Perché Netflix ci sta inondando di speciali sulla comicità

E perché per l'Italia e la nostra stand-up è sicuramente un’opportunità.
11.5.18
Screenshot via YouTube.

Il 26 aprile 2018 su Netflix si è celebrato il giorno della rivincita tedesca: mentre nella sezione documentari è stata aggiunta la docuserie sulle Einsatzgruppen, le unità operative delle SS che si occupavano dell’olocausto nell’Europa dell’Est (che l’algoritmo mi segnala con un offensivo "95% compatibile”), nella categoria comicità è stato pubblicato Enissa Amani: Ehrenwort. Enissa Amani è nata in Iran, figlia di perseguitati politici emigrati in Germania, ex presentatrice di QVC passata nel 2013 alla stand-up comedy. Oggi è il primo comico tedesco ad avere uno speciale su Netflix. Avranno fatto quello che hanno fatto, ma la scelta dei tedeschi di partire con gli speciali da un figone tra Kim Kardashian e Joan Rivers è ottima per pulirsi un po’ la coscienza.

Ma questo felice primato tedesco è una goccia nel mare di stand-up comedy special pubblicati ogni settimana su Netflix. Giusto per mettere subito al suo posto Enissa, il primo maggio è uscito lo speciale dal Radio City Music Hall di John Mulaney (ex autore del Saturday Night Live), tre giorni dopo è arrivato quello di Dany Boon (attore comico francese), quattro giorni dopo era online Hari Kondabolu. Enissa non è durata neanche il tempo di un ponte sulle nostre home page di Netflix. La settimana prima è uscito The Honeymoon Stand-up Special, composto da tre speciali dei comici Natasha Leggero e Moshe Kasher, e così a ritroso.

Lo stand-up comedy special è uno spettacolo di circa un’ora che un comico registra per una rete televisiva o un servizio di streaming, dopo averlo portato in tour per il paese. Il testo dello spettacolo è l’insieme del materiale migliore che il comico scrive e prova nei comedy club per uno o più anni. È un evento importante per un comico, perché arriva (se arriva) dopo una lunga serie di step: tante serate agli open mic, i primi 15 minuti sul palco, i primi 30 minuti, otto minuti di esibizione in un late show televisivo, la partecipazione a qualche programma con altri comici, avanti e indietro così finché una rete non vuole produrre il tuo speciale.

Una volta erano principalmente HBO o Comedy Central a produrli, ciascuno a malapena una decina all’anno. Poi è arrivato Netflix, che ne sta producendo uno a settimana. “They don’t even make the Specials special anymore,” si sente all’inizio dello speciale su Netflix di Michael Che.

Ma se non sono più niente di speciale, perché continuano a farli? Perché sia Netflix che i comici hanno da guadagnarci: il servizio di streaming può contare su un’ora di contenuto che ha un costo produttivo irrisorio rispetto a un film o una serie; i comici possono contare su ottimi salari. Davvero ottimi. Nettamente migliori delle altre reti che producono speciali. A gennaio 2018 è trapelato che Netflix sta per produrre speciali da 15 minuti di giovani comici, e si dice che quei 15 minuti verranno pagati intorno a 26.000 dollari—Comedy Central US ne pagava 20.000 per mezz’ora. Per non parlare dei pezzi grossi: Chris Rock per il suo speciale ha preso 57 milioni di dollari, Dave Chapelle per tre speciali ha preso 60 milioni, Jerry Seinfeld per i suoi speciali e i diritti di Comedians in cars getting coffee ha preso 100 milioni di dollari. Netflix così si compra i fuoriclasse e le giovani leve, cercando di tagliare fuori le case storiche della stand-up.

Sta riuscendo nella sua missione? Più o meno. Nelle classifiche di fine anno sui migliori speciali del 2017, quelli di Netflix erano ovviamente presenti, ma quello giudicato come il migliore dell’anno, 8 di Jerrod Carmichael, era uscito su HBO.*

Quindi gli speciali di Netflix fanno cagare? No, analfabeti funzionali che non siete altro. Al di là degli speciali incredibili dei nomi di cui sopra o di altri arcinoti come Louis CK e Sarah Silverman, ce ne sono altri di pazzeschi. O per meglio dire, che vi possono piacere. C’è talmente tanta roba che è quasi impossibile non trovare nulla di proprio gusto. C’è uno speciale di Fred Armisen (Saturday Night Live, Portlandia) con solo battute per batteristi. Davvero. Netflix fa pesca con le bombe e qualche spettatore lo porta a casa.

Quindi Netflix non vuole solo partecipare alla stand-up, vuole anche il potere di distruggerla? Può essere, ma la storia ci insegna che non è una catastrofe, e per noi italiani è sicuramente un’opportunità.

