Música

Gli Opeth stanno tornando

Per circa un quarto di secolo, gli Opeth hanno dato ai metallari l’opportunità di assistere all’evoluzione della loro musica dal black metal più nero alle sperimentazioni più prog che si possono già sentire in dischi come Ghost Reveries e Watershed e raggiungono la pienezza in Heritage, del 2011. Con quell’album, secondo molti fan, gli Opeth hanno abbandonato ogni sembianza di band “estrema” con cui avevano conquistato la maggioranza dei loro ammiratori. Prendersi dei bei rischi è una cosa buffa, nell’industria musicale. Molto spesso a questa parola si ricollegano immediatamente le opere percepite come “più brillanti”, che in realtà sono semplicemente esperimenti di un artista per tentare altre strade. Per gli Opeth, e nello specifico per il loro frontman e nucleo creativo, Mikael Åkerfeldt, questi rischi potenziali sono stati eclissati dall’intento della band di sfidare l’ascoltatore, oltre a sfidare se stessi e il proprio potenziale.

La traiettoria stilistica degli Opeth ha dimostrato che, per quanto la band possa avere un ottimo riscontro di pubblico e critica, Åkerfeldt è innanzitutto un musicista e un appassionato di musica. È questa passione, infatti, che gli ha permesso di mostrare una visione creativa incredibilmente eclettica, anche al di fuori del proprio lavoro con la band, a partire dal leggendario Brave Murder Day con i Katatonia, fino al black metal duro di Bloodbath e alla collaborazione sperimentale di Storm Corrosion con il maestro del prog rock Steven Wilson. Il nuovo album degli Opeth, ancora senza titolo, li vede spingersi ancora più in là nel buco nero del prog, con l’aggiunta di linee vocali melodiche alle digressioni musicali che fanno impazzire i fan alla ricerca delle loro fonti di ispirazione. Comunque sia, i ragazzi continuano nel lavoro iniziato da tempo: spostare i propri limiti ed esimere la propria musica da ogni prevedibilità.

Videos by VICE

Questa prospettiva creativa finora ha ripagato piuttosto bene la band, e, forse è la cosa più importante, sembra che gli Opeth guadagnino sempre più fan, senza che si pongano il problema di essere oscuri e black o melodici e lineari. Quest’anno Åkerfeldt curerà il Roadburn Festival, e noi gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo percorso personale come musicista, sull’evoluzione musicale degli Opeth e su come ha visto cambiare il metal negli ultimi 24 anni.

Noisey: Dai primi passi con gli Eruption al prossimo album degli Opeth, come ti vedi cambiato personalmente e artisticamente?

Mikael Åkerfeldt: Wow. Avevo 14 anni quando stavo negli Eruption. Eravamo in tre e io scrivevo alcune canzoni, ma suonavamo pure cover. Quella era un po’ una palestra per me, una cosa divertente, suonare con i tuoi amici roba heavy metal. Facevamo qualche cover dei Misfits, roba del genere—cose molto semplici—e mi ricordo che impazzivo all’idea che questi strumentacci potessero suonare così bene insieme. La linea di basso, con una batteria e i riff di chitarra, chiaro, io ero piccoletto a quell’epoca, ma in realtà è lo stesso stupore che mi prende oggi, è quello che ha formato la mia personalità, e in parte la mia vita. Devo moltissimo alla musica, sono anche cambiato tanto, non è che riesco a raccontare come, però cerco sempre di mantenere quell’innocenza intatta, perché non voglio che il lato brutto di questo lavoro mi abbia, non voglio pensare al business. Io ritengo che la creatività sia molto importante e do molto valore all’impronta creativa che ha stare in una band. Certo, ho una carriera e con la musica ci viviamo, che è una cosa fantastica, ma mi piace pensare che questo non pesi sull’innocenza con cui ho inizialmente approcciato la cosa. Quella c’è ancora.

Quando parli di cambiamenti, mi viene da pensare ai fan di gruppi metal che rimangono un po’ secchi quando le loro band del cuore iniziano a sperimentare. Quando con gli Opeth hai iniziato ad inserire sempre più influenze prog, negli ultimi due album in particolare, è stato un passaggio deciso da voi o vi è venuto spontaneamente?
Be’, per quanto mi riguarda è stato molto naturale. Ci ho provato. Abbiamo inciso Watershed, che secondo me è un disco heavy metal estremo, o come diavolo vuoi chiamarlo, e dopo di lui ho iniziato a comporre materiale per il nostro decimo album, che è stato Heritage. Ho scritto un paio di canzoni in continuità con Watershed, erano belle pesanti, all’inizio dentro Heritage volevamo mettere anche roba di quel genere, ma io sentivo che qualcosa stonava. Non mi sentivo proprio a mio agio, avevo scritto roba buona, ma alla fine ho pensato “Fanculo, c’è qualcosa che non va.” E ho finito per cancellare due canzoni e ricominciare da capo. È lì che ho iniziato a scrivere “The Lines In My Hand”, un pezzo, poi finito su Heritage, completamente diverso da tutto il materiale precedente, e ho sentito che quella era la motivazione che mi serviva, quello stupore di cui ti parlavo. Quindi ho semplicemente spinto oltre lo stile su cui già stavamo lavorando negli album precedenti. Avevo bisogno che qualcosa cambiasse. Una volta presa quella strada, ci sono voluti sei mesi o meno per scrivere l’album. Ora abbiamo tutta un’altra dimensione da esplorare con il nostro sound.

