Come Expo 2015 potrebbe rovinare Milano e i milanesi

Gli autori di "ExpoPolis" hanno parecchi argomenti a sostegno di questa tesi.

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16 luglio 2013, 10:56am

Venerdì 7 luglio Giorgio Napolitano ed Enrico Letta hanno partecipato all'evento "Verso Expo 2015", organizzato alla Villa Reale di Monza per fare il punto della situazione sui lavori e gli investimenti in vista dell'Esposizione Universale del 2015. Napolitano ha insistito tantissimo sull'importanza dell'evento quale opportunità di rilancio per il paese, e Letta ha aggiunto "L’Expo vince e vincerà, se sarà simbolo dell’unità nazionale” e "in anni di turbolenza politica nazionale l’Expo è stata sempre riferimento di unità."


Dal 2008, anno in cui si è deciso che Expo si sarebbe fatta a Milano, non sono mancate tuttavia nemmeno le voci critiche, convinte che l'Esposizione lascerà un’eredità molto pesante in termini di debito pubblico, spazi urbani ed economia reale, nonché di conflitti d'interessi e speculazioni sfiancanti per il “corpo” della città e per chi la vive, con trasformazioni che stanno già interessando molti quartieri e frazioni milanesi. Oltre a questo, gli attivisti denunciano il sovrapporsi di conflitti di interessi tra le aziende aggiudicatesi appalti e subappalti, il fatto che si è ignorato per anni come i terreni destinati ad ospitarlo fossero altamente inquinati, così come la poca chiarezza, ad oggi, su cosa conterrà effettivamente questo grande evento.  

Alcune di queste voci di opposizione hanno deciso da tempo di creare uno strumento di controinformazione molto particolare: ExpoPolis, una versione alternativa di Monopoli scaricabile gratuitamente e modificabile a piacimento. Dall'esperienza è nato un libro, una narrazione completa, per quanto non lineare, di quello che Expo sta generando e genererà a Milano, ampliando il discorso a tutti i fatti che in questi anni hanno evidenziato le urgenze sociali tipiche di una metropoli europea in tempo di crisi. Per saperne di più ho deciso di intervistare due dei principali autori: Roberto Maggioni, giornalista per Radio Popolare e MilanoX, e Abo, attivista del collettivo Off Topic. Li ho raggiunti nello spazio occupato Piano Terra, nel cuore del quartiere Isola, e all’ombra del “bosco verticale” cantiere-simbolo della cementizzazione e gentrificazione che, secondo il loro lavoro, stanno mandando Milano in metastasi. 

VICE: Come prima cosa vorrei che mi raccontaste la gestazione del libro.

Roberto Maggioni: C’erano già due lavori che correvano paralleli da un tot di anni, almeno dal 2008-09: quello che portava avanti il Comitato No Expo con Off Topic e il Centro Sociale Fornace, e quello che facevo io in radio. L’anno scorso Off Topic ha fatto un dossier autoprodotto su Expo e per presentarlo si sono inventati Expopolis, il monopoli in versione milanese, proprio per tentare di coinvolgere le persone in maniera nuova. Da quello poi il passaggio è stato abbastanza automatico. Ci è venuta l’idea di far diventare il gioco un libro e quindi ci siamo messi a scriverlo. Gran parte del materiale in realtà ce l’avevamo già davanti, chiaramente. [Del gioco] rimangono la grafica e alcuni espedienti come probabilità e imprevisti, proprio per differenziarlo dai soliti libri. Lo abbiamo scritto perché altrimenti non lo avrebbe fatto nessun altro, ce ne stiamo accorgendo proprio in questi giorni.

Abo: Abbiamo scommesso su un prodotto collettivo, realizzato da un collettivo di persone già stabile con in più l’aggiunta di Roberto. Per questo c’è un continuo cambio di registri e linguaggi, molto narrativo e molto lontano dalla saggistica classica. Anche un po’ confuso, se vuoi... È interrotto da QR Code, dagli “imprevisti” e dalle “probabilità”. Al di là del libro, Expopolis è rimasto come immaginario, come modo di presentare la cosa in generale più simile alla performance. Lo abbiamo fatto in molte occasioni, organizzando partite di Expopolis con pedine umane in luoghi pubblici come il centro di Rho e il politecnico.

Dici che Expo è solo una delle componenti del mutamento della città. Me ne sono accorto leggendo il libro, ma soprattutto vivendo a Milano in questi anni. Anzi sembra essere stato più un pretesto, uno strumento attraverso il quale il cambiamento è stato accentuato.

