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Demdike Stare

Miles Witthaker e Sean Canty si sono fatti le ossa nella scena techno, e oggi la loro musica è come una ragnatela in cui suoni di ogni genere restano intrappolati e si trasformano.

Foto di Davide De Martis

Ora che finalmente si è smesso di considerare certe menate come la coerenza, nell’arte e nella musica si sta affermando un nuovo valore: la resistenza, sia alla dittatura dei generi, che alla superficialità. Miles Witthaker e Sean Canty seguono questa nuova linea, con una determinazione spaventosa, sotto il nome Demdike Stare. Veri maniaci dei dischi, rubano e riciclano frammenti recuperati da tutta la musica con approccio tipicamente hip-hop e una mentalità da sperimentatori. Il risultato di questa ricerca è come una ragnatela in cui suoni di ogni genere restano intrappolati, e si trasformano. Non a caso si sono fatti le ossa nella scena techno, e vengono dall’Inghilterra del nord, la stessa terra della famosa congrega di Pendle Hill, di cui faceva parte quella Demdike da cui hanno preso il nome. Proprio da questi accenni di stregoneria spicciola siamo partiti con le domande—non a caso li ospitava un festival chiamato “Il Sacro Attraverso l’Ordinario”.

VICE: Quando si tratta di musica come la vostra, la maggior parte della gente userebbe, in maniera molto superficiale, l’aggettivo “oscura”, che è orribile. Ci sono termini più calzanti come “misteriosa”, “spirituale”. “Elemental” [aggettivo inglese che significa “legato alle forze della natura”] è una parola perfetta, voi molto recentemente l’avete usata come titolo per una serie di quattro EP.
Miles Witthaker: È vero, non c’entra tanto l’oscurità, quanto l’onestà. La maggior parte della musica in giro si prefigge lo scopo di farti stare bene e divertire. È molto superficiale. Molto spesso, quella che la gente etichetta come “musica oscura” è semplicemente un riflesso dell’umanità nella sua complessità, luci e ombre. Detto questo: Elemental fu concepito inizialmente come un progetto dedicato ai nomi di donna, ai colori, e alle varietà di fiori con cui condividono il nome. I fiori sono legati alla femminilità. L’ispirazione ce l’hanno data una serie di persone che abbiamo incontrato nel corso degli anni suonando in giro, anche tra quelle che hanno organizzato i nostri concerti. Ce n’era una italiana, non ricordo bene quale fosse...
Sean Canty: Violetta.
Miles: Giusto, Violetta. L’ispirazione per quel disco è venuta da Francesca, la ragazza che ha organizzato il nostro primo concerto in Italia, a Firenze. Il titolo Elemental, in ogni modo, è arrivato in seguito, quando avevamo già registrato tutta la musica, ma è un po’ slegato dal concept che c’è dietro.

Pensavo c’entrasse qualcosa il fatto che sono quattro EP, come i quattro elementi.
Sean: A dire il vero il titolo lo abbiamo preso da un disco jazz che amiamo, per cui è più un tributo a uno dei miei album preferiti di sempre. Ci succede spesso di lavorare così, combinando riferimenti diversi.
Miles: Comunque quando abbiamo deciso quel titolo volevamo alludere ai quattro elementi, certo. Però, sai, una volta in un’intervista ci hanno chiesto come mai tutte le nostre uscite fossero legate al numero tre, mentre noi non ce ne eravamo neanche accorti! Gli abbiamo risposto che la prossima volta avremmo fatto una serie di quattro EP [ride].

Mi interessa molto il modo in cui lavorate, sia coi concetti che con la musica. Quello che fate è una forma di ricerca molto approfondita, di cui poi mescolate i risultati per creare qualcosa di completamente nuovo. In questo senso è spirituale, ci avete mai pensato?
Miles: È effettivamente qualcosa su cui riflettiamo molto. Siamo spesso maniacali nel ricercare dischi e film rari, e tutte le altre cose che ci possono ispirare. Però credo che l’unica vera componente spirituale della nostra musica stia nel modo in cui la creiamo: non c’è mai niente di deciso a tavolino, semplicemente sentiamo il bisogno di mettere insieme degli elementi differenti, troviamo il modo di miscelarli e il pezzo è fatto. Non ci siamo mai messi a fare progetti: quando ascoltiamo qualcosa, immediatamente capiamo in che modo ci piacerebbe riutilizzarla. È qualcosa di intuitivo, e anche molto divertente. Comunque il punto di partenza è sempre la ricerca discografica, che è poi il modo in cui io e Sean passiamo la maggior parte del nostro tempo.

