Il music biz, come sapete, è pieno di brutte abitudini. Una di queste consiste nell’atto di riformarsi da parte di band in passato gloriose, che si ripropongono solo per far entrare due spicci in più nel portafoglio. Il risultato è che anche i miti viventi fanno la figura dei coglioni, e tu che li sei andati a sentire sarai costretto a gettare tutti i loro dischi oppure li metterai sul piatto pensando che sono tutti morti, tipo tributo, per consolarti della delusione. Ecco, non è questo il caso dei Public Image Ltd., quella band che in una manciata di dischi s’è inventata tutto l’inventabile ed è stata un punto di riferimento assoluto non solo per musicisti storpi (vedi Doomsday Student, !!!, Starfuckers) ma anche per il mainstream che praticamente gli ha rubato gran parte delle intuizioni (U2, Phil Collins). Dopo uno svario di anni, questi signori si sono presi una pausa dovuta probabilmente al caratterino di Lydon, e un anno fa sono tornati con l’intenzione di restare in pista. Soprattutto hanno ripreso a suonare dal vivo, per grazia ricevuta sono passati anche in Italia e io ovviamente non mi sono perso la data di Roma, dove non pasavano da tipo duecento anni. Sono qui per raccontarvela.
Ebbene, il concerto ha luogo all’Atlantico, che dista da casa mia circa un’ora e passa. Una volta arrivato consto che c’è piu fila al circo lì di fronte che non al concerto. Vado in zona stampa ma pare che il mio accredito non ci sia: il tizio nel baracchino sembra che se la tiri come fosse il segretario del papa. Mi tocca fare una serie di telefonate per sbloccare la situazione,nel frattempo sto lì come se fossi un cane attaccato al palo. Alla fine me lo da, ed entro che i Soviet Soviet hanno già finito, cazzo. Mi guardo intorno: per una reunion di questo tipo con sole due date in tutta la penisola ci si aspetterebbe uno stuolo di gente, invece le unità sono solo discrete. Ad ogni modo…
La musica di sottofondo è tipo orribile, non so di chi sia la scelta ma è veramente pop /indie rock terrificante. Però dai, alla fine cazzo mi frega sono qui per vedere sti stronzi inglesi, speriamo che iniziano presto che sto posto mi fa schifo e le birre costano miliardi. Sul palco campeggia lo storico logo dei PIL, il pillolone stilizzato opera del geniale designer Dennis Morris, attaccato su quella che sembra una rete da pesca gigante, roba da marinai inglesi working class che già comunica sudore e sangue. Ma ecco, il logo cambia colore, si spengono le luci , si alzano le voci dei presenti. I nostri sono sul palco. La formazione dei nuovi PIL è una delle migliori di sempre: abbiamo alla chitarra Lu Edmonds, ex Damned e già nella band dall’87 all’88, anno in cui dovette lasciare a causa di un malvagio tinnitus. Ora invece sta “bene”… a vederlo pare un matto, secchissimo con la barba rossa un vestito da folletto irlandese e gli sguardi da scoppiato, ma finalmente può esprimersi senza dover condividere le “partiture” con qualcun altro (che all’epoca era la buon anima di McGeoch… mica no stronzo qualsiasi). Alla batteria il massiccissimo Bruce Smith: è anche una delle anime del Pop Group e quindi ha un curriculum coi controcazzi; si esibisce seminudo, con un vestito che pare Klaus Nomi in vacanza. Al basso e alle elettroniche invece abbiamo un perfetto sconosciuto, Scott Firth, turnista diciamo di lusso che ha lavorato però con gente che con i PIL non c’entra un cazzo, tipo le Spice Girls.
Poi c’è John Lydon. Arriva vestito di bianco, stoffe larghe fra il freak e il musulmano, rosso malpelo come al solito. Ha una banana in mano e ci saluta con “volete la banana di John?” per poi tirarla al pubblico. Iniziamo benissimo, cresce il fomento. Ed ecco quindi partire una scaletta al fulmicotone, sulla quale cercherò di essere—ahem—breve.
–Deeper Water (This is PIL, 2012): L’ apertura non è una botta secca, maun brano nuovo che sembra una specie di deja vu, troppo evanescente e troppo educato, anche se il suono è potente (certo, poi all’Atlantico si sa che è na mezza merda: infatti John griderà nel microfono “mi sembra di star cantando in una vasca da bagno”). Ad ogni modo è una intro preparatoria che ci sta tutta, si stanno solo scaldando ..