Abo: Ci sono tre esempi che secondo me aiutano molto a capire la situazione. Negli anni precedenti all’assegnazione dell’esposizione a Milano vengono progettati una serie di nuovi poli—Maciachini, Porta Nuova—la nuova fiera di Milano e l’avvicendamento dal piano regolatore tradizionale al pgt. Dispositivi differenti tra loro che precedono l’Expo ma che leggiamo in quella chiave. Lo vediamo non come un evento che dura sei mesi ma come un evento che suggella un cambiamento e funziona a molti livelli: economico, finanziario, urbanistico, architettonico politico... In questo senso è un po’ la tag, la parola chiave per dare un nome al cambiamento, trovare il rapporto tra questi livelli che magari a volte sembrano anche incoerenti tra loro. Una parola che da oggi al 2015 sarà sempre più importante. Siamo a due anni dall’evento e ci deve essere un cambio di passo, sia istituzionale che dal punto di vista di chi, come noi, lo considera un osservatorio. Per questo era anche il momento di fare un punto su Milano oggi, e sulla parabola di questo evento, la sua economia, la sua storia i cambiamenti che sono stati giustificati attaccando un‘iniziativa all’altra in maniera tentacolare. Un’operazione di marketing territoriale che spesso giustifica iniziative speculative, debiti, vuoti, opere incompiute che spesso sono l’unica eredità materiale dei grandi eventi.

E riguarda (o riguarderà) solo Milano?

Roberto: No. Si parla sempre di più di Expo come possibilità di sperimentare cose nuove in ambito lavorativo e di governo dei territori. Non lo diciamo noi, ma i diretti protagonisti: il presidente della commissione lavoro Sacconi in un’intervista ha dichiarato che il modello di flessibilità sperimentato qui, se dovesse funzionare, si potrebbe allargare a tutta la città. Dal loro punto di vista non fa una piega, ma apre una crepa pazzesca. Expo al momento è controllato da un commissario straordinario, che agisce in deroga alle leggi, e in nome delle emergenze e dei ritardi permette di sperimentare anche cose che vanno al di là della speculazione. Si sta proprio aprendo un’altra fase: se Expo è un’occasione bisogna capire per chi e di sperimentare cosa.
 


Uno dei progetti per Expo 2015.

Nel libro evidenziate alcune cose che sono dei fatti conclamati: dai palesi conflitti di interesse interni alla società Arexpo alle aziende subappaltatrici sospettate di mafia, fino alla nozione che tutti i recenti grandi eventi europei hanno indebitato fino al collo le città che li hanno ospitati. Roba sotto gli occhi di tutti, eppure si continua a ignorarla, e a sottolineare solo i presunti vantaggi. Come pensate sia possibile?

Roberto: Be’, Expo è un evento bipartisan: quando Milano si è aggiudicata l’evento nel 2008 al governo c’era Prodi col centrosinistra, a Milano e in Lombardia governava il centrodestra con la Moratti e Formigoni. Adesso a Milano c’è un governo di centrosinistra, a Roma le larghe intese e in regione la Lega, ma le cose non cambiano. L’evento è voluto sia dal centrosinistra che dal centrodestra, si vede negli appalti: i due principali sono andati alla CMC (legata alla lega delle cooperative, quindi vicina al PD) e alla Mantovani (cordata di imprese venete legata al PDL). Sotto di loro c’è tutta una rete interpolitica di aziende subappaltatrici spesso in odore di mafia. Non mi sbilancio oltre perché non ci sono sentenze ma solo inchieste aperte. Queste sono state escluse dal cantiere, o quantomeno ci hanno provato. Comunque Expo fagocita tutte le voci in un coro unico. Chi si pone fuori lo fa in maniera abbastanza drastica.

Abo: Regione, imprese, associazioni, cooperative lo vedono come un’occasione di rilancio. Poi magari non va a buon fine perché in Pedemontana si costruisce un solo lotto, però questo può muovere per un po’ delle economie. Poi bisogna capire di che tipo: a noi non piace perché è un’occasione per lavoro nero, caporalato, precarietà, una scusante per promuovere nuove tipologie contrattuali che superano addirittura la riforma Fornero. Tutti sono interessati. È mancato da sempre uno sguardo laico, o meglio un dibattito laico sull’opportunità di farlo o meno. Oramai sono cinque anni che la città mastica l’Expo, ma un confronto sereno non c’è mai stato. Quando la giunta Pisapia ha votato l’accordo di programma ci sono stati solo tre astenuti, neanche un voto contrario.

Infatti una cosa che si nota molto è come la cittadinanza di Milano non sia né molto consapevole dei fatti né coinvolta nel dibattito, tranne quella che vive nei quartieri su cui gli interventi sono stati più aggressivi. 

Abo: Un po’ il problema è che l’esposizione non suscita né affetto né opposizione. Noi parliamo di attitudine No Expo, cioè di una rete di soggetti che lavorano insieme, ma non c’è un vero e proprio movimento No Expo. Da parte di tutti c’è una sorta di sospensione del giudizio, intanto perché non si è capito ancora cosa succederà. Cioè, il progetto vero qual è? Milano ha vinto con un dossier di candidatura che conteneva un progetto che non c’entra più niente con quello che stanno facendo ora: gli orti planetari, tutta quella roba. È difficile capire quale sarà veramente il rapporto tra questo evento e la città, quale sarà il suo impatto sui posti di lavoro e l’economia reale, ma anche quale sarà l’esperienza vera e propria dell’esposizione. È una fiera del turismo o un parco giochi? È un’esposizione per i maker e i creativi o una borsa delle idee ad uso e consumo dei grandi soggetti? Sono tutti lì un po’ che aspettano, poi ovviamente più ci avviciniamo all’evento più si polarizzeranno gli interessi della gente. Noi vogliamo capire questo cambiamento e in che tipo di città ci troveremo il 31 ottobre 2015 per non esserne pedine.