Molta di questa ricerca deve tanto alla tecnologia informatica. 10, 15 anni fa non sarebbe stato possibile avere accesso a così tanta musica. In fondo quello che fanno musicisti come voi non è altro che manipolare informazioni, manipolando di conseguenza la realtà. È davvero fantastico che sia possibile. Eppure c’è chi vorrebbe porre delle restrizioni alla disponibilità dell’informazione.
Miles: Viviamo tempi molto strani. È sicuramente un bene poter aprire YouTube e ascoltare, non so, la colonna sonora di un film di Fellini, un brano di musica concreta anni Cinquanta, come l’ultima uscita techno. L’altro lato della medaglia è che la preziosità di tanta roba va assolutamente perduta, è tutto molto usa e getta. Tipo, “Oh, molto bello, avanti il prossimo.” Al contrario, dedicare tutte le tue risorse alla ricerca di un disco, facendo anche dei sacrifici per ottenerlo, lo rende ancora più prezioso. È anche questo che poi ci spinge a riutilizzare le nostre scoperte in qualche modo. L’accesso all’informazione è sacrosanto, ma l’accesso alle informazioni giuste è una scelta del tutto personale.
Sean: Bisogna allenare il proprio modo di incamerare informazioni. Oggi la gente neanche legge più, le riviste sono tutte online e più che leggere si scorrono le informazioni una dopo l’altra.

C’è un movimento artistico che si dedica a queste forme di “archeologia” musicale, cercando di rendere accessibile a tutti roba rimasta sommersa per decenni, sia riproponendola così com’era che rimaneggiandola del tutto. Label come la Finders Keepers per cui tu, Sean, lavori, oppure la Ghost Box. O anche a blog come Mutant Sounds e Sublime Frequencies. Hanno praticamente riscritto la storia della musica.
Miles: Credo che il punto centrale di tutto questo sia dimostrare che molta roba uscita anni e anni fa potrebbe benissimo uscire oggi, e non si noterebbe la differenza. Per esempio, abbiamo appena messo le mani su un vecchio album italiano degli anni Settanta che suona pari pari a Robert Hood!
Sean: Sì, è un album di Piero Umiliani del 1972.
Miles: È un disco sconosciutissimo. Ma ti giuro, pura techno analogica in 4/4. Ed è del 1972! Ascoltare una roba del genere, appunto, mette in una prospettiva diversa gran parte della techno di oggi, perché lo ascolti e ti viene da dire: “Be’, lui la faceva meglio già allora.” Di conseguenza ti si spostano tutti gli standard riguardo la techno. È la cosa bella dell’avere a disposizione dei riferimenti nel passato. L’importante è sempre avere ben presente il contesto, sapere cosa stai ascoltando. C’è un intero mondo musicale ancora inesplorato, figurati che quando abbiamo comprato quel disco non avevamo la minima idea di come suonasse. In teoria doveva essere molto bello, ma non ne eravamo sicuri.
Sean: Personalmente credo di avere imparato molto dall’uso di internet. Ho conosciuto tanta musica straordinaria, di cui altrimenti non avrei mai sentito parlare. Quello che a me e Miles interessa davvero è sviluppare una nostra identità a partire da quello che abbiamo assimilato. Creare degli ibridi a partire da quello che avevamo per le mani. Il mio problema nei confronti di internet e dell’uso che la gente ne fa, è che finiscono tutti per ascoltare la stessa roba, guardare gli stessi film, prendere spunto dalle stesse cose.