–Albatross (Metal Box 1979): Infatti ecco che la potenza si alza esponenzialmente: si tratta di Albatross e subito i brividi.Il malevolo uccello che semina i semi dello scontento ci porta all’interno della presa a male. I PIL adesso sono i veri PiL: menano come degli assassini, Lu Edmonds fa il panico con la chitarra e sembra Keith Levene passato ad uno step superiore, sfoggia aggeggi elettronici e una serie di modifiche/accorgimenti da vero scienziato pazzo: durante la serata suonerà anche il saz, strumento etnico persiano tipo buzuki opportunamente modificato, il cumbus che è una specie di banjo turco, e farà ottantaseimila cambi di chitarra. A mio parere un genio. Lydon legge i testi sul leggio, come una volta quando era pischello e si spaccava di barbiturici. Solo che adesso sembra sentir cantare un sassofono free jazz, è capace di tutto: silenzi, pieni, cambi di tonalità a piacere, una voce che ti scava dentro. Sembra interpretare il brano come se non fosse mai invecchiato, anzi : è si, invecchiato ma come un buon vino. Addirittura imita il volo dell’albatros come un consumato teatrante. Impressionante poi la durata del brano, una cosa da massacro psicologico: se avessero suonato solo questo pezzo non avrebbero fatto un soldo di danno
–This is not a Love Song (Commercial Zone 1983) Ancora storditi , Lydon fa tipo “vedo ognuno di voi, non si sfugge a John”. In riferimento alla scarsa affluenza. Tutto sommato, meglio così, la resa sul palco è migliore: infatti ecco partire “This Is Not A Love Song” e tutti si mettono a ballare (sfido, è la loro unica hit conosciuta alle masse). Il pezzo è trasformato anche in questo caso in un mantra, solo piu’ dance. È chiaro che i nostri vogliono portarci lontano: se già al terzo pezzo ti giochi quest’asso cosa avrai ancora nella manica?
–Poptones (Metal Box 1979): Da pianto: “Poptones” è un brano che ti strappa il cuore dal petto e ti getta nella foresta in cui questa ragazza stuprata cerca di uscire dall’incubo, tendendo a mente il brano pop che usciva dalla radio dei suoi aguzzini per identificarli. Lydon è sciamanico, si mette le mani nei capelli, la faccia si trasfigura.Mi trovo davanti ad uno dei piu’ grandi frontman della storia. Unico neo il bassista, che per quanto sia preciso non esce mai dal seminato: Wobble , pete Jones e laswell avrebbero sicuramente scureggiato di piu’, Ad ogni modo, dal vivo è da seduta psichiatrica .
–Carreering (Metal Box, 1979): Non faccio in tempo a dire “AH” che subito i nostri attaccano con un’altra perla di Metal Box, che non mi aspettavo ma in cui speravo molto: “Carreering” , col suo delirio paranoico fatto di “batteri al di qua e al di là del fiume”, è praticamente come la suonavano in tv nel ’79: tutta storta con la batteria che perde pezzi. Incredibile come le tracce di Metal Box siano suonate come fossero scritti oggi, ma la gente non sembra preparata a questa prova di coraggio. Sembrano tutti ipnotizzati, e in effetti l’obiettivo è quello.
–Body (Happy?, 1987) / The Order of Death – (This Is what You Want, This Is What You Get…,1984): È certamente quello, ma anche portarci alla danza. Ed ecco “Body”: quando il controllo sociale passa per l’ignoranza e le pischelle abortiscono come fosse mangiare un gelato. Elettrometalfunk ancora al passo coi tempi. Segue “The Order Of Death”, dal sottovalutatissimo This Is what You Want, This Is What You Get…– divenuta famosa per The Blair Witch Project, mantiene cupezza e attacco frontale: “ È questo quello che vuoi? E questo allora è quello che ottieni”. Liquida, talvolta doom, Si sente odore di erba, evidentemente ha fatto l’effetto giusto.
