Il caos burocratico per ottenere la cittadinanza italiana quando i tuoi genitori sono stranieri

Per lo Stato, nascere su suolo italiano o viverci fin da quando si è piccoli non equivale necessariamente a essere italiani. Lo sanno bene molti italiani di seconda generazione, che ci hanno raccontato le loro storie.

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26 settembre 2016, 4:10am

Anastasio, intervistato sotto. Tutte le foto per gentile concessione degli intervistati.

Sei nato in Italia o ti ci sei trasferito ancora prima di imparare ad andare in bici. Dall'altra parte, però, sei scuro di pelle o magari hai un cognome che nessuno sa pronunciare senza esitare. Per questo, la gente si stupisce del fatto che tu sappia parlare l'italiano o non abbia intenzione di tornare "al tuo paese"—che magari non hai mai neanche visitato, o di cui hai pochi ricordi.

Ma a volte, quando sei figlio di immigrati (ovvero "italiano di seconda generazione") non è solo la gente per strada a non riconoscerti a primo impatto come italiano: può capitare che anche lo stato non ti consideri tale.

In Italia, infatti—dove una nuova legge è stata approvata alla Camera lo scorso ottobre e da tempo è bloccata in Senato—vige lo ius sangunis: la cittadinanza viene trasmessa per discendenza, e dipende quindi da quella dei genitori e non dal territorio in cui si nasce. Per i figli di immigrati senza cittadinanza italiana ci si affida alla legge 1992 che fa dell'Italia uno dei paesi con le regole più severe in materia.

In base a questa, gli italiani di seconda generazione dipendono dallo status dei genitore fino alla maggiore età. Compiuti i 18 anni, il processo cittadinanza non è automatico ma avviene tramite una richiesta scritta, che deve essere fatta entro i 19 anni. In caso questa non avvenga, si è considerati come qualsiasi straniero che fa richiesta di naturalizzazione, con i tempi e le regole che ne conseguono.

Se dal punto di vista logico si tratta di una legge obiettivamente strana, dal punto di vista pratico costringe molti, fin da piccoli, ad avere a che fare con burocrazia, limitazioni quotidiane, dubbi identitari e il rischio concreto di essere espulsi.

A testimoniarlo, qualche tempo fa ha fatto parlare la storia di Luca Neves, nato e cresciuto a Roma da famiglia capoverdiana che, con il permesso di soggiorno scaduto e la richiesta di cittadinanza negata a causa di un ritardo, si era trovato con un decreto di espulsione verso un paese che nemmeno conosceva.

Ho quindi chiesto ad alcuni ragazzi, con storie e origini diverse ma accomunati dal calvario burocratico che la loro condizione di italiani di seconda generazione ha determinato, di raccontarmi le loro esperienze.

Anastasio, 27 anni. Nato a Parma, cittadinanza italiana

VICE: Tu sei nato a Parma, e hai ottenuto la cittadinanza italiana qualche anno fa, giusto?
Anastasio: Sì, sono nato a Parma da genitori delle Mauritius. Mio padre è in Italia da 40 anni, mia madre da 35 circa—entrambi da allora vanno avanti a permessi di soggiorno. Io ho ottenuto la cittadinanza a 21 anni, dopo una lunga trafila iniziata a 18.

Quale è stato il tuo percorso?
Avevo intenzione di entrare nell'esercito, non cosciente di quelle che erano le tempistiche per ottenere la cittadinanza, e da quando mi sono messo in moto ci sono voluti quasi due anni. Nel mio caso per fortuna sapevo che avrei ottenuto la cittadinanza ed era solo una questione di tempo: sono sempre stato in Italia e avevo appena terminato gli studi. In molti altri casi, se non si ha una residenza continuativa documentata in Italia, la richiesta può essere respinta.

Il fatto di non essere italiano ti ha mai causato problemi crescendo?
Da bambino, mai: nella fase pre-adolescenziale nessuno dei tuoi coetanei ci fa caso, e le pratiche per quanto riguarda i documenti non le vedi perché sono i tuoi genitori a occuparsene per farti rimanere sul loro permesso di soggiorno. Tranne le file in questura per tutte le firme e in cui ti perdi una fantastica mattina di scuola, non capisci l'entità del problema.