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L’idea che molti hanno a riguardo è che ormai la nostra identità sia più definita da ciò che ci piace che da ciò che creiamo. Siamo quello che riblogghiamo su Tumblr, per esempio. Qualcuno potrebbe anche accusare voi di essere troppo dipendenti da quello che campionate, ma è una stronzata. Creare qualcosa è sempre e solo remixare quello che ti ha ispirato.
Miles: Esatto, nell’arte le novità assolute non esistono. Si potrebbe spiegare in maniera estremamente semplice e stupida dicendo che Picasso non sarebbe mai stato Picasso se non avesse mai visto un dipinto in vita sua. Per questo nemmeno il copyright ha alcun senso. Alla fine campionare è solo scegliere una tavolozza di colori piuttosto che un’altra. Noi abbiamo iniziato a creare musica semplicemente perché non riuscivamo a trovare un tipo di musica molto preciso che avevamo in mente, e che ci sarebbe piaciuto ascoltare. È un progetto molto egoista, ma per fortuna c’è anche qualcun altro che vuole ascoltare quella musica.

Tutti i buoni progetti sono progetti egoisti.
Miles: Esattamente! Quando suoni per fare piacere agli altri finisci anche per suonare uguale agli altri. Ti deve piacere quello che fai, punto. Noi ci teniamo in maniera quasi maniacale: abbiamo registrato molta musica che non faremo mai uscire, perché è roba nostra e solo nostra. Serve ad altri scopi.

Mi viene in mente il modo più stupido di usare i campionamenti: prendere un frammento da un pezzo molto famoso e usarlo per far sì che la nuova traccia sia una hit a sua volta. Invece mi pare che per voi sia fondamentale avere rispetto delle fonti, no?
Miles: Sì. Quello è un modo davvero semplice di campionare qualcosa. È più un remake che un campionamento. Campionare, invece, è esattamente come creare un suono col synth: prendi un suono e lo trasformi in un colore, una materia prima, un mattone da usare per costruire la tua musica. Voglio dire, è esattamente come usare un sintetizzatore, solo che ci sono problemi di copyright di mezzo, anche se hai attinto da un album degli anni Cinquanta che nessuno si filava più. Se mettessimo il copyright su tutto, però, nessuno sarebbe più capace di creare nulla. Perché in fin dei conti l’originalità totale non esiste. Tutti si ispirano a qualcun altro.

Infatti. Non è incredibilmente palloso quando si dice che “tutto è già stato detto e fatto”?
Miles: Se fosse così, perché la gente si sbatterebbe ancora a creare? Se c’è qualcuno al mondo che sta facendo cose davvero all’avanguardia, saremo capaci di riconoscere quanto sia effettivamente avanti solo tra 10, 15, 20 anni. Non ha senso predire che un determinato pezzo in futuro diventerà un classico, perché viviamo in un mondo molto contorto, specialmente per quanto riguarda la musica e l’arte. La gente le spara troppo grosse, troppo spesso.

Veniamo però al modo in cui effettivamente manipolate il suono: c’è un idea sonora fondamentale che vi influenza?
Sean: No, semmai è più il rapporto tra noi a influenzarci.
Miles: Ci interessa costruire un’atmosfera, un umore. Ma non ha molta importanza che tipo di atmosfera vogliamo creare, no? Di nuovo, è una questione estremamente personale.

Però non si può negare che ci sia una linea continua in tutto il vostro percorso. Forse è più nell’iconografia e nell’estetica di cui avete sempre fatto uso: i riferimenti alla stregoneria, al paganesimo, agli horror d’annata...
Miles: Tutto fa brodo, tutto ci influenza. Film, libri, dischi, persone, luoghi... Metà dei titoli dei pezzi sono legati a libri che abbiamo letto, molti altri a film che amiamo.

Il mio preferito tra i titoli che avete usato è Liberation Through Hearing. Descrive perfettamente la vostra musica.
Miles: In quello stesso disco abbiamo infilato un pezzo intitolato “Bardo Thodol”, il titolo originale del libro tibetano dei morti, che si traduce in “Suprema Liberazione con l’Ascolto”. All’inizio non sarebbe dovuta stare in quel disco, e in effetti se non l’avessimo messa lì, quella frase si sarebbe potuta leggere in tanti modi differenti, e non solo in relazione al Libro dei Morti. Peccato, perché è davvero ricchissima di significati. In generale mi sono sempre piaciuti i dischi mistificatori, quelli che fanno riferimento a tanti temi non immediatamente riconoscibili, che ti spingono a indagare oltre. Odio invece il purismo, è una forma di pregiudizio stupida quanto il razzismo. Vorremmo che la nostra musica spingesse la gente a rifiutare questa mentalità, in tutti i campi della vita. Questo è quello che “liberation through hearing” significa per noi.