Come vi avevamo già anticipato, il nostro collaboratore Federico Tixi è andato a spassarsela al Primavera Sound di Barcellona e ci ha scritto un breve report. Dopo il salto, i racconti delle sue scorribande e le foto della nostra Bea De Giacomo che si era stufata di fotografare gente tutta fatta e si è messa a scattare fantasie floreali.
Comincio dicendo che ho visto i Superchunk, che era la cosa che mi premeva di più dall’inizio: ora posso morire soddisfatto, spero il più tardi possibile. I 4 americani hanno fatto il concertone, e hanno pure ospitato quel matto di Tim Harrington dei les Savy fav a cantare Precision Auto, quindi evento doppio, non so se mi spiego. Per il resto, forse, dal festival in sé mi aspettavo di più: niente di particolarmente memorabile (una volta saltati i Seefeel, e soffro ancora adesso, rimanevano Psychic Paramount, Tortoise, Wilco, Michael Rother & Friends – col tenero Steve Shelley che manco riusciva a tenere il tempo – e i Liquid Liquid che sono più attuali di gruppi molto più recenti), qualche sorpresa (Chrome Hoof, che spettacolo) e TROPPO indie rock (quello brutto che va di moda adesso, non quello bello di 15 anni fa). Ma davvero, che qualcuno lo abolisca dai music store, dalle tv, dalle radio. Che poi gli stessi Pixies sembravano una coverband da pub che suonava per le birre gratis – e solo per quelle – ed erano pessimi pure i Broken Social Scene e le loro frichettonate da ragazzine che leggono Pitchfork e si vestono a fiori. Ecco, se proprio devo ricordare questa edizione del festival sarà per le signorine con i vestiti a fiori, per i TROPPI baffi (fortunatamente non addosso alle suddette ma sulle brutte faccie di hipster d’ultim’ora) e per i cappelli di paglia. Oltre che per i Superchunk. Anzi, ora che ci penso lo ricorderò anche come il festival in cui mi hanno negato il photopass perché la mia macchina Lomo non era un professional kit, quindi non sono riuscito a scattare neanche una foto decente, per non parlare dei 13543 tipi di professional pass diversi ognuno dei quali dava agevolazioni diverse: chi poteva entrare in un’area, chi no, chi beveva e mangiava gratis e chi non poteva neanche quasi fare la pipì nei cessi chimici. Che poi se mi si permette un appunto, non è una scelta molto intelligente fare una timetable del genere, dove i Mission of Burma suonano contemporaneamente ai Pavement (e qualsiasi persona sana di mente sceglierà i primi), gli Yo la Tengo (sottoforma di Condo Fucks) insieme ai Beak> e Spoon, Built To Spill (spettacolo) in contemporanea con i Charlatans. Evitateci gruppi insulsi come The Drums, Cocorosie, Crocodiles, Matt & Kim, Dum Dum Girls, ecc, e fateci godere di tutti quelli per cui valga la pena senza costringerci a fare scelte alla “preferisci la mamma o il papà?”. È una violenza, altro che programma variegato. L’anno prossimo non so se ci tornerò (un po’ perché queste sovrapposizioni mi hanno psicologicamente provato, un po’ perché non ho più il fisico). Anzi, qui lo dico e qui lo nego, ci vado solo se si riformano gli Smiths. E devono evitare di sovrapporli a qualcos’altro che mi interessa. Grazie. Qui sotto invece, godetevi le foto floreali di Bea De Giacomo che pure lei si è scroccata il festival grazie a Vice.
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