Nel 1984 avevo 15 anni e non vedevo l’ora d’imparare qualcosa di nuovo sull’esperienza umana. Per qualche motivo, la macchinetta delle fototessere del Woolworth’s di Albany, New York, era il mio posto preferito per quel genere di lezioni. Dove altro avrei potuto documentare la spaventosa maschera di JFK che avevo costruito? E nascondermi per rompere le cose? Alla macchinetta delle fototessere, ecco dove. Un giorno, vidi in televisione un tizio che si prendeva una torta in faccia. Mi chiesi come ci si sentiva a prendere una torta in faccia. Quel fine settimana, comprai la mia prima torta alla crema e mi feci dare un passaggio da Woolworth’s.
Mentre mi dirigevo verso la macchinetta delle fototessere, infilato nel mio impermeabile giallo con in braccio la scatola della pasticceria, mi capitò una cosa bizzarra. Una vecchia, grassa donna di colore venne verso di me, con passo così deciso che pensai che si trattasse di una capo-reparto o di una poliziotta in borghese.
“Cosa fai?” mi chiese.
“Mi faccio una foto,” risposi.
“Mmm—mmm,” osservò sospettosa.
Dal momento che non c’era molto altro da aggiungere, m’infilai nella macchinetta, tirai lo straccio di tendina, inserii il mio quarto di dollaro e m’intortai. E ancora una volta, imparai qualcosa di nuovo a proposito dell’esperienza umana—prendersi in faccia un cartone di crema al cocco dentro un baciatoio è molto più spaventoso di quanto potrebbe sembrare in televisione. Innanzitutto, le guarnizioni ti salgono su per il naso e non riesci più a respirare. Senza contare che la furente donna di colore in sovrappeso era rimasta in piedi fuori dalla cabina continuando a domandarmi cosa stessi facendo chiuso lì dentro.
“Cosa fai lì dentro?!?” urlava.
A esperimento concluso, mi pulii il viso meglio che potevo e riemersi nell’attesa che le mie foto scivolassero fuori dalla piccola fessura all’esterno della cabina. La mia nuova guardiana aspettava di fianco a me, senza nemmeno preoccuparsi di fare finta di curiosare nei cestoni delle offerte. Dopo quelle che sembrarono ore di fermentazione meccanica e gestazione gorgogliante, la macchinetta mi consegnò la striscia di foto. La ritirai velocemente, prima che lei potesse vederla, ma la furente donna nera in sovrappeso me la strappò decisa dalle mani e si accigliò osservando l’evidenza. Per uno strano, interminabile istante, rimasi lì, sconcertato e incerto sulla possibilità di riavere indietro le mie foto. Ero solo un ragazzino, senza nessuna voce in capitolo. Non potevo sapere chi fosse lei. La capo-reparto? O una poliziotta in borghese? E decisamente non avevo entrate disponibili per procurarmi un’altra torta. Fu una pausa lunga e imbarazzante, dopo la quale la donna grugnendo abbandonò la presa sulla mia proprietà.
“Grazie,” dissi, docilmente.
Per anni, quella cortesia fuori luogo mi ha perseguitato come uno dei momenti topici della mia codardia adolescenziale. Solo di recente mi sono reso conto che quel “Grazie” era del tutto dovuto. Ho con quella donna un gigantesco debito retroattivo, per avermi anticipato una così importante analogia confezionata di quella che sarebbe stata la mia vita adulta. Adesso so chi è quella donna vecchia, grassa e furente che si aggira furtivamente, curiosando in tutto quello che faccio. Il suo nome è Internet, e non avrà pace finché ogni torta auto-inflitta non avrà la sua cronaca, finché non verrà archiviata ed esposta al mondo intero.
Una dozzina di anni più tardi, mi trovavo su un volo diretto ad Anchorage. La mia band era stata chiamata per una serie di concerti in Alaska e quel viaggio aveva il sapore di una formidabile avventura per ragazzi alla Jack London. Quando nel finestrino apparvero i primi picchi scoscesi di terra, un pensiero attraversò la mia mente.
“Potremmo fare qualsiasi cosa durante questi concerti,” dissi al mio chitarrista. “Nessuno lo saprebbe mai. Potremmo recitare uno dei discorsi di Hitler, oppure frustare qualche Karen Finley—tipo arte performativa. Chi mai lo potrebbe scoprire?”
Questa fu, chiaramente, una svista. La gente che adesso sta leggendo, alle prime decadi del XXI secolo, dovrebbe sapere che internet era vivo e scalciante già nella prima metà degli anni Novanta. Il cyberspace non era ancora ai livelli del facciamo-sesso-anonimo-e-virtuale-con-tutti, cosa che conoscete e amate, ma funzionava abbastanza bene per scambiarsi e-mail con gli amici e acquistare una limitata selezione di regali natalizi. Ed era anche abbastanza efficiente per disseminare pettegolezzi. Durante l’era Clinton, ero ben conscio dell’esistenza delle bullettin board. E nonostante questo, non riuscivo a concepire un futuro che includesse un’autentica versione di internet. Androidi, cannoni laser, teletrasporto: va bene. Ma l’online banking? Per favore. È solo una moda—mi sussurrò all’orecchio una vocina. Non prestarci attenzione.
