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Sono stato in Drilliguria con Bresh

Siamo andati a trovare uno dei rapper genovesi più promettenti nella sua città e ci siamo fatti raccontare la sua storia tra un mare di luci a un concerto e ringhiere scavalcate.
01 marzo 2017, 12:16pm

Il primo pezzo di Bresh che ho sentito è stato "Gaston". La base, quella di "I Won" di Future e Kanye West, è una delle migliori produzioni di Metro Boomin—un pianoforte ridotto all'osso e qualche ondata di synthoni, nulla di più. Nell'originale, i due rapper si vantano delle loro tipe-trofeo in un video luccicante, in bianco e nero, su una spiaggia al tramonto. Nella sua versione, Bresh ha come unico trofeo il rispetto per sé stesso e per gli altri.

"Non sono mai stato lontano da te / Vivo come tutti pensando un po' a me / Ripenso ai percorsi che ho preso da prima / Salgo su una scala e guardo la mia vita," comincia. Parla della tipa che non ha—il contrario di un vanto—e dice di aver mandato consciamente via molte di quelle che ha avuto. La testa è bassa, ma gli occhi hanno uno sguardo vitreo e concentrato: "Cosa credi che ne sappiano / Di quanto mi sbatto io / Lascio che 'sti cani abbaino / Il padrone sono io."

Il video è candido, genuino: comincia nell'appartamento che Bresh condivide con Rkomi, Tedua e Sonny Willa, luogo di incontro e ritrovo anche per gli altri ragazzi di Wild Bandana e Zona 4 Gang. Insieme ridacchiano e mangiano una pasta non proprio invitante, versandoci sopra dei piselli da una scatoletta. Il clip raggiunge il suo culmine di fronte all'aeroporto di Linate, coperto da un cielo nero attraversato dalla luce di un aereo. Un gesto di affetto nei confronti di Milano, dove ha cominciato a vivere partendo dalla sua Bogliasco, primo paese a levante accanto a Genova.

Ed è a Genova che arrivo nel primo pomeriggio di un venerdì di febbraio, uscendo al casello di Nervi. Mi trovo di fronte le case di Colle degli Ometti, rivolte al mare, e un vento gelido entra dal mio finestrino. Le mie uniche esperienze genovesi fino a quel punto avevano compreso una gita all'Acquario da piccolo, un paio di traghetti presi al porto e un concerto di Morrissey. Non avevo mai davvero esplorato quelle strade: non potevo immaginare quanto contorte e affascinanti potessero rivelarsi. Passo a prendere Bresh, e insieme ci dirigiamo verso casa di suoi amici nel quartiere di Lagaccio. Lì avremmo messo su una chiavetta le basi dei suoi pezzi per poi andare verso il locale dove, la sera, si sarebbe esibito con Tedua, Vaz Tè, Disme e Young Slash.

Avevo incontrato Bresh per la prima volta a novembre 2016, a Calvairate, nel bar dove Rkomi ha girato il video di "Oh Mama." Ci stavamo trovando lì per una sorta di pre-intervista: non voleva farne immediatamente una, mi diceva, "per evitare di fare il passo più lungo della gamba." Abbiamo bevuto un paio di birre e poi siamo saliti a casa sua, lì a due passi, per ascoltare un po' di musica. L'impressione che ho avuto, e che ho tuttora, è che sia una persona genuina ma al contempo molto cauta nel presentarsi al mondo—la stessa che ricavavo dai suoi pezzi prima di parlarci di persona.

A Lagaccio restiamo a chiacchierare per un po' in casa di suoi amici, anche loro rapper e musicisti, Inzy, Samuel e Dennis. Mi presentano la loro nonna, una vecchietta dominicana adorabile che non parla una parola d'italiano, e mi offrono focaccia e birra. Continuiamo la conversazione a un parchetto di quartiere, e ci arriviamo scavalcando un paio di ringhiere. Tra l'ingorgo di case e gli alberi secchi di Lagaccio, il mare fa capolino sullo sfondo.

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Bresh, dicevamo, ha molta cura della sua immagine. Durante i due giorni che abbiamo passato assieme, mi dirà spesso quale, secondo lui, dovrebbe essere il punto della sua persona—anche a intervista finita, più volte. Lo potremmo riassumere in una semplice frase che usa in "Prestigio": "Non giudicare un libro dalla copertina."