Tra le varie pedine del Monopoli, a Pisapia avete assegnato il fiasco. È abbastanza eloquente come immagine, ma spiegatemi come mai l’avete dato proprio a lui.

Roberto: Noi diciamo sempre che il sindaco ha sbagliato la prima mossa. Pisapia non era sicuramente un Expo-entusiasta e ne avrebbe fatto volentieri a meno. Se l’è ritrovato, e nei primi mesi della sua giunta gli è mancato quel pizzico di coraggio per dare una svolta all’evento. Anzitutto ha ratificato l’accordo di programma stilato dalla giunta precedente, lo strumento che in gran parte vincola il destino dell’area Expo dopo l’evento e secondo il quale si potrà edificare su metà dell’area, per cui l’idea che ne rimanga un grande parco cittadino è remota. I terreni alla fine dell’esposizione saranno di proprietà della azienda Areaxpo, di cui il comune fa parte solo minimamente. E comunque dal 2016 Pisapia potrebbe decadere, per cui potrebbero anche cambiare destinazione. C’è stato un momento in cui uscire da Expo era possibile, quando la penale da pagare al BIE era ancora gestibile.

Abo: Ogni anno la penale aumenta. Ora mi pare che siamo a 270 milioni, però vannno aggiunte tutte le piccole penali per gli appalti già assegnati.

Rob: L’unica cosa che Pisapia sta facendo è promettere che ci sarà questo parco e provare a coinvolgere le associazioni del terzo settore, quelle ambientaliste... Cercare di tirare su un carrozzone magari più spendibile presso il suo elettorato, più sensibile a questi argomenti. La Moratti non avrebbe avuto questa esigenza.

Ricordo che in campagna elettorale uno dei punti di Pisapia era proprio quello di un Expo sostenibile, all'insegna della green economy e in linea col tema "Nutrire Il Pianeta".

Abo: Dal progetto del 2007 a quello di oggi è stata introdotta sì una dimensione di diffusione, ma con partecipazione, green economy e sostenibilità non ha niente a che fare. I progetti che lasceranno in eredità, le vie d’Acqua o Cascina Merlata sono un pacco. Tant’è che il comune su alcuni progetti che poi sono naufragati come le vie di terra ora ripropone un bando: tipo mettere gli alberi in piazza Duomo: non è una roba nuova, ma un’appendice di Expo che si è sgretolata strada facendo, e viene ripensata in chiave minima come se fosse qualcosa di altro. Il comune di Milano ha già 500 milioni di debiti e ne sta investendo 350 in Expo. In un periodo in cui il mantra è “non ci sono soldi” e si finanziano solo progetti a costo zero, si è scelto di investirli in quell’evento. Quindi non è che non ci sono soldi in assoluto, ma che la strategia della città di Milano va in questa direzione.

Buffo anche che ci si nasconda sempre dietro l'edilizia "ecologica". Il progetto originale era stato firmato da Stefano Boeri, che è stato assessore alla cultura ma anche l’architetto del grattacielo che ci troviamo alle spalle. 

Abo: Diciamo che nel suo curriculum ci sono tante di queste cose. Ha avuto una forte leadership nel progetto di Cascina Cuccagna, nel rapporto tra la cooperativa e il comune, avendo modo di giocare tra Expo e la Cuccagna. Ha avuto un ruolo importante nel progetto di Porta Nuova, non solo da architetto, ma esponendosi in maniera forte. È stato anche, cosa più importante, uno dei pochi rimasti dal governo di Expo della Moratti a quello di Pisapia. Quindi sicuramente è stato un uomo chiave per un periodo, poi evidentemente non più.

La cosa strana è che ai tempi passava anche come interlocutore principale tra la gente dei quartieri e il comune. 
Abo: È uno che fa 30 lavori e vedi sempre il personaggio: è fuori da alcuni schemi, non è stato un uomo di partito per molto tempo, e ha anche dei modi molto giovani e ammiccanti. Però poi i conti si fanno sulle scelte, e Boeri è stato uomo chiave all’interno di un progetto partecipativo farlocco che ha trasformato il vero bosco di Gioia in un bosco verticale incompiuto, la cui società edificatrice ha portato i libri in tribunale e che forse ripartirà dopo mesi di stop. È stato anche l’architetto del mancato G8 alla Maddalena, così come uno degli attori del “cambiamento” del PD che poi non c’è stato. Ha scommesso su cose che poi non hanno funzionato: il suo progetto di Expo era irrealizzabile, tutto il sistema di serre e biomi, gli orti interplanetari... Tutti sapevano che non si sarebbe fatto, ma sapevano che era la cartolina con cui vincere contro Smirne. L’ennesima operazione di immagine. A parte una piccola collina mediterranea ci saranno un centro commerciale, forse un laghetto e per il resto solo padiglioni nazionali tematici—strutture in cui faranno borse del turismo e basta. Quella roba lì che ci avevano raccontato non esiste.


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