Kara-Lis Coverdale è giovane ma ha già una reputazione da paintagrane, da quando ha iniziato a mixare hip-hop e inni sacri durante il suo lavoro come organista alla St. John Estonian Evangelical Lutheran Church di Montreal, e da quando (nei suoi tre album) ha iniziato a testare i limiti della composizione elettronica. È anche una collaboratrice di lusso, avendo suonato con gente del calibro di Tim Hecker (sarà ospite anche nel prossimo Love Streams), Lee Bannon, e LXV.
Il suo album più recente, Aftertouches, dello scorso anno, evoca divinità olografiche e ombrose dal pulpito digitale di un computer. Durante in nostri scambi di mail, le risposte di Coverdale erano punteggiate di ellissi e divagazioni misteriose, come se i supi pensieri non potessero essere contenuti da un semplice schermo. Lo stesso vale per le sue composizioni: luminose ma ribollenti di idee. Manca davvero poco a quando Coverdale porterà finalmente in tour Europeo queste composizioni (trovate le date in fondo all’articolo), ragion per cui abbiamo deciso di farle qualche domanda .
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Noisey: Di solito come ti prepari per un tour?
Kara-Lis Coverdale: Ogni mia performance è unica, nel senso che non ho un set fisso immutabile che ri-suono ogni volta. Per i mei show europei, avrò il privilegio di trattare ogni singolo invito come un’opportunità di estendere il mio lavoro e reimpostarlo in tempo reale. Farò nuove versioni live o variazioni di pezzi già esistenti accanto a materiale inedito, lasciando spazio all’improvvisazione. Una volta che il concept generale del set, la sfida sarà fargli prendere vita. Di solito lavoro con venticinque canali, uno per ogni voce o per ogni strato sonoro, su cui lavoro in tempo reale. Mi sono messa un sacco di riferimenti mnemonici di testo per salvarmi una memoria a breve termine su cosa ho salvato e dove l’ho salvato, in modo tale da poterlo tirare fuori velocemente durante un live. A volte uso dei codici o dei simboli per tenerli in memoria (sia in quella del mio corpo che quella del mio computer)
Consideri questa preparazione (e la performance stessa) parte del tuo processo di composizione?
Credo che la maggior parte delle creazioni musicali scaturiscano con una qualche idea di performance in mente. Personalmente vedo i dischi come creazioni rifinite, o documenti di un intenzione e di una capacità particolare, mentre in un live si mostra il processo, le possibilità di variazione, di interpretazione, e tutti quei dispositivi transitori che mostrano un contesto più ampio di cosa un disco potrebbe contenere. Nel caso della musica elettronica, un live è anche un’occasione di ascoltare la musica su un sistema adeguato. L’ho imparato molto tempo fa, quando ho iniziato a esibirmi come pianista. A differenza di un violinista che probabilmente si esibisce con uno strumento che ha tra le mani da più di dieci anni, un pianista è come un musicista elettronico che dipende dall’impianto: si mette davanti a centinaia di persone e prova a raggiungere un alto livello di emotività e connessione con un piano che tocca per la prima volta. È come mettere due estranei in una stanza e vedere che succede.
Come cambia il tuo processo quando ti trovi a lavorare con qualcun altro?
Le collaborazioni sono basate sulla fiducia reciproca, e sul lasciare che si verifichino fatti inaspettati e sorprendenti quando lasci entrare qualcuno nel tuo mondo, a volte si trasforma in una lotta per il controllo. Io passo la maggior parte del tempo da sola in un sistema chiuso ed ego-diretto, sia come compositrice che come performer. Quando invece accetto una collaborazione, il mio mondo si spacca. Il collaboratore ed io siamo entrambi sia turisti che guide, ci aiutiamo a vicenda a esplorare i nostri mondi, per cui c’è un processo di scambio reciproco e ricettività, che richiede apertura vverso ciò che sta fuori dalla tua visuale. A un livello operativo, le decisioni estetiche si compiono più velocemente quando collabori, perché ci si rimbalza reciprocamente un’idea. Molto spesso è bello che qualcuno ti spinga fuori dalla tua comfort zone. Gli strumenti e i set up possono cambiare radicalmente a seconda del progetto. È sempre un’esperienza liberatoria andare nello studio di qualcun altro, ma è anche bello invitare qualcuno nel proprio. L’ho fatto di recente, producendo una traccia per How To Dress Well. È stato come sbavare su una stessa scatola di cioccolatini solo che lui puntava al ripieno alla ciliegia e io al biscotto attorno, ma a entrambi piace la cioccolata per cui va bene. È andata più o meno così.
Che rapporto c’è tra la tua musica e la musica dance?
Non mi aspettavo che Aftertouches, né gli altri miei lavori elettronici venissero associati alla cultura dance. È stata una sorpresa per me venire inserita in line up assieme ad artisti dance, o a finire in certi magazine. Non esiste solo l’elettronica ballabile, e credo che i media dovrebbero comunciarlo più spesso. In generale, credo che i set che faccio ora siano una specie di concerti potenziati. C’è un sacco di movimento in quello che compongo, in termini di energia, ritmo e melodia. Se suonati su un buon impianto, può avere la stessa energia della musica da dancefloor, anche se io evito di usare ritmiche o pattern percussivi costanti. So di usare gli stessi attrezzi di molti producer dance, che facciano rap, EDM, techno o vari sottogeneri. Possiamo scambiarci il pubblico ma alla fine usiamo linguaggi differenti. In realtà, a un livello molto istintivo e interpretativo, io immagino sempre delle figure che danzano sulla mia musica, e quando lavoro a cose nuove uso sempre il mio corpo come prova. So che le cose non funzionano davvero finché il mio corpo non si sente portato a muoversi in qualche modo.
Tour:
March 6 – MUTEK – Barcelona, Spain
March 11 – Convergence – London, UK
March 19 – En Avant – Torino, Italia
March 31 – TMW – Tallinn, Estonia
April 1 – Rewire – The Hague, Netherlands
April 22/24 – Intonal, Malmö, Sweden
May 5 – St. John Sessine – London, UK (/w Tim Hecker, Rezzett)