I giornalisti americani dicono che il 2009 è stato l’inizio del “secondo boom” della comicità, seguito al “primo boom” durato dai tardi anni Settanta (dopo le innovazioni di Bruce, Carlin e Pryor, i Padre-Figlio-Spirito Santo della stand-up) alla metà degli anni Novanta, quando gli stand-up comedian venivano chiamati ad avere le loro sitcom—vedi Seinfeld o Roseanne, in Italia _Pappa & Ciccia—_e i comedy club erano un business consolidato. Questo primo boom è terminato per eccesso di offerta: le reti hanno prodotto sempre più sitcom, sempre più scarse; i comedy club chiedevano sempre più comici, senza stare badare alla qualità. Usando un’altra metafora da pescatore, con lo strascico non solo si tira su un sacco di spazzatura, ma si distrugge l’intero ecosistema.

A ricostruirlo invece è stato il circuito dei comici alternativi e i nuovi mezzi a disposizione. Il 2009 è indicativo di questo nuovo passo grazie all’uscita del podcast di Marc Maron e del primo speciale prodotto senza accordi con una rete di Louis CK, Hilarious—in seguito acquistato da Comedy Central.

Un esempio simile di bolla comica ce l’abbiamo avuto anche qui: quando nel 2000 Zelig era un programma televisivo ben avviato, ha cominciato a occupare due fasce di palinsesto e ispirato una serie di succedanei, tutti con una struttura che necessitava di circa 15 comici a puntata, per oltre una decina di puntate a stagione. Questo voleva dire avere un bisogno costante di nuovi volti con nuovo materiale, spesso messo a punto all’interno di scuole di scrittura attrezzate per produrre quel tipo di contenuti e che non avevano mai provato davanti a un pubblico. I comici iniziavano a somigliarsi sempre di più, a bruciarsi velocemente, e il pubblico si è allontanato, mentre i programmi satirici, strutturati come varietà e portati avanti da comici esperti, morivano per cause politiche o per naturale decorso, senza essere sostituiti. Anche qui, pesca a strascico.

Nel frattempo, sempre negli anni Duemila, alcuni fan della comicità si sono spostati online, scoprendo gli stand-up comedian americani, mentre gruppi di coraggiosi hanno iniziato a trovarsi ed esibirsi nello stile della stand-up comedy americana.**

Quando questi fan della comicità, delusi da anni di amiche talmente grasse e mogli rompicoglioni, hanno visto per la prima volta Bill Hicks o George Carlin, hanno perso la testa. Ancora di più con gli speciali di Chris Rock, Ricky Gervais, Bill Maher, Sarah Silverman, Louis CK… Battute su Gesù! Sui politici! Sui pompini! Non c’erano una suocera, l'IKEA, il romano pigro contro il milanese affaccendato, era il Paradiso (sembra una frase uscita da un monologo di Colorado, scusate).

La stand-up comedy si dimostrava satira caustica, come un pugno in faccia—niente a che vedere con il flaccido cabaret.

Ma la stand-up non è solo satira, non lo è mai stata, e l’arrivo di Netflix in Italia ce ne ha dato prova con ore di battute sull’IKEA (ce ne sono tantissime, “IKEA” dovrebbe diventare una categoria). A volte buttate tra una battuta su Trump e l’ISIS, a volte da sole, a volte divertenti, a volte no.

Netflix ha dato la possibilità a un pubblico di fan non hardcore della comicità americana di vedere uno stile che in Italia era noto a pochi, di vederne più sfumature possibili, ed eventualmente di portarli fuori casa a vedere come sono gli stand-up comedian italiani, che grazie anche a questa familiarità stanno diventando sempre di più e sempre più vari—c’è chi fa satira politica, chi sulla religione, chi parla di fidanzati e chi non dice una parolaccia. Insieme, comici e pubblico, potrebbero essere l’inizio di un nuovo boom della comicità italiana.

Intanto un cumulo di fan ortodossi, incapaci di fare pace con l’inesistenza dell’equazione “stand-up comedy = satira dura e pura”, commentano laconicamente che gli speciali Netflix sono tutti una merda. Al massimo qualche nome grosso si salva, ma sia chiaro che loro lo conosceva PRIMA. E quelli che non amano né hanno mai seguito la stand-up si uniscono a questo coro.

A tutti loro dico: guardatevi la serie su Osho.

* Il comedy nerd cercherà di farvi sentire sfigati per il fatto che guardate gli speciali solo su Netflix. Se qualcuno vi dovesse dire frasi tipo “Eccolo, se non è su Netflix te non lo vedi! Io guardo anche quelli di HBO e Comedy Central!”, mandategli la polizia postale a casa.

** Possiamo stare una settimana a dirci che anche Paolo Rossi o Beppe Grillo facevano stand-up, ma qui stiamo parliamo di persone che hanno visto gli americani e hanno detto "vogliamo fare anche noi così," non di comici che nella loro carriera hanno fatto anche monologhi davanti a un microfono senza quarta parete perché, oh, capita (la stand-up è quello, non c’è mica bisogno di un acceleratore di particelle per farla).

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