"Bogliasco è un paese di cinquemila anime, dove la gente non sta male. La mia famiglia è una famiglia standard, siamo gente che ha usato le mani per costruirsi le cose. Mio padre è di Dinegro, un quartiere di lavoratori, ha fatto il portuale per trent'anni e mi ha insegnato il senso del valore e del denaro," mi spiega; "Crescendo, dal momento in cui ti rendi conto che c'è una certa discriminazione nei confronti di chi viene da fuori, ti scatta qualcosa dentro." Come esempio di momento-illuminazione mi porta le partite di calcio: i ragazzi del centro venivano a giocare, e i suoi amici più grandi iniziavano a sfotterli. "Ma cosa? Anch'io sono uno di loro quando vado in centro a far casino, anche se abito a Bogliasco. Il mondo è terra di tutti, il suolo è pubblico."

E ancora: "Io sono un ragazzo che ha vissuto la strada come tutti. Ho tutti amici dei quartieri, delle zone più periferiche di Genova, di ponente: mi rendo conto dove sono nato io, dei miei privilegi e delle mie fortune, e da dove sono partiti loro. Quello che voglio fare è creare una giuntura tra queste due voci, essere obiettivo, elevarmi un attimo, che è quello che voglio esprimere dicendo 'Salgo su una scala e guardo la mia vita'. Vengo da qua ma non ci sono più perché ho trovato dell'altro. Ho trovato anime laddove le anime non me le volevano far vedere. Sono un ragazzo di provincia che non vede la periferia come una persona di provincia. Ho voglia di far emergere tutti. Dire alla gente di dove sono nato che non è così, la vita non è in quella bolla di cinquemila anime e di benestare."

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A quest'idea, Bresh ci arriva intorno ai quattordici anni; la stessa età in cui si rende conto dell'esistenza del rap. Ci arriva scrivendo "hip hop" su YouTube ed eMule e guardando e scaricando quello che veniva fuori, fino all'arrivo di Fabri Fibra. "L'ho conosciuto con Tradimento, avevo dieci anni quando è uscito, e per me è stato subito il top, il capostipite." E nelle sue primissime cose al microfono, contenute in un tape registrato assieme all'amico Gughi P, oggi trasferito a Torino, lo dice chiaramente: "Son solo turbe giovanili, mi direbbe Fibra", rappa in "Sarà l'età", per giustificare le sue introspezioni adolescenziali: "Trovo persino che il dolore sia una buona arma / Per riuscire a isolarmi, e a zittire chi parla."

Quel mixtape, Cambiamenti, Bresh e Gughi lo registrano allo Studio Ostile—"il polmone della scena", lo chiama Bresh. "Tutti i ragazzi dalle varie parti della città si riuniscono lì a fare rap, "mi dice, spiegandomi come ha iniziato a conoscere i ragazzi con cui oggi condivide la carriera; "Durante le sessioni di studio pomeridiane ci si conosce, ci si capisce, e data l'unione che c'è tra tutti noi in questo momento sono convinto che il lato personale e umano sia stato fondamentale nell'averci resi quelli che siamo. Io da Bogliasco, Vaz Tè da Palmaro, Tedua e Izi da Cogoleto, Disme da La Spezia, Nader da Molassana, lì ci siamo conosciuti e siamo subito diventati quasi una compagnia."

Quando gli chiedo se nei suoi anni formativi ha avuto un mentore, inizialmente Bresh trova un'origine geografica alla sua educazione creativa: "Se parlo di natura nei miei testi, se ho questo fascino per le Ande e per l'Himalaya, è perché sono nato qua. A Lagaccio cresci mangiandoti il cemento, ma alzi lo sguardo e vedi l'acqua. La percepisci, la puoi toccare." Ma è anche veloce a identificare il capostipite del rap genovese contemporaneo, un ragazzo che non tutta Italia conosce ma tra le sue strade è leggenda: Nader Shah, solista dopo l'esperienza degli Ultimi AED. "Ci ha insegnato a rappare," dice Bresh, spiegandomi il suo ruolo primordiale nel portare la trap a Genova e creare una logica di collaborazione e supporto reciproci; "Nader ci ha raccolti, è un punto cardine."

