Il Grand Tour versione metal squat

Ryan Bartek è un giornalista musicale americano, scrittore, musicista e strenuo sostenitore dell’underground più lercio. La scorsa estate, Bartek ha trascorso 78 giorni zaino in spalla in giro per l’Europa, nella titanica impresa di analizzare la scena underground metal, grind e punk del Vecchio Continente e realizzare interviste a band e report dai festival più succosi. Tutto questo per scriverci un libro, Fortress Europe: The Big Shiny Prison vol.II. E se vi chiedete perché “volume II”, la risposta è che esiste già un altro volume, il libro che Ryan ha tirato fuori dopo la stessa folle impresa, durata un anno, lungo le strade degli Stati Uniti.

Avendo preso particolarmente a cuore la sua missione e l’ancor più singolare ragione di fondo (cioè la stesura di un libro che, come tutti i precedenti, sarà gratuitamente scaricabile dal suo blog), al suo arrivo a Milano mi sono sentito in dovere di incontrarlo.

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VICE: Allora, Ryan, sei arrivato da Portland con uno zaino da, quanti, 30 chili? Hai già girato mezza Europa, e sono sicuro che non ti stupirà la domanda, ma… chi te lo fa fare?
Ryan Bartek: Onestamente nessuno, è che non so cos’altro fare. Vedi, sono di quella generazione di ragazzi americani cresciuti ascoltando musica con messaggi di ribellione, di rivoluzioni imminenti che naturalmente non sono mai avvenute. Ci siamo formati con uno spirito iconoclasta e nichilista che potesse superare l’autocommiserazione, ma raggiunta una certa maturità, la frustrazione è inevitabile. Così, anche per me è arrivato il momento di guardarmi allo specchio nel tentativo di capire se dai miei occhi trapelasse un minimo di soddisfazione per il mio vissuto. E siccome non ne ho trovata, ho deciso di mettermi in gioco. Anzi, per strada. So che è rischioso e azzardato, ma c’è di peggio che dormire sotto un ponte in Tennessee, per strada a Berlino, o a casa di un perfetto sconosciuto sospettosamente gentile.  

Cosa pensa la tua famiglia di quello che stai facendo?
Naturalmente i miei non approvano. Del resto, l’unico modo per renderli fieri di me, il loro unico figlio, sarebbe stato entrare nell’esercito, intraprendere una carriera militare o finire nella polizia. Lavorano entrambi nella polizia di Detroit, quindi…

I presupposti per una diseredazione ci sono tutti.
Tranquillo, non posso finire col culo più a terra di così. Sono nato a Detroit e ci ho vissuto fino a pochi anni fa, e non scherzo se ti dico che il giorno più bello della mia vita è stato quando me ne sono andato. Come in tutte le città industriali americane in cui la classe operaia è la netta maggioranza, a Detroit non sono rare le manifestazioni di razzismo. Saremo anche nel 2012, ma il clima tra bianchi e neri non è certo dei migliori. Per una persona liberale come me, crescere in un posto simile è stato alquanto bizzarro.

E di sicuro le cose non sono migliorate dal 2006 con l’esplosione di questa crisi.
Be’, stai parlando con uno che dopo aver lavorato per quasi tutti i grossi magazine musicali americani, varie stazioni radiofoniche e quant’altro a recensire quei 50 promo alla settimana, si è ritrovato a fare di tutto, dal cuoco all’autista, per finire poi praticamente senza casa, col culo su un giornale.