–Warrior (9, 1988): Ma presto arriva la sveglia, e i nostri ci propongono il brano chill-house per eccellenza, direttamente dall’88. Warrior è Lydon che parla di sé. Alza il pugno chiuso numerose volte durante la serata, come un socialista dell’ottocento. Ci guardiamo tutti con soddisfazione quando la cassa pompa. Versione chilometrica, nel tentativo di trasformare il teatro in una discoteca di zombie. Funziona: la gente balla come decomposta.
–Reggie Song (This is PIL, 2012): Allora Lydon e soci tornano al presente: “Reggie Song” è esattamente quello che potrebbero/vorrebbero essere i PIL. Cogliendo il ritorno di massa del dub, cercano di unire dubstep e schitarrate affilate, permettendosi pure dei coretti alla Beatles. Ma i suoni, a parte alcune svariate di Edmonds, sembrano datatissimi. A questo punto mi chiedo come cazzo sia possibile che i PIL moderni siano piu’ datati di quelli datati. È la solita allucinazione alla PIL: quando credi di aver capito qualcosa su di loro, in realtà non ci hai capito un cazzo.
–Death Disco (Metal Box 1979): Partenza per l’inferno. Versione da incubo, dei bassi da farsi la cacca sotto. La canzone scritta per la madre morente di cancro viene interpretata da Lydon con una sofferenza tale che è la sofferenza di tutti. Grida, storpia la voce. Lu Edmonds è assalito dai tic, ne avro’ contati tipo sette in un minuto, come posseduto. Smith nei momenti di svarione prende la batteria e te la fionda in petto. Forse la stanno idealmente dedicando a Lou Reed scomparso il giorno stesso? Potrebbe darsi, d’altronde in Commercial Zone gli dedicarono un pezzo chiamato proprio “Lou Reed Part 1” .
–Out of the Woods (This is PIL, 2012): Le parole non riescono ad esprimere, sono inutili, come in “Death Disco”: e in effetti sono più i gesti a parlare. Lydon si soffia il naso senza fazzoletto, smocciolando direttamente sul palco: beve generosi sorsi da una mega bottiglia che sembrerebbe whiskey, ci si fa i gargarismi e poi la sputa direttamente sul palco. Pezzo nuovo: qui si va in territori trance, cercando di unire i PIL vecchio stile alla minimal house. Esperimento controverso, anche se poi c’è una parte in cui gridano come dei bastardi e succede un casino.
–One Drop (This is PIL, 2012): Il singolo del disco nuovo è un anthem che funziona. Però arrangiato così è reggaettino alla Madness. Vabè, pero’ la frase “we come from chaos / you cannot change us” vale la candela. Si va nel backstage, luci fioche, è richiesto a gran voce il bis. Oddio in realtà non proprio a gran voce: nel frattempo c’è stata una selezione naturale, i fighetti hanno abbandonato il campo. Lydon risale: ” ao noi stiamo qua vedete un po’ di svegliarvi, fatevi sentire.” A questo punto parte un’ovazione, John sorride tranquillizzato: li aveva soltanto intontiti, fa parte dell’effetto collaterale del PIL-lolone.
–Public Image (First Issue, 1978)
–Rise (Album 1986)
–Open Up (1993)
Me ne esco con in testa ancora “Open Up” e la consapevolezza di aver visto un gruppo che che dal vivo spacca l’ano ai passeri e ha ancora molto da dire. Soprattutto, ha già detto tante di quelle cose spiazzanti che ci sarà da recuperare materiale ancora per altri dieci anni almeno. Mi piacerebbe solo che invece di fare gli autarchici a tutti i costi cambiassero bassista e si facessero produrre da qualcuno che riesca a tirargli fuori la merda che ancora hanno dentro. È evidente che con l’ultimo hanno provato a fare un disco che piacesse a tutti e potesse vendere, infatti in Inghilterra è anche andato bene (trentacinquesimo posto in classifica). Sarebbe bene anche che dal vivo facessero piu’pezzi da Flowers of Romance, stavolta incredibilmente assenti in scaletta, e anche di That What Is Not, che a tutti fa schifo ma a me piace perché è technometal. Ad ogni modo il Grande Vecchio ci dice che la strada è quella giusta: se alla sua età ancora urla strepita e sballottola le coscienze, anche noi possiamo sperare che venendo dal caos nessuno ci cambierà: al massimo ci facciamo accompagnare verso l’acqua dal suo piffero magico.