E questo nuovo disco ha avuto un approccio diverso da quello prima? Come funziona di solito il vostro processo creativo?
Normalmente quando inizio a scrivere un disco sono un po’ nervoso. Non sai mai se quello che fai ti piacerà. Nel mio caso, avevo già la strada spianata dall’ultima canzone dello scorso album, che è un brano di cui vado molto fiero. Quindi sapevo un po’ dove andare, ho pensato di inserire più melodia. Heritage era un po’ vagamente a caso perché a me piacciono le cose un po’ casuali, ma in questo caso volevo fare qualcosa di più melodico, quindi c’è più linea vocale e più melodia in generale. Ero abbbastanza sicuro di cosa avrei voluto fare, avevo un piano, cosa che normalmente non ho, ad essere sinceri.

Qual è stato il più grosso ostacolo che hai riscontrato da quando hai iniziato a fare musica, e come l’hai superato?
Be’, ci sono stati alcuni ostacoli. Economicamente, per dirne una, ai tempi dei nostri primi dischi non tiravamo su un soldo. Ho vissuto con mia madre fino ai 23 anni, il che è abbastanza triste. Per molti anni in tanti hanno pensato che io non fossi molto realistico. “Non arriverai da nessuna parte così”, e cazzate del genere. È noioso che la discriminante siano sempre i soldi, ma quando devi pagare l’affitto non puoi farlo coi sogni. La nostra carriera però è stata abbastanza lineare, devo dire. Non abbiamo mai dovuto svenderci per avere spazio. Abbiamo ottenuto un contratto discografico dopo il primo demo, quello non è stato un problema. Abbiamo iniziato a fare dischi, senza fare tour o niente altro, non avevamo una lira, però avevamo tre dischi abbastanza fighi e innovativi per il loro tempo. Poi abbiamo stretto un nuovo accordo discografico con una label più grossa che ci ha aiutato ad arrivare a Roadrunner. Le cose, da quel punto di vista, ci sono andate sempre lisce, ma non ci vivevamo, fino circa al sesto album. Ecco, questo è stato abbastanza difficile, ma per me la motivazione era sempre viva. Non ho mai mollato, a costo di mangiare solo cibo in scatola. Non era un problema, perché la musica mi dava un sacco di soddisfazioni. Solo che, chiaramente, il più grosso ostacolo è stato essere per così tanti anni ai margini della società, non poter comprare cibo o nient’altro, farsi imprestare soldi, cose del genere. La mia motivazione, però, è rimasta sempre integra, non sono mai riuscito a vedermi in un cosiddetto lavoro normale, non mi avrebbe reso felice. Sono determinato e nessun ostacolo ha mai potuto fermarmi.

C’è sicuramente una concezione un po’ distorta sulle band, oggi, in molti la fanno più facile di quello che è: il mito di “farcela con la musica” è una chimera dell’industria musicale, in realtà non è così semplice.
Ci ho pensato molto, davvero. Noi stessi abbiamo fatto un sacco di sacrifici perché abbiamo aspettato, altri membri della band si sono spaventati, a volte, avevano paura che non ce l’avremmo mai fatta, volevano più sicurezze. Trovare un lavoro, finire gli studi, cose così. Io non ho mai sentito questa esigenza, non volevo che niente mi distraesse dalla mia musica. Ho fatto un sacco di sacrifici, anche se a volte facevo anche io fatica a crederci. Per esempio, quando è uscito Blackwater Park, non mi aspettavo che la gente lo comprasse o che piacesse a qualcuno, non mi aspettavo nulla. Però, invece, è piaciuto, improvvisamente ci siamo ritrovati con un tour, con un manager, un agente, da lì in poi è stato tutto in discesa. E questo è successo dopo 10 anni di gavetta in cui non avevamo praticamente nulla, nemmeno quasi la speranza. Orribile, ma allo stesso tempo meraviglioso perché avevamo la nostra musica.

Come hai visto evolversi il metal, se questo termine ha ancora un senso, evolvere da quando hai iniziato a suonare? Ora che questo tipo di musica sembra essere sempre più popolare, secondo te ha nuove prospettive?
Credo che la musica di questo genere è una delle poche ancora in grado di vendere realmente dischi. Ok, magari non così tanti da dare da mangiare per davvero alle band o alle label, ma non si lavora male in questo ambito. Non abbiamo mai venduto montagne di dischi nemmeno noi, ma abbastanza per attrarre interesse e per far sì che ci volessero sentire dal vivo, sempre di più. Noi stiamo bene quando siamo in tour, è sempre stato così. Non abbiamo mai fatto affidamento sulle vendite, ma fortunatamente qualcosa di buono c’è, perché la nostra etichetta non ci ha ancora scaricato [ride]. Credo che il metal sia un campo molto interessante perché il pubblico è veramente coinvolto, ci sono un sacco di collezionisti, persone che ci tengono ad avere la copia fisica di un disco o il merchandising di una band, mentre per altri generi musicali la fanbase è molto diversa. Ciononostante, facciamo ancora fatica, le label non hanno soldi, le band sono costrette a mettere la propria musica su iTunes e non vedranno mai una copia materiale del proprio disco. Ci sono anche un sacco di band che si affidano a cose come Facebook per ottenere un po’ di visibilità.

