Jon Hopkins ormai muove i grandi numeri. Fa riflettere il fatto che il suo successo sia arrivato non grazie alla collaborazione indiefolk con King Creosote (2011), né con l’album scritto a quattro mani insieme a un mostro sacro come Brian Eno (2010), e neanche con i propri primi dischi di elettronica tenerona all’insegna di glitchini speranzosi e sfondi ambient presi bene. No, il compositore inglese è un nome che hanno sulla bocca più o meno tutti più o meno dagli ultimi cinque anni, da che è uscito quel discone francamente inaspettato che era Immunity. Perché, pur con tutte le attenuanti del caso e soprattutto nella prima parte, Immunity è un album che spigne.
È passato un lustro, nel mezzo più o meno solo la colonna sonora di How I Live Now (un teenmovie davvero tremendo), ed eravamo tutti ansiosi di scoprire cosa avrebbe fatto il quasi quarantenne di Kingston upon Thames. Singularity è un album tanto simile quanto diverso da Immunity: entrambi iniziano in un modo e finiscono in un altro, entrambi hanno al loro interno più registri e più umori e prendono diverse strade via via che il tempo passa. Se però Immunity partiva coi beat di technazza raffinata e coatta allo stesso tempo, Singularity è molto più “sperimentale”, e si apre flirtando coi droni e con i riverberi tanto che mi aspetto che Hopkins sia un caro amico di Roly Porter (o più probabilmente di entrambi i Vex’d, che pure qualche eco di Kuedo la sua musica l’ha sempre assorbita).
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Superata la fase iniziale, anche Singularity si allontana dai beat invadenti e si trasforma in una creatura molto più pacata, più riflessiva e contemplativa, il Jon di oggi non è più quello di Opalescent e le sue divagazioni elettroniche sono molto più strutturate e colte, o quantomeno consapevoli. Sempre affascinanti, ma in netto allontanamento dalla dimensione clubbing, da cui si dice ancora attratto ma che teme prima o poi lo stuferà, perché insomma l’età non è più quella dello sfascio regolare fino alle quattro di mattina.
È stato lui stesso a dire al Guardian, commentando un proprio post su Instagram, che Singularity è il disco che sapeva di voler comporre da quindici anni, ma che ha dovuto aspettare di essere in grado di suonare. Per esserlo, Hopkins non ha solo dovuto imparare a padroneggiare meglio Ableton e riuscire a “far uscire da un suono elettronico il sample di un coro da quindici elementi senza farlo sembrare ridicolo”, ma ha dovuto imparare a padroneggiare anche la propria mente e il proprio corpo.
Da anni questo produttore nato come pianista classico ha iniziato un percorso di meditazione, che tra le altre cose lo ha portato ad Amsterdam, in una clinica, a seguire una terapia controllata a base di psilocibina, una sostanza psichedelica naturalmente presente in molti funghi allucinogeni. Per questo Singularity è dichiaratamente l’album più psichedelico che abbia mai scritto, e per questo gli piacerebbe molto che lo ascoltassi senza distrazioni, tutto d’un fiato, lasciando fluire i pensieri e cercando di raggiungere uno stato di profonda concentrazione (o alterazione, a seconda dei punti di vista). Certo, sempre tutto naturale.
Singularity è uscito il 4 maggio per Domino.
Ascolta Singularity su Spotify:
TRACKLIST:
1. Singularity
2. Emerald Rush
3. Neon Pattern Drum
4. Everything Connected
5. Feel First Life
6. C O S M
7. Echo Dissolve
8. Luminous Beings
9. Recovery
Jon Hopkins suonerà a Milano il 30 giugno all’Astro Festival insieme a Boys Noize, Âme, George FitzGerald e molti altri. Acquista i biglietti su Festicket.
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