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Allo Studio Ostile nasce anche il primo tape solista di Bresh, Cosa vogliamo fare. È curioso sentirlo oggi e cercare al suo interno il filo rosso che lo connette ai suoi pezzi recenti. Secondo Bresh il pezzo che ci porta qua, a parlare su questa panchina, è "Viaggi": "Voglio andare in Norvegia sui Fiordi / A Yellowstone con gli orsi / In Africa sul letto del fiume con gli elefanti morti", cantava allora. "Quello che ha accomunato noi ragazzi è stato proprio questo, il viaggio", mi spiega. "Ognuno poi lo ha declinato nel suo stile, ma ognuno di noi—io, Tedua, Mirko, Nader, Vaz Tè—parla di un suo personale viaggio." Com'è naturale che sia, Bresh guarda ai suoi primi lavori con il sorriso, ma senza idealizzarli: "Avere fatto uscire due mixtape a diciassette anni resta una soddisfazione. Non è tutta roba bruttissima, ma c'era una certa timidezza artistica e interiore."

Finito l'istituto professionale, a diciannove anni, Bresh lascia casa dei suoi e si trasferisce a Milano. "Ho sempre detto ai miei che volevo vivere da solo fin da quando ne avevo quattordici," mi spiega. "Ho sempre avuto voglia di indipendenza. Sono un vecchio giovane, non un giovane vecchio." Prima di partire, però, pubblica un ultimo pezzo per cementare le sue origini, la sua identità: "Genovesi", assieme proprio a Nader. "Uomini complessi come i limiti / Mollaci su questo divano a parlare / Che posso scoprire tante cose di me / Quante ne vedo di te," rappava Bresh, anticipando la struttura dialogica alla base di "Gaston".

Arrivato a Milano, Bresh si mette subito a lavorare. "Ho fatto il commesso in un negozio di scarpe in centro, ho venduto sconti per palestre in giro per la strada, sono andato a fare l'aiutante in cucina e al Market Sound a vendere panini," spiega. È in questo periodo che esce "Gaston", seguita a breve giro da "Baghera" e "Prestigio".

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"Baghera" è un pezzo che definire inusuale è poco, principalmente a livello sonoro: la sua base è "Sky and Sand" di Paul Kalkbrenner. Sugli strati di synth del produttore tedesco, Bresh intavola un discorso contenente i punti cardinali del suo rappare e della sua identità. L'apertura al mondo, innanzitutto: "Non è il genere che mi ascolto che mi fa sentire figo è ciò che percepisco," dice, affermando l'inutilità dei purismi già contenuta nella scelta della strumentale. Poi, la tolleranza e l'unione: "Siamo i ragazzi che non sanno che l'Italia per unirsi ha usato la lupara / Che il nord è il nord e che poi tu voglia o no si chiama sempre Italia."

Quando gli chiedo di parlarmi di quest'ultima frase, riferimento sociale/politico decisamente inusuale se consideriamo i testi della nuova scuola italiana, Bresh mi risponde con orgoglio: "Sono cose imprescindibili da dire. Se ci credi, ovviamente. La denuncia sociale fa parte di me, già dai tempi in cui ascoltavo Fibra. L'Italia è in un periodo di confusione, e nessuno sa da che parte buttarsi. Vedo neofascisti tali solo perché sono stati pescati nell'età della ribellione violenta. Io ho avuto fortuna di avere un nonno partigiano, e quindi non potevo che crescere con certe idee. Io sono per Genova come città medaglia d'oro alla resistenza. Vaffanculo all'estrema destra."

Baghera sarà anche il titolo del primo tape di Bresh, al momento in lavorazione. "Baghera rappresenta un animale forte, deciso, convinto, grintoso, carnivoro," mi spiega. "O attacca o attacca, però allo stesso tempo non ha la potenza di un branco di leoni, non ha la forza della tigre. È un animale saggio, che sta per le sue. È un animale più riflessivo." Nei dubbi e nelle constatazioni dolceamare che animano il testo di "Baghera", Bresh trova conforto nella figura dell'animale, come una nuova forza che lo ricongiunge al senso del tutto, alle radici dell'essere umano: "Non ci rimane che sperare di incarnarci dentro un animale totem come la pantera / O di volare sopra l'Himalaya al freddo come l'oca indiana / Com'è fresca l'aria, si è già fatta sera / Ci rimane solo cielo e ghiaia, cielo e ghiaia."

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"Prestigio" ruota attorno a due concetti fondamentali: il futuro fantasticato, la coscienza del presente. "La vita da padre non è poca cosa," immagina Bresh, parlando di una sua futura figlia che immagina bellissima e già portatagli via dal ragazzetto stronzo di turno—in cui, in un gioco temporale, si immedesima. Ma il presente è fatto di indipendenza e pochi soldi, di una strada da percorrere tra "furti all'Esselunga con la fissa del mangiare", applicando grandi valori al proprio operato sapendo però quanto possano risultare effimeri, sempre orgogliosi delle proprie origini ma nel rispetto dell'umiltà di quelle altrui: "Ma non so bene se ci vado in pari / A destra campo rom, sinistra popolari / Come fai a vivere se non ci nasci / Siamo Robin Hood ma con i cellulari".