E più tardi?
La cosa ha iniziato a pesarmi alle superiori, e a manifestarsi in diversi risvolti pratici. Ricordo per esempio che c'era il rischio, possedendo un passaporto estero e quindi non comunitario, di non poter andare in gita. Alla fine non è mai stato il mio caso, ma dovevo sempre informarmi e mi ricordo lo scetticismo degli insegnanti, che mi consigliavano di non andare per ignoranza. Ovviamente non sono cose drammatiche, ma da adolescente ti senti un po' diverso e soprattutto non ti spieghi il perché.

Il giorno del giuramento te lo ricordi come un "sono finite le rotture," o c'era dell'orgoglio?
Quando è arrivata la lettera che mi convocava per il giuramento l'ho preso come un "finalmente questo pezzo di carta." Eppure stranamente il momento in cui ho fatto il giuramento è stato emozionante, mi sono sentito appartenente allo stato, al paese in cui sono nato e cresciuto. Devo ammettere che dell'orgoglio c'è stato.

Djarah, 23 anni. Nata in provincia di Caserta, cittadinanza ghanese

VICE: Partiamo dalle tue origini, sei nata in Italia ma sui documenti risulti ghanese.
Djarah: Ebbene sì. Sono nata e ho sempre vissuto in provincia di Caserta, i miei genitori si sono conosciuti in Italia e sono entrambi originari del Ghana. Risulto ghanese, ma nei fatti non ho ancora avuto la possibilità di visitare il Ghana—ho stabilito un legame con quella terra solo grazie ai quadri di mia madre, che fa l'artista, e grazie ai quali la sento come terra d'origine.

Crescendo hai avuto delle difficoltà legate al fatto di non avere la cittadinanza italiana?
In base alla mia personale esperienza, posso dire che più che il fatto di non avere un documento che mi definisse italiana, il fatto di essere femmina e per giunta nera non è sempre stato uno spasso. Vivo in una zona dove la tratta delle donne nere è molto presente e redditizia. Razzismo e sessismo sono un mix letale che va combattuto su tutti i fronti.

Quando hai realizzato di non essere completamente italiana?
Ho sempre saputo di non essere "italiana" a tutti gli effetti. Da piccola rinnovavo il permesso di soggiorno con tutta la famiglia e quelle ore interminabili in fila davanti a uno sportello mi facevano arrabbiare tantissimo. Non riuscivo a spiegarmi il perché di quell'umiliazione: ogni due anni ero costretta a quel rito triste del rinnovo del permesso di soggiorno, doloroso perché mi ricordava la mia condizione di precarietà ed estraneità.

Qual è il sentimento predominante rispetto alla tua situazione attuale?
Da adolescente non ci pensavo neppure a fare le le gite all'estero. Per me che avevo la cittadinanza ghanese ci volevano visti e documenti di cui la scuola non poteva occuparsi. Immaginavo il servizio civile, i concorsi pubblici e tutta una serie di possibilità che solo la cittadinanza italiana poteva garantirti. Avrei potuto richiederla a 18 anni, ma la crisi economica che in quel periodo aveva messo in ginocchio migliaia di famiglie italiane era stata anche peggio per le famiglie dei cittadini stranieri. La mia non era da meno, così rinunciammo in attesa di tempi migliori.

Credi che la società civile sia più avanti della politica sul tema?
Certamente, trovo che la società civile italiana sia molto più elastica rispetto a questo argomento. Molti italiani non conoscono i particolari della legge che regola il diritto alla cittadinanza. Pensano semplicemente che nascere in un paese garantisca a tutti i bambini gli stessi diritti. Trovano piuttosto naturale che un ragazzino cinese nato a Brescia e trapiantato a Napoli sia allo stesso tempo italiano e cinese. Quando faccio presente di non avere la cittadinanza italiana le reazioni delle persone sono sempre le stesse: stupore, confusione, in qualche caso anche indignazione.