Come è nata la passione per la scrittura on the road e il giornalismo musicale?
Ho iniziato a scrivere più o meno a 17 anni, influenzato soprattutto da Henry Miller. Miller diceva: “Devo viaggiare per almeno 10.000 miglia prima di ricevere l’ispirazione per scrivere una sola riga.” Io l’ho preso alla lettera.
Da ragazzino leggevo un sacco di fanzine, libri e quei manifesti punk che giravano tra noi frequentatori di squat, e l’interesse per quel tipo di giornalismo musicale è nato così. Di lì a pochi anni mi sono ritrovato a Denver, a scrivere per riviste come Terrorizer e Metal Maniac. Nel frattempo avevo già terminato un paio di libri: il primo, scritto nel 2005, è stato stampato da un piccolo editore di Detroit; il secondo, molto più personale, non è mai uscito, ma forse a breve potrei riprenderlo. Poi sono arrivati The Big Shiny Prison—o come girare gli Stati Uniti a piedi in un anno a vedere mille concerti e intervistare altrettante band— e Acropolis Now, un manoscritto autobiografico sugli ultimi 8 anni della mia vita.
Ma in un periodo come questo non c’è grande interesse a stampare roba che non sia essenzialmente “pop”, quindi ho deciso di piazzarli su Internet liberamente scaricabili. Se pensi che la maggior parte dei libri a tema musicale che trovi in libreria non è altro che manualistica da quattro soldi, capisci che sono tagliato fuori in partenza. Fortunatamente tra blog e Facebook si è creato un buon interesse, e la riprova è l’adesione a Fortress Europe di pezzi grossi come Laibach, Bethlehem o Spaceman3. L’unica remora è quella di non poter sfogliare fisicamente i miei libri, ma ti assicuro che non ho interesse a guadagnare denaro da quello che amo fare.

Com’è andata finora? In un mese hai già girato Gran Bretagna, Francia, Germania e mezza Scandinavia.
Non ho avuto grossi problemi. Normalmente il mio più grande timore è la polizia. Ho notato che qui in Europa sono più severi nei confronti di chi dorme per strada, mentre negli USA puoi tranquillamente farlo in un qualsiasi parco. A Helsinki, Stoccolma e Amsterdam non ho visto un senzatetto, Parigi era piena quasi come San Francisco, a Londra ho conosciuto uno dei ragazzi dei Flower of Flesh and Blood in una stazione e mi ha portato nello squat più figo e pulito che abbia mai visto. Anche a Berlino ci sono centri sociali che sembrano quattro stelle. E in generale, ovunque fossi, sono stati tutti estremamente gentili ed ospitali.

E delle band che hai visto tra festival e concerti vari?
Ammetto di aver alzato un po’ il gomito durante le serate, quindi tra quelle che ricordo e che ho intervistato ti cito subito i Repulsione, gruppo grindcore di Bologna. Dovreste ritenerli eroi nazionali, cazzo! Mi hanno scorrazzato in bus con loro praticamente ovunque. Poi naturalmente i Bethlehem all’Under the Black Sun, Fides Inversa, Shit Comet, Solid Noise, che ho visto a Copenaghen, i Chiens, francesi, e gli Hello Bastards, inglesi.

Pima della tua partenza per l’Europa era già online la prefazione di Fortress Europe, dove racconti un aneddoto alquanto divertente avvenuto prima del concerto dei Melechesh, a Portland.
Ahahah, sì! Ero nel tourbus dei Melechesh, la prima black metal band israeliana, che ha letteralmente sfondato da qualche anno, e a un certo punto esplode un casino all’esterno. Erano arrivati a manifestare i fanatici della Westboro Baptist Church, un mucchio di bigotti ignoranti, famosi in tutti gli Stati Uniti per i messaggi sui loro cartelli, robe del tipo “God Hates Fags”! Volevano boicottare il concerto, e con la bava alla bocca hanno iniziato a maledire tutti predicendo la dannazione eterna, finché non sono fuggiti, resisi conto che avevano a che fare con metallari desiderosi d’impalarli.

A questo punto, col tavolino del bar già colmo di pinte vuote e al secondo pacchetto di Marlboro rosse, cui Ryan prontamente leva coi denti il filtro per gustarne al meglio le proprietà cancerogene, il dialogo dirotta su temi caldi d’attualità tanto cari a quello che è un trentenne visibilmente amareggiato e disilluso nei confronti del suo Paese. Dalle teorie complottistiche sull’11 settembre al Bohemian Grove, l’incazzatura è tanta che c’era da aspettarselo: al suo ritorno a Portland, con l’esplosione del movimento Occupy, Ryan è diventato tra i maggiori esponenti del gruppo locale.

Per leggere Fortress Europe, cliccate qui

Il blog di Ryan, invece, è qui.

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