È molto difficile per le nuove band, davvero. Noi abbiamo cavalcato l’onda di un cambiamento che stava avvenendo e ci è stato favorevole, abbiamo trovato una stabilità prima che l’industria musicale entrasse in crisi e abbiamo sempre trovato il modo di farcela. Solo che per una band che inizia ora dev’essere davvero una roba da impazzirci. Ai nostri tempi non sarebbe mai successo a una band agli esordi di puntare tutto su una pagina Internet. Noi ricevevamo soldi, difficilmente e pochi, dalle etichette, non riponevamo le speranze su una pagina Facebook, che, certamente può dare più risonanza, ma un fan su Internet non ha lo stesso valore di un fan che compra il tuo disco. Poi sicuramente ci sono anche storie di band che sono state scoperte grazie a Internet, ma non sono cose su cui fare affidamento. Prima di tutto, se sei in una buona band, se hai un’idea precisa di dove vuoi arrivare con la tua musica, se sei valido e determinato, devi andare avanti e la gente se ne accorgerà.

Si ricollega alla questione dell’innocenza di cui mi parlavi prima, la chiave è la tua motivazione.
Sì, ed è molto importante. Prendere la musica come un business non ha mai portato a nulla di buono, la cosa importante è la determinazione. Non puoi prendere per il culo la gente, almeno non nel mondo del metal, dev’essere qualcosa di puro.

Gli Opeth hanno avuto, e continuano ad avere, una grossa influenza su musicisti di ogni genere. Ci sono altri artisti che ascolti ora e trovi interessanti e meritevoli?
Ci sono un paio di nuove band che mi piacciono abbastanza. Solo che la maggior parte dell’ispirazione la prendo da musicisti di un po’ di tempo fa. C’è questa ragazza che si chiama Billie Lindahl, la sua band è Promise and the Monster, lei ha iniziato come songwriter, aveva un pedale con cui si registrava e si mandava in loop. L’ho vista una volta in un baretto e c’erano tipo 15 persone, ero estasiato. L’ho invitata a suonare al Roadburn, il festival che curo ad aprile in Olanda. La rispetto molto. Poi ci sono un paio di band prog svedesi che credo continuino a produrre ottima musica. O gruppi come gli Anekdoten, che hanno iniziato come tribute band dei King Crimson, ma hanno iniziato abbastanza presto a far roba loro. Gli Elephant9, norvegesi/svedesi, fanno roba psichedelica strumentale e sono davvero bravissimi. Per quanto riguarda il metal estremo, non saprei dirti. Mi piacciono i Ghost, sono un’ottima band con cui siamo stati in tour, sono nostri amici. Il loro sound ha influenze dei Mercyful Fate e dei Blue Oyster Cult, ma dopo il secondo album ha un proprio stile ben riconoscibile. Li ho scoperti abbastanza tardi, ero pure un po’ scettico perché tutti li amavano così tanto, quando li ho visti dal vivo mi sono innamorato.

Parlami del Roadburn. È un festival gigante, ed è la prima volta che te ne occupi. Com’è successo che ti abbiano chiesto di farlo?
Walter, il fondatore del festival, mi è venuto a parlare un bel po’ di anni fa. Mi aveva già chiesto di curare la lineup un paio di anni fa. Non mi ricordo perché, ho detto di no. Poi me l’ha richiesto e ho accettato. Non sono nemmeno mai stato al Roadburn. Abbiamo suonato un paio di volte in quel posto con gli Opeth, quindi so che è molto bello. È un grande onore per me, anche se è un po’ faticoso. Ho scelto solo band che rispetto molto, qualunque sia il loro genere. Avremo i Magma, dalla Francia, che sono una delle mie band preferite. Comus, Goblin, Candlemass, Obliteron, e Promise and the Monster, di cui ti ho parlato prima, Elephant9, Änglagård, per dirne alcuni.

Avete già un tour in programma per il prossimo disco?
Non abbiamo nemmeno il nome dell’album… Voglio prima avere la cover art, poi deciderne uno, ora è in lavorazione. Ho sempre un sacco di pressioni sui titoli, come puoi immaginare, ma arriverà, in qualche modo. Per quanto riguarda il tour, a parte il Roadburn, che è il nostro prossimo show, forse faremo un piccolo break prima dei festival estivi in Europa, poi quest’estate uscirà l’album e questo inverno faremo un bel giro dell’Europa, per poi andare negli Stati Uniti. Non suoneremo tantissimo, però. Per una volta [ride]! Lo dico sempre, ma stavolta ci tengo parecchio a fare meno live ma più consistenti. Almeno ci proverò.

Thank for your puchase!
You have successfully purchased.