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Μoda

Made In Italien

Daggio Romanzo, Bruno Banani, Riccardo Cartillone: il vero Made in Italy lo fanno in Tedeschia.

di Clara Miranda Scherffig
05 aprile 2012, 8:00am

La Germania è un grande Paese. È capace di costruirti cose noiosissime ma necessarie come ponti, treni e lavatrici e farle funzionare molto bene per diverse decine di anni. Molto spesso, quando ti iscrivi all'università, in Germania ti regalano dei soldi. Se fai la raccolta differenziata, spesso ti danno altri soldi. In Germania riescono a convertire in sistemi legali e perfettamente efficienti tutte quelle cose che altrove sono o inaffidabili o pericolose: la possibilità di incontrare l'anima gemella facendo car pooling da Rostock a Francoforte è alta quanto quella di venire rapinati condividendo un'auto con degli sconosciuti sul tragitto Porretta Terme - Latina. E come se non bastasse, tutto può essere annaffiato da litri di birra, in varietà infinite e dai prezzi ridicoli.

Nel Paese della Cuccagna non è però tutto perfetto, e l'allenato occhio italiano lo noterà subito: i tedeschi si vestono di merda. Totalmente inabili all'arte dello sgamo, l'handicap più notevole e inficiante del popolo germanico rimane quello dell'abbigliamento. Una passione insana e colpevole per il colore viola devasta il guardaroba del maschio tedesco eterosessuale, mentre scarpe ortopediche da mennoniti disobbedienti calzano i piedi delle giovani donne tedesche. Una distesa di pile sintetici e giubbotti tecnici completi di zainetti con cannuccia per succo biologico al mango e placchette catarifrangenti è spesso la loro unica opzione in campo di outdoor clothing. Tanto liberi ed emancipati su molti aspetti della vita quotidiana, la maggior parte dei tedeschi non ha però alcuna scelta quando si tratta di vestirsi e uscire di casa.

Forse è per questo che quando l'imprenditore teutonico decide di lanciarsi nel mondo dell'industria tessile cerca di mascherare il gene del calzino sandalato sotto una cascata di vocali e doppie all'italiana. Altrimenti inspiegabile, ecco il fenomeno dei brand tedeschi che si chiamano con nomi italiani.

BRUNO BANANI


Anche Angela sceglie il Banano.

Bruno Banani, not for everybody: così recita il claim e allora grazie perché mi ricordo che l'Italia non è solo Paese di sole, di mare e di buon cibo ma anche di banane e bunga bunga. Superato il primo momento di sconcerto, sembra però che il Banani sia una catena di biancheria intima piuttosto democratica e diffusa, dai prezzi onesti e dai prodotti semplici. Almeno finché non ci si imbatte nell'orologio da polso Zeno con il suo"typischen Bruno Banani-Charakter"; un oggetto così sbagliato che ti blocca la circolazione e la voglia di vivere.


CAMBIO



Sì, cambiamoli.

Jeans e pantaloni da donna normali con prezzi troppo alti. Solo un altro esempio delle meraviglie che nascono dall'incontro tra due culture così diverse.


DAGGIO ROMANZO


Aiuto "Rabatt aktion".

Il mio preferito in assoluto, Daggio Romanzo produce per lo più jeans maschili a prezzi accessibili e mi fa sentire a casa, forse perché è rivolto ai giovani turchi, gli unici che qui hanno un po' di stile e soprattutto gli unici che osano andare in giro in scooter—benedetto sia il chiasso che fanno coi loro motorini truccati. Bosco e Zulfi sono i nomi che hanno scelto per le loro collezioni denim, entrambi testimoni della confusione linguistica che regna in Europa rispetto all'italiano, quello strano dialetto che parlano al sud, dai, quello con tante "z".


RICCARDO CARTILLONE


Ottima idea quell'aquila prussiana.

Il nome Riccardo Cartillone nasce da un'associazione di lettere così sgraziata e bruttona che ogni tanto lo utilizzo come insulto. Non stupisce che sia stato proprio un germanofono a produrre un brand simile: loro che come massima ingiuria ti paragonano a mucche o maiali, se decidono di offenderti verbalmente basta che cerchino di parlare italiano. Eppure va apprezzato lo sforzo: nonostante le scarpe Cartillone abbiano dei prezzi un po' altini, sembrano di buona fattura e non poi così orrende... se non fosse per il male che colpisce TUTTE le calzature prodotte in Germania, la cosiddetta "punta violenta". Che siano stringate da donna o stivaloni da uomo la storia non cambia, la punta violenta si manifesta per lo più in tre forme raccapriccianti: la versione acuminata delle verniciate maschili, quella da clown dello stivaletto femminile e l'orrore dei grandi indecisi, la variante quadrata e rigidissima, troppo stretta per contenere parti del piede e troppo grande per passare inosservata, spesso cucita così male da sembrare pinzata alla suola con le graffette.

GRANDEZZA


Suca Manolo Blahnik.

Marchio di calzature per donne col piedone, Grandezza è un nome geniale quanto offensivo, del tipo che se devi acquistare una crema per combattere l'acne vai in farmacia e chiedi una confezione di Brufoli.


PELO


E a breve linea di camicie Unghia.

Per concludere, un grande, storico marchio di abbigliamento maschile: Pelo infatti esiste dal remoto 1870, quando ancora si facevano i soldi coi papillon e i cravattini in seta. Pelo è un chiaro esempio della tendenza del Made in Italien farlocco a rivolgersi per lo più ad un pubblico maschile. Questa teoria diventa ancora più chiara quando si guarda alla collezione cotone, Pelo Bamboo. Big bamboo e non dite che il riferimento l'ho colto solo io.

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