglese Blues & Soul. Ecco quindi i 55 breakbeat che hanno fatto la storia e hanno contribuito alla nascita dell’hip hop.
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