
Una bacheca universitaria. Foto via
Il racconto è basato sull’intervista a Davide Daolmi.
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Quando mi sono laureato nel 1993 a Cremona e ho deciso di cominciare la carriera accademica, insegnare musicologia all’università come docente inserito nel sistema era un punto d’arrivo, ciò a cui aspiravo e che pensavo avrebbe rappresentato la mia realizzazione professionale.
Pensavo che, una volta avuto il posto, il grosso sarebbe stato fatto, e avrei potuto dedicarmi finalmente a quello per cui tanto avevo faticato: avrei avuto i finanziamenti per fare ricerca e tempo da dedicare a studenti da formare. Certo, già allora era un mondo che imponeva molti sacrifici e tanta gavetta, ma si credeva che, impegnandosi, alla fine sarebbe stato possibile guadagnarsi un proprio spazio.
Così ho fatto il mio percorso. Un percorso piuttosto standard: dottorato, assegno di ricerca—quadriennale, di quelli che oggi sono una rarità—e tanto, troppo precariato. Poi, dopo vari concorsi, ho vinto il posto di ricercatore a tempo indeterminato nel mio attuale dipartimento, quello di Beni Culturali. È stato uno degli ultimi concorsi di quel tipo: oggi puoi mirare solo a incarichi a termine, di due o tre anni, per poi sperare che l’università abbia i fondi per assumerti. E questo non è né automatico, né frequente.
Se mi avessero detto allora che mi sarei trovato davanti a 15 anni di precariato e un mondo, quello della ricerca in campo umanistico, in cui le disillusioni sarebbero aumentate di anno in anno e in cui solo servi per tenere in piedi il sistema, avrei detto “no grazie”. Ad ogni modo il tipo di carriera che ho fatto io—di per sé patologica per i tempi di aspettativa che impone—non è più percorribile per uno studente di oggi. Tutti quei concorsi e quegli anni di precariato avevano ragione di essere esclusivamente in vista della convinzione, che trovava una sua conferma nei fatti, per cui qualche spiraglio c’era, e insistendo e insistendo, se dimostravi di essere in gamba, alla fine un posto sarebbe arrivato.
Ormai nemmeno quella convinzione c’è più, ma non c’è stata una data precisa in cui le cose hanno cominciato a peggiorare; anno dopo anno mi accorgevo che tutto funzionava sempre meno bene, e dedicare la propria vita allo studio offriva sempre meno soddisfazioni—fino ad arrivare ad oggi, in cui il mondo della ricerca mi appare esangue e privo di prospettive.
Dovendo risalire all’origine di quest’ipoteca sulla ricerca, però, non ho dubbi: viene dalla credenza collettiva tipica del nostro paese per cui tutto ciò che non produce un guadagno a breve termine viene considerato inutile, velleitario, un’attività per pochi, che parla a pochi e che chiede senza mai rendere nulla, finendo così per far passare l’idea che la cultura sia un sistema parassitario.
Chiaramente non è un problema solo italiano: la cultura non se la passa benissimo da nessuna parte. Ma, avendo a che fare direttamente con il mondo accademico americano e indirettamente con quello del nord Europa, mi sento di dire che nel nostro paese la situazione è peggiore e questo perché in Italia, più che altrove, il lavoro intellettuale è stato spogliato della sua dignità. C’è del paradossale nel fatto che è proprio qui, dove la tradizione umanistica è sempre stata forte e intrinseca alla nostra storia, che ci troviamo sempre più spesso a discutere sulla praticità della cultura e a considerarla sempre di più un vezzo per una limitata élite che non serve al mondo.
E se la ricerca viene considerata inutile, ovviamente a rimetterci è la qualità del nostro lavoro. Ne è la prova il fatto che negli ultimi tre-quattro anni si sono introdotti nuovi sistemi di valutazione per cui sei obbligato a fare un tot di pubblicazioni, e solo in base a quel numero vieni considerato un docente attivo o inattivo. Non ti puoi permettere di non pubblicare per due anni in modo da dedicarti a una ricerca approfondita che richiede del tempo, o magari decidere di investire più energie nella didattica.