Dopo un'oretta, dobbiamo lasciare Lagaccio e dirigerci verso il locale dove, la sera, Bresh si sarebbe esibito. Lì lo lascio, accanto alla roulotte adibita a backstage a fianco dell'uscita dal palco. Lo avrei rivisto qualche ora più tardi, di fronte a un mare di cellulari accesi, mentre cantava "Gaston". Aver visto i rapper liguri in mezzo alla loro gente, devo dire, è stata un'esperienza illuminante. Credo che la qualità principale della loro scrittura sia la capacità di creare immaginari vividi tramite l'utilizzo di un vocabolario profondamente intimo, centellinato e selezionato—e mi sono trovato in mezzo a una folla che quel vocabolario lo condivide, lo usa come filtro per comunicare la propria realtà. Sul palco ho visto una festa. Ho visto microfoni passare di mano in mano, ho visto commozione, ho visto gratitudine, ho visto Tedua aizzare le folle con parole che trasudavano rispetto, umiltà e orgoglio. Ho visto la Drilliguria in azione.

Il giorno dopo il concerto, nel primo pomeriggio, incontro di nuovo Bresh nella sua Bogliasco. Sale in macchina con me e mi porta al quartiere di Quinto, dove—mi dice—passava i suoi pomeriggi da ragazzino. Ci fermiamo a un piccolo bar lungo la strada, il Due Passi. Lì si fa scattare qualche foto, spiegandomi come, crescendo, quel posto fosse il nocciolo della sua esperienza sociale. Ci sediamo poi sugli scogli della spiaggia, dove continuiamo a parlare. Bresh saluta un ragazzo che ha appena fatto il bagno e ha in mano uno spruzzino con il quale pulisce la spiaggia: è un senzatetto suo amico che, mi dice, si è guadagnato il rispetto della gente del paese sbattendosi nel suo ruolo auto-imposto di mantenitore del decoro. Tra di loro percepisco una sorta di comunanza, la stessa apertura nei confronti dell'altro che Bresh cerca di mettere nei suoi testi.

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"Sicuramente io da solo non riuscirei a portare tutte quelle persone in un luogo, ma quando ci sono e riconoscono la cosa è assurdo", mi dice quando gli chiedo di commentarmi la serata appena passata. "Quando ho chiesto di mettere su le luci le hanno messe tutti, strepitoso. L'ennesima riconferma che gli step stanno andando a scalarsi. Quando la gente ti dà calore ti fa volare, ma devi sempre essere realista e concentrato. È stato grandioso. Genova si riconosce in Genova." Poi, accendendosi, torna col pensiero ai suoi inizi: "Abbiamo fatto la gavetta—i nostri primi live sono stati al Bar Lucrezia, un bar storico che faceva serate rap. In quindici sul palco e quindici sotto, a sedici anni, e dovevamo arrangiarci a far divertire la gente, la dovevamo tirare su di forza. Quando arrivi a questi palchi hai ancora tensione, certo, ma sei più tranquillo. Il sostegno della gente ti scioglie."

Il sole sta quasi tramontando, e l'atmosfera in cui parliamo assomiglia a quella del video di "Ande"—il suo penultimo pezzo, ora che è in arrivo la nuova "Gazza ladra". È una collaborazione con Tedua, a cui Bresh lascia le luci dei riflettori sotto forma della prima strofa e del ritornello. Ancora, i punti cardine che Tedua tocca sono umiltà, ("Poi un'insalata di farro / Falco è un facocero, quanto mangiamo / Come quando ci tolsero il piatto") e senso d'unione ("Non vuoi farmi piangere, poi scorgere negli occhi miei i tuoi / Finché a fine lite finiremo a fottere, non fotterci l'un l'altro / In campo non c'è scampo, il gioco è nostro).