Arrivati alla fine del decennio, l’avevo capita. Nel 1999, mia nonna mi mandò un’e-mail scrivendo che aveva digitato il mio nome in un motore di ricerca e che era rimasta scioccata “da un certo linguaggio”. Convinto che avesse scoperto la mia veste pubblica di Cantante Testa di Cazzo, cominciai ad abbozzare una mail d’emergenza in cui spiegavo le sfumature della satira e la sottile peculiarità dell’ironia razzista piegata al servizio dell’antirazzismo. Mollai il colpo dopo un’ora. “Non prestarci attenzione,” scrissi fiaccamente, senza aggiungere altro. Se fossi stato veramente onesto con lei e con me stesso, le avrei scritto una lettera ben diversa.
Cara Nonnina (avrei scritto),
Perdonami per queste rivelazioni sconvolgenti, ma onestamente, chi avrebbe mai potuto prevedere l’ascesa di una rete globale di computer? Non sono uno scienziato, ma credo che persino loro siano stati presi alla sprovvista da questa cosa. Il pensiero che, prima o poi, alcuni episodi della mia vita sarebbero venuti a galla, non mi aveva mai attraversato neanche l’anticamera del cervello, sinceramente. Dovresti pensare a me come a uno di quei poveri agenti della CIA che non avevano previsto il collasso dell’Unione Sovietica—una vittima delle circostanze. Banalmente, mi trovavo nel posto sbagliato al momento sbagliato.
E non ero l’unico. Le vacanze natalizie del ’95, ’96 e ’97 risuonarono delle angosce di amici musicisti che mi vennero a visitare e si ritrovarono in preda alle imboscate di AOL e AltaVista. Tesoro, ti abbiamo cercato su internet, vieni a vedere! Dieci anni più tardi, un’altra ondata di vergogna s’infranse sul mio gruppo sociale, quando YouTube ricamò un ben più incriminante arazzo di esibizioni indiscrete. Il mio vecchio batterista, G., originario di Manassas, una volta aveva denudato il suo culo di uomo, mentre una
videocamera riprendeva da qualche parte, sepolta tra la folla—e non stava solamente facendo “luna piena”, ma proprio un balletto sexy. Anni dopo, ricevette una chiamata dalla sorella. “Dov’è quel video del tuo culo?!” biascicò sbronza. “Ho bisogno del link così lo faccio vedere alle mie amiche!” Il dilemma di G. sembrò rappresentativo della fissa che tutti noi—isterici dei primi anni Novanta—ci ritrovavamo ad affrontare nell’era moderna. Il suo culo era indirizzato a quelle specifiche persone durante quella specifica performance, e a nessun altro. Dal punto di vista morale e legale, G. arrivò alla ragionevole conclusione che dimenare il retrobottega nel 2002 non fosse umiliante quanto farlo nel 2008. Non so cosa avessero in programma i padri fondatori per questa grande nazione, ma vi posso garantire che non era un video del culo nudo del mio amico.
La generazione attuale potrebbe ribattere nell’illusione di essere LA vittima della vergogna. Forse alcuni di voi, post-Generazione X o duemila-e-qualcosa, hanno sofferto dei rimorsi di coscienza quando un parente o un datore di lavoro ha scoperto che c’era qualcosa di non apprezzabile sul vostro profilo MySpace. Ma le disavventure da social network rimangono pur sempre delle disavventure. Dimenticarsi di occultare un capezzolo con Photoshop ha la stessa importanza del dimenticarsi di chiudere la macchina o del lasciare gli occhiali da sole al bar. È insignificante. E non è in nessun modo paragonabile alla vergogna causata da vecchi scheletri del passato conficcati al centro dell’arena pubblica. E non batte neanche la vergogna di avere degli scheletri freschi—quelli appartenenti ad una sfaccettatura parallela della vita di qualcuno—conficcati al centro dell’arena pubblica. Il mio particolare sottoinsieme della Generazione X, la generazione fottuta dalla ricerca, è simile a quello delle star dei film muti che non riuscirono a fare il salto nel sonoro. Siamo stati tutti presi alla sprovvista dalla tecnologia.
E anche questa analogia non è del tutto corretta. A pensarci bene, non ci sono precedenti a questa generazione fottuta dalla ricerca. Tutt’al più, il mio piccolo gruppo verrà considerato il precedente per le generazioni a venire. Alla fine di questo secolo, i nostri traumi serviranno come punti di riferimento, forse per quelli che si tatueranno cose imbarazzanti poco prima che la visione a raggi-X sia perfettamente funzionante, o per quelli che avranno una scritta burlona sul tetto che dice “HO L’HERPES”, proprio una manciata d’anni prima che le macchine volanti entrino in produzione.
E lo sapete chi sarà veramente indignato per tutto questo? San Pietro. Per tutta la storia dell’umanità, fino agli anni Novanta, c’è stato un solo e unico motore di ricerca. Apparteneva a Dio, e Pietro era il socio che poteva accedere al database, non appena ti presentavi per il giudizio finale.
“Diamo un’occhiata a qualche momento della tua vita,” avrebbe giustamente detto Pietro, in piedi sul suo banco di nuvole vicino alle porte del Paradiso, mentre il tuo futuro eterno dipendeva da qualche scena sommaria e decontestualizzata. Quindi avrebbe digitato delle parole chiave in un altro banco di nuvole, e improvvisamente eccoti lì, materializzato su un’enorme nuvola-proiettore ultraterrena, mentre durante un concerto dici una fesseria sul palco. “Sono un po’ stupito dal linguaggio,” osserverebbe lui, sorridendo educatamente. Ricambieresti quel sorriso, educatamente. Nella speranza che il video successivo non sia quello del tuo culo.
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