L’Università per stranieri di Perugia. Foto via
Tutto ciò ricade ancora più negativamente sugli studenti. L’aspetto più critico, infatti, non riguarda la nostra attività, ma il senso d’inutilità dello studio che questa visione ha prodotto sui giovani. Da un po’ di anni comincio ad avere la sensazione di formare dei disoccupati. D’altra parte, ed è la cosa più triste, mi accorgo che molti studenti si limitano a fare il minimo indispensabile, frustrati dalla prospettiva che tanto il loro sforzo non servirà per lavorare. In passato capitava di poter coinvolgere gli studenti migliori in progetti di ricerca extracurricolare; si costituivano gruppi di lavoro, in prospettiva di un inserimento accademico, che erano la linfa vitale dell’università. Oggi questa cosa non esiste più, e gli studenti sanno benissimo che noi docenti non siamo nella condizione di offrire opportunità future, per la semplice ragione che non ce ne sono: quindi perché dovrebbero investire nella loro formazione?
Tutte queste problematiche sono al tempo stesso la causa e la conseguenza del problema più tangibile e reale della ricerca: la mancanza di fondi.
Oggi l’Italia non destina fondi alla ricerca, se non minimi. Gran parte dei finanziamenti vengono quindi assegnati alle università attraverso fondi europei. Potrebbe suonare anche come una cosa positiva, ma non lo è. Intanto, il fatto che i finanziamenti siano “europei” non vuol dire che vengano distribuiti in modo meritocratico. Ma il problema principale risiede nei modi di assegnazione: vengono calati dall’alto senza adeguarsi alle potenzialità del nostro sistema, e le università italiane faticano ad assorbirli, lasciando molti settori penalizzati. Le materie scientifiche hanno infatti specificità diverse da quelle umanistiche. Sulla carta, un sistema di assegnazione che non tenga conto di ciò non avrebbe motivo di essere; ma di fatto le differenze sono trascurate e gli studi umanistici sono trattati alla stregua di quelli scientifici. In numeri, questo equivale a budget di uno o due milioni di euro per ricerca. Un’enormità in campo umanistico, dove non c’è bisogno di materiali, laboratori e tecnologia; e il solo dover gestire un progetto in questi termini è spesso un’impresa lontana dalla formazione di uno studioso.
L’altro problema con questi fondi è che si tratta di soldi che vengono distribuiti in base ad alcuni trend che penalizzano la tradizione italiana. Da sempre la ricerca nel nostro paese ha privilegiato l’indagine materiale sulle fonti, la ricerca filologica, la storia, il passato, secondo metodologie che sono diverse da altri paesi europei. Credo che la diversificazione dell’approccio e le specificità di ogni nazione siano un valore. Ma i meccanismi di valutazione fanno riferimento a standard uniformi che uccidono le differenze. Tutto ciò rende ancora più difficile per noi ottenere i finanziamenti messi a disposizione, e così rincorriamo le mode straniere senza aver il tempo di maturare il nostro personale approccio.
Alla luce di tutto questo, nonostante abbia provato per anni a rimanere positivo e trarre motivo di ottimismo dai molti studenti in gamba che continuano a frequentare l’università, quando oggi mi trovo davanti a chi mi chiede se gli consiglierei la carriera universitaria, devo ammettere che sono sempre più propenso a disilluderlo. La formazione universitaria—che malgrado tutto rimane di qualità—in Italia ha senso solo se la si vuole sfruttare all’estero, che è quello che succede sempre più spesso. Ma questo per me è un fallimento. O meglio, lo è fintanto che la migrazione sarà unidirezionale, cioè solo in uscita. Diversamente, un giovane deve mettere in conto una vita di sacrifici e frustrazione sapendo che questa probabilmente non gli garantirà nessun futuro.