Andare al mare può avere molti significati diversi. Per alcuni significa attraversare la strada con in mano la canna da pesca, per altri prenotare un albergo, per altri ancora raggiungere la casa di famiglia nella località balneare più vicina. Per me andare al mare, negli ultimi anni, significa prendere la macchina o il motorino e guidare per 10 minuti tra campi coltivati, zone industriali e canneti per raggiungere la costa abruzzese nella speranza che il mare sia balneabile—perché a volte, per persone un po’ schifettose come me, non lo è. I fattori sono molti, e non è il caso di fare cattiva pubblicità alla mia regione, fatto sta che piazzare una piattaforma petrolifera a 6 km dalla costa potrebbe non migliorare la situazione. Anche perché qualche bel pozzo c’è già.
La piattaforma petrolifera di Ombrina Mare, che dovrebbe essere realizzata a largo delle coste abruzzesi, è solo uno dei tanti progetti di sfruttamento del mare Adriatico per la ricerca di idrocarburi. Progetti che incontrano da anni l’opposizione delle associazioni per la tutela dell’ambiente, delle giunte regionali coinvolte, e del movimento attivista No Triv.
Videos by VICE
I motivi dell’opposizione sono facilmente intuibili: diversi studi hanno dimostrato che le trivellazioni provocherebbero danni irreparabili. Molti di questi sarebbero una conseguenza della tecnica utilizzata per perforare i fondali, la cosiddetta “air gun” che consiste in una serie continua di spari ad aria compressa che generano un rumore tale da provocare una serie di lesioni fisiche alla fauna circostante (tra cui la perdita dell’udito, fondamentale per l’orientamento.)
Inoltre i fluidi fangosi utilizzati nella fase di perforazione sono considerati tossici e si disperderebbero inevitabilmente nel mare: la flora, la fauna e i bagnanti sarebbero quindi esposti continuamente a tutta una serie di sostanze dannose per l’organismo. Se infine valutiamo le caratteristiche geografiche del Mare Adriatico (che è praticamente un lago) meglio non pensare all’eventualità di incidenti.
Considerato il quadro ho deciso di rivolgermi a Enzo Di Salvatore, professore di Diritto Costituzionale e membro del Coordinamento Nazionale No Triv, per capire qual è il punto di vista del governo e se l’Italia potrebbe guadagnare effettivamente qualcosa dalla realizzazione di questi progetti apparentemente agghiaccianti.
Motherboard: Quando è sorta la problematica delle trivellazioni nell’Adriatico?
Enzo Di Salvatore: La problematica è antica ovviamente, ma è emersa in particolar modo a partire dal 2001 con la cosiddetta legge obiettivo (443) che prevedeva un comune destino per Abruzzo e Basilicata nell’ottica di rilanciare gli investimenti petroliferi in queste regioni. In Basilicata i progetti sono stati realizzati, in Abruzzo non ancora.
Ma è stato soprattutto a partire dal 2005-2006 che si è avuto un rilancio delle istanze di ricerca anche nell’Adriatico. La società Spectrum Geo ha richiesto di poter effettuare ispezioni per circa 30.000 km quadrati, dall’Emilia Romagna alla Puglia. In alcuni casi questa ricerca dovrebbe svolgersi entro le 12 miglia marine dalla costa, limite formalmente invalicabile. Al momento c’è un ricorso al T.A.R. basato su una perizia tecnica che dimostra che in alcuni punti sono interessate porzioni di mare addirittura entro le 5 miglia.
Cosa guadagnerebbe lo stato da questo sfruttamento di risorse?
Lo stato guadagna innanzitutto in termini di royalties, una somma che le società devono pagare per diventare proprietarie del petrolio che estraggono. Con questo meccanismo lo stato dà in concessione ciò che era di sua proprietà e tutto quello che viene estratto appartiene alle società petrolifere (salvo una piccola parte che viene restituita, una percentuale che oscilla tra il 7 e il 10 percento.) Per la concessione, ovviamente, c’è un prezzo da pagare, ma è fondamentalmente irrisorio.
Si tratta di grosse cifre in relazione alla nostra economia?
In realtà no. Alle royalties si aggiungono le tasse pagate dalle società petrolifere per l’esercizio delle loro attività economiche. Tasse che però pagherebbe qualsiasi altra azienda. Nulla, insomma, rispetto a quello che le società petrolifere estraggono.
Voi, in quanto movimento contrario, che motivazioni avete portato avanti finora?
Le motivazioni sono di varia natura. Quelle di carattere ambientale e sanitario sono palesi, ma pur volendo mantenere un punto di vista cinico e meramente economico, a mio avviso non vale comunque la pena concedere i permessi.
Per quanto si dica che l’estrazione di petrolio potrebbe aiutare a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale, bisogna tenere conto del fatto che all’Italia spetterebbe soltanto una parte irrisoria dell’estratto (il 7-10 percento appunto). Per il resto, è tutto proprietà delle compagnie petrolifere, che venderebbero il petrolio a noi come ad altri.
Quindi a suo avviso si tratterebbe di una scelta economica sbagliata?
Sì, investire nel fossile è una scelta anacronistica e sbagliata. Ci sono molte altre risorse da sfruttare.
Ad esempio qui in provincia di Teramo è stato rilasciato un permesso di ricerca su un territorio su cui sono sorte decine di aziende vinicole che esportano Montepulciano in tutto il mondo, e che hanno registrato una forte crescita negli ultimi anni. Le società petrolifere possono chiedere l’espropriazione per pubblica utilità da un momento all’altro, con il rischio di distruggere le attività fiorenti del territorio. Anche se dopo 20-30 anni di estrazione le società dovessero liberare i terreni, a quel punto non ci sarebbe più niente da coltivare.
Se non si tratta di terreni coltivati si tratta di pesca o di turismo. Basta pensare al caso delle Isole Tremiti: una trivellazione in quella zona, anche se oltre il limite delle 12 miglia marine, rovinerebbe tutto.