Breno, 28 anni. Nato in Brasile, cittadinanza italiana

VICE: Quando sei arrivato in Italia? Ci racconti brevemente la tua storia?
Breno: Sono nato in Brasile, dove il mio padre biologico non mi ha riconosciuto, e quando ero piccolo mia mia madre si è trasferita in Italia per potermi garantire un futuro migliore. Io l'ho raggiunta nel 2001, a 12 anni. Lei ha ottenuto la cittadinanza tramite il matrimonio con un uomo italiano che nel frattempo è diventato mio padre, e italiana è sempre stata anche mia sorella (che anzi ha due cittadinanze, quella italiana e quella brasiliana). Quindi io mi trovavo in una situazione diversa da tutto il resto della mia famiglia, senza cittadinanza.

Sei riuscito finalmente a ottenerla un anno fa. Quale processo hai affrontato?
È stato un inferno: ho completato i dieci anni di residenza il 2 giugno 2011, e ho ottenuto la cittadinanza solo a giugno 2016. Trascorsi i dieci anni, infatti, come da iter ho fatto la richiesta, ma mi è stata rifiutata per il mancato riconoscimento del nucleo familiare—mio padre infatti non mi aveva adottato, non ne avevamo mai sentito il bisogno e avrebbe comportato altri problemi burocratici. C'è stato addirittura un errore tecnico. Mi hanno infatti chiesto un certificato giudiziario dal Brasile, e dopo essermi recato là con il fine di prenderlo, quando l'ho presentato mi hanno detto che non serviva. Poi nel 2014 ho mandato una lettera a Renzi, e solo lì la situazione si è mossa.

Com'era prima di ottenere la cittadinanza, hai avuto difficoltà nella vita di tutti i giorni?
Sì. Al di là del razzismo—a livello di genitori che vedendomi di colore mi chiedevano di non ripresentarmi per le ripetizioni al figlio—non ho mai potuto fare cose come l'Erasmus, e prima di prendere in considerazione un qualsiasi progetto universitario mi dovevo assicurare che fosse aperto anche ai cittadini non europei. Inoltre non potevo votare, ed è una cosa che ho sempre percepito come una grande ingiustizia.

Ora vivi e lavori nel Regno Unito—ti senti di fare un confronto con l'Italia rispetto alla percezione e alla situazione delle seconde generazioni?
Sì, mi sono reso conto che l'Italia è un po' chiusa, poco abituata alle diversità. Qua mi sembra di vivere in un altro mondo. Non ho mai avuto problemi per il mio colore. Anzi, insegno in una scuola superiore nonostante non parli un inglese perfetto, e ho tutte le possibilità che voglio. È un paese senza burocrazia e dove le cose vanno bene. Ovviamente hanno i loro problemi, ma almeno qui vengono affrontati, non ignorati.

Sadio, 30 anni. Nata in Senegal, cittadinanza italiana

VICE: Tu sei nata in Senegal e sei arrivata in Italia a sei anni tramite il ricongiungimento familiare, giusto?
Sadio: Sì, mio padre era già in Italia da 30 anni e mia madre, io e i miei fratelli lo abbiamo raggiunto qualche anno dopo. Da allora vivo in Veneto, in provincia di Padova, ma la cittadinanza l'ho ottenuta solo un anno fa. Per anni ho avuto il permesso di soggiorno e non sentivo l'esigenza della cittadinanza, sarebbe un po' come chiedere ai tuoi genitori "ditemi che sono vostra figlia"—sapevo di essere italiana, era un dato di fatto che non aveva bisogno di conferme. Poi ho cominciato tutta la trafila, e devo ammettere che il giorno che ho ricevuto quella lettera ho fatto i salti di gioia. Non è che con la cittadinanza mi sono sentita italiana, lo ero già prima, ma adesso lo posso affermare all'esterno.

A livello burocratico avere la cittadinanza cosa vuol dire?
Vuol dire tanti piccoli grandi problemi in meno. A scuola tutti i ragazzi sono uguali nel sistema italiano, ma magari non puoi fare i concorsi pubblici, lavorare nella pubblica amministrazione, nell'arma. Nella vita di tutti i giorni non ci sono grandi problemi, ma arrivano momenti in cui hai dei blocchi.

