Così come vi starete chiedendo cosa sarà successo al cervello dei raver che hanno passato gli ultimi cinque anni a pipparsi le peggio droghe nei weekend, forse dovreste fermarvi a pensare quale effetto possano aver avuto ore e ore di cartoni animati anni ’80 sulle nostre menti malleabili di bambini. Siamo forse condannati come quegli artistoidi di merda, incastrati in un qualche paradosso post moderno privo di significato? Siamo destinati ad avere il cervello intasato da nozioni televisive che tornano utili soltanto quando guardiamo un quiz di Gerry Scotti? Per qualche sorta di miracolo i VIDEOHIPPOS (Kevin O’Meara: batteria, Jim Triplett: chitarra) si sono lasciati alle spalle tutte queste cazzate, e hanno deciso di andare un po’ più a fondo, passando ore nella camera oscura dell’università di Georgetown a Washington DC, trasferendosi poi a Baltimora per entrare a far parte di Wham City per un master in buffonaggine e per fare della musica pop soffice e iperattiva servita con un contorno di bombardamento video. Abbiamo incontrato Kevin il giorno dopo l’ultima data del tour, e gli abbiamo fatto sputare fuori tutto quello che sa degli anni ’80 e di Wham City.
Vice: Siete appena stati in tour. E’ stato un super party pieno di stripper e montagne di cocaina?
Kevin O’Meara: No, è stato molto frenetico. Eravamo in tour con Dan Deacon, ma non è successo niente di così assurdo. Una sera c’è stata una festa abbastanza pazza, tutte le persone nel backstage hanno iniziato a fare una strana jam session, quasi tribale, c’erano persone che facevano dei cori assurdi. E tutto è nato dal nulla.
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Oh, beh come fate a raccogliere le energie per un concerto?
Io faccio un sacco di stretching, soprattutto yoga. Ma solo roba basic, mi limito alle diverse posizioni. Cerco anche di non bere quando sono in tour. Nemmeno caffè. Sono molto sensibile agli eccitanti.
Forse deriva dal fatto che hai passato l’infanzia negli anni ’80? Potrebbe spiegare la vostra ossessione…
Stiamo cercando di capirci qualcosa di più ripensando alla cultura pop. Eravamo molto giovani quindi non abbiamo avuto una vera chance per capirla, ci limitavamo a pensare che fosse molto cool, amavamo i visual sparaflashanti. Se ci pensi è stato il momento in cui la cultura pop ha cominciato ad acquistare densità, c’era molta più stratificazione, soprattutto paragonata agli anni ’50-’60. Il simbolismo visuale ha avuto grande impatto, grande influenza.
Ma anche la programmazione della TV degli anni ’70 era pazzesca.
Non sto dicendo questo. Però il video editing ha cominciato a diventare più complesso negli anni ’80, quando guardi all’immagine capisci che c’è un sacco di roba dietro.
Sembra che qualcuno qui sia andato a scuola d’arte…
Non direi. Ho cominciato a fare video editing a Georgetown. Passavo ore rinchiuso in camera oscura. Poi mi sono trasferito a Wham City.
Raccontami di Wham City.
E’ un magazzino. Ci ho vissuto con altri duecento artisti.
Cristo, duecento artisti ammassati nello stesso posto…
Non ci vivo più. Facevamo un sacco di concerti e il proprietario ci ha beccati e ci ha detto che non lo potevamo fare. Abbiamo continuato per un po’ di nascosto, ma alla fine ci siamo dovuti arrendere. E’ stato meraviglioso. Anche se non c’era granché tempo per dormire perché c’era sempre qualcuno sveglio che faceva casino.
C’è stato un momento di rottura? Voglio dire, tutti questi artisti uno in pila all’altro, ad un certo punto vi sarete stufati…
Mi ricordo che una sera stavo cercando di dormire, e un paio di miei amici si sono portati a casa un bar intero e hanno improvvisato un match di boxe dal nulla. Alla fine c’erano tipo 40 persone in cerchio che cantavano in coro e si menavano. Diciamo che è stato parecchio strano.
Hai mai fatto qualcosa del genere?
Non sono mai stato un gran casinaro. C’è stata una volta in cui ero completamente sbronzo, era notte e stavo facendo un sacco di casino e Dan [Deacon] stava cercando di entrare in casa, ma eravamo tutti troppo pigri per alzarci, lui continuava a bussare alla porta, quindi per scherzo gli ho urlato di provare al piano di sotto, e alla fine lui ha sfasciato la porta con un condizionatore. Era abbastanza arrabbiato.
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