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La strofa di Bresh è un microcosmo complementare alle parole di Tedua, che parte da una dichiarazione d'intenti ("Spigoli sulle tibie di chi non tiene il viso chino / Basso profilo"), si evolve in una fantasia itinerante ("Fino alla fine delle lande, dei fiordi, l'Himalaya K2, le Ande"), stringe lo sguardo su una piccola scena intima e diaristica ("Se appoggi su di me quel drappo di seta / I tuoi capelli sembrano neve") e si conclude con autocritica e lucidità, una consapevolezza della propria fallibilità di fronteD al destino: "Come cavalli conteggio il grado di tutti i miei danni / Che ho fatto da quando sono cromosoma / Tipo nascere ora e non restare in volo."

"Io sono una persona che sta sempre sulle nuvole," mi dice Bresh, spiegandomi il senso di "Ande". "Nascere, in un certo senso, è il primo danno che ho fatto." Ma cercare di elevarsi non è un tentativo di sovrastare gli altri, quanto di comprendere sé stessi e presentarsi al mondo nel modo più onesto possibile: parlando dei capelli della propria ragazza, immaginandosi padre, pagando omaggio alla natura del luogo che ci ha generati. Il tutto, con un grande senso di libertà artistica: quando gli faccio notare come la base di "Ande" sia ai limiti dell'ambient e quella di "Baghera" sia lontana dai canoni hip-hop, Bresh se ne esce con un onestissimo "Se ti piace bene, sennò non chiamarmi rapper. Non mi interessa."

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Ci sono altri due fattori fondamentali che hanno reso Bresh quello che è oggi. Il primo, mi spiega, è il calcio: "Dallo stadio con le spranghe e le sciarpe / Alle sette e mezza torno a casa con mio padre che parte", diceva già in "Gaston". "Sono nato in una famiglia genoana, mio padre mi ha portato allo stadio a otto anni e le mie prime partite sono state Empoli e Piacenza in trasferta per la promozione in A, che poi si è conclusa con la partita del Venezia per cui poi ci hanno rimandato in C1. L'anno dopo ho fatto l'abbonamento." Se non avesse avuto la musica, dice, Bresh avrebbe preso la strada del tifo organizzato: "Durante la settimana non sarei potuto andare a sbattermi per la gradinata. Non ho mai fatto il pivellino che andava al club tanto per esserci, ho rispetto per gli ultras."

"Ho vissuto Genoa-Siena, l'anno in cui ci hanno diffidato 250 persone," continua. "Io ero lì, ho avuto la fortuna di non essere diffidato, forse perché ero minorenne. Ora stanno tornando tutti, la gradinata vive ancora. Voglio fare una voce di conforto agli ultras, è gente che si sbatte e ha trovato il suo luogo. Vai a tifare una cosa che non ti darà niente nella vita se non quella bella agglomerazione sociale che funziona come una droga. E la mia libertà finisce quando interrompo la tua, quindi sono libero di avere la mia droga."

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L'ultimo tassello del puzzle è la figura-cardine della musica genovese—Fabrizio De André, che già citava in "Baghera": "Sono venuto su cibandomi a pane e De André / È come se c'hai 5 anni e apprezzi già il caffé." "È come essere portoghese e vedere Cristiano Ronaldo che vince cinque palloni d'oro," mi dice, quando gli chiedo che cosa significa De André per un genovese. "Chiaramente è impossibile trovare un mio pezzo o album preferito, ma devo dire che 'Il Testamento di Tito' e 'Il Testamento' mi hanno cambiato. La prima dal punto di vista religioso, la seconda mi ha insegnato che cosa significa andare controcorrente: quest'uomo che muore e lascia tutti i suoi beni non a chi gli leccava il culo ma al becchino, alle battone è qualcosa di potentissimo."

Ci alziamo dagli scogli mentre il sole è ormai quasi tramontato. Risaliamo in macchina e ci dirigiamo verso il centro città, districandoci nel traffico del sabato pomeriggio. Bresh mi porta in uno studio di alcuni suoi amici, letteralmente a due passi dai lussuosi portici di Via XX Settembre. Ci sediamo su alcuni divani e lì, con i proprietari dello studio, chiacchieriamo di tutt'altro tranne che di musica—cinema, canapa, breakdance. Ed è quasi liberatorio rendersi conto di come ragazzi di quartiere siano riusciti a ritagliarsi uno spazio nel tessuto sociale di una città labirintica e densissima come Genova, di come possano comporre i loro versi e le loro strumentali con un occhio allo schermo e uno alle folle che percuotono i sampietrini del centro. I confini che li dividono—fisici e mentali—annullati, grazie alla musica. Ed è in questo punto di connessione che Bresh si piazza, con i piedi per terra e il pensiero che vola verso i monti più alti.

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