Dal punto di vista personale invece, come ti sei vissuta il fatto di sentirti italiana ma non esserlo?
Nell'adolescenza oltre alle normali domande che tutti si pongono hai dei dubbi anche dal punto di vista dell'identità. Nel mio piccolo paese, con o senza cittadinanza, mi conoscevano tutti e per loro ero totalmente italiana. Tuttavia, al di fuori di questa realtà, quando nessuno ti conosce, ti vedono come straniero e poi si stupiscono quando sentono che parli italiano come un italiano, non se ne capacitano. Ti fanno sentire straniero e questo alle volte ti porta a farti alcune domande.

Tu oltre alle origini straniere sei di colore e musulmana. Quali di queste condizioni è più difficile in Italia ?
Sì, ce le ho tutte! Il fatto di essere straniera di solito dura finché sto zitta, poi quando rispondo o parlo in dialetto sfuma. Per quanto riguarda la religione musulmana, in questo periodo è un bel casino, ma non portando il velo ed essendo africana la gente mi considera automaticamente una "moderata" e raramente percepisco astio. La discriminazione massima è per il colore della pelle, anche se sono italiana c'è sempre lo scemo che per questo prova a farmi notare questa diversità.

I tuoi genitori son qua da una vita, ma sono arrivati da adulti. Credi che le due condizioni siano diverse?
Sì, completamente diverse. Quando sei bambino e inizi dalle scuole elementari già il gap della lingua—che è qualcosa di fondamentale—viene superato, così come è molto facilitato l'ingresso nella comunità. Io mi sono sempre sentita completamente integrata nella vita di paese, uguale a tutti i miei compagni. La vita sociale dei miei, o comunque degli adulti che in genere vengono qua con lo scopo di lavorare, non è nel vissuto sociale ma nell'ambiente lavorativo: spesso hanno l'idea di tornare a casa un giorno e tendono a frequentare loro connazionali. Sono due situazioni molto diverse.

Johnny, 31 anni. Nato a Roma, cittadinanza filippina

VICE: Tu sei nato a Roma, giusto?
Johnny: Sì, sono nato a Roma 31 anni fa, da genitori filippini. Mia madre stava in Italia già da dieci anni e mia nonna materna è italiana. Insomma: ho vissuto in Italia per tutta la mia vita, sono completamente italiano.

Eppure ufficialmente sei filippino.
Esatto. Di fatto però per me le Filippine sono il paese dei miei genitori, il mio unico legame con quel luogo sono i parenti lì, non la riconosco come patria. La cosa pazzesca è che neanche parlo la lingua: la parlo da straniero, con l'accento romano, i miei ci si arrabbiano.

Questa condizione, il fatto di essere sulla carta filippino ma sentirti italiano, ti è mai pesata?
Se intendi a livello d'identità, no. Non ho mai avuto dubbi sul fatto di sentirmi italiano, né su quali fossero le mie origini. Ovviamente fin dalla scuola magari sull'autobus mi prendevano in giro, mi chiamavano cinesino—che poi sono filippino e non cinese, ma questo sembra non capirlo nessuno—e guardandomi allo specchio lo vedevo di essere diverso, ma questo non ha mai creato una confusione identitaria. Diciamo che i problemi sono a livello pratico. Ogni due anni devo rinnovare il permesso di soggiorno: non è una rottura da niente, né una spesa da niente.

Perché non hai fatto domanda entro 19 anni, età entro la quale la si può richiedere?
Semplicemente perché non lo sapevo. I miei genitori non ne sapevano nulla, e io non ne sapevo nulla, a scuola nessuno me ne ha mai parlato. Può sembrare strano, ma è un problema che in famiglia semplicemente non ci siamo mai posti, pensavamo fosse una cosa automatica. Ho capito a mie spese che non era così, e adesso mia sorella minore non ha fatto il mio stesso errore e ha la cittadinanza italiana.

Qual è attualmente la cosa che più ti pesa del non avere la cittadinanza?
Oltre alle beghe burocratiche di cui parlavo prima—che non sottovaluterei—c'è il fatto che non essendo italiano non ho la possibilità di andarmene, anche solo per tornare. Sono bloccato in Italia senza neanche essere considerato italiano.

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