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L'Italia è un paese in cui è diventato normale essere razzisti?

In Italia “ha retto per decenni una sorta di ‘tabù del razzismo’,” che adesso però sembra essere caduto.

di Claudia Torrisi
28 giugno 2018, 6:30am

Solo nei primi tre mesi del 2018 l’associazione di promozione sociale Lunaria ha contato 126 casi di violenza verbale (la maggior parte durante l’ultima campagna elettorale), 19 di violenza fisica alla persona, 10 di danni alla proprietà (come roghi e bombe carta nei centri d’accoglienza) e 14 di discriminazioni di matrice xenofoba o razzista. Tra l’1 gennaio 2015 e il 31 maggio 2017, il totale è stato di 1483 casi.

Effettivamente, la possibilità di assistere a episodi di violenza perlomeno verbale di tipo razzista è una cosa che oramai mi aspetto nel corso della giornata, al pari di un commento sul caldo o le stagioni che cambiano: per strada, al bar, sui social, da sconosciuti, conoscenti, parenti. La maggior parte di queste persone non si definirebbe mai razzista, pur parlando o comportandosi come tale.

Secondo un sondaggio condotto da Swg negli ultimi mesi del 2017, alla domanda se “determinate forme di razzismo e discriminazione contro alcune etnie, religioni, orientamenti sessuali possono essere giustificate,” il 29 percento degli intervistati ha risposto che “dipende dalle situazioni”, il 26 “solo in pochi specifici casi,” mentre il 7 “nella maggior parte dei casi” e il 3 “sempre.” Solo il 45 percento ha segnato “no, mai.”

La domanda che sorge spontanea di fronte a questi episodi, dunque, non può che essere questa: l’Italia è diventata un paese razzista? O è sempre stato così?

Come scrivono l’ex presidente della Commissione Diritti Umani del Senato e presidente dell’Unar Luigi Manconi e Federica Resta nel saggio Non sono razzista, ma, quello che è certo è che in Italia, salvo eccezioni, “ha retto per decenni una sorta di ‘tabù del razzismo’,” che adesso però sembra essere caduto. Un crollo che per il report di Lunaria si concretizza in uno “scivolamento progressivo dalla banalizzazione, alla normalizzazione, alla legittimazione fino alla rivendicazione e all’ostentazione delle violenze razziste.”

Per capire come siamo arrivati a questo punto ho contattato il sociologo Pietro Basso, docente all'Università Ca' Foscari di Venezia e curatore del libro Razzismo di stato. Secondo il professore, l’origine dell’ascesa del razzismo a cui si assiste non è un processo che parte dal basso, dalle pulsioni della “gente,” e poi viene interpretato dalla politica. Semmai è il contrario: “Il primo propellente del revival razzista in corso è il razzismo istituzionale, e i suoi primi protagonisti sono proprio gli stati, i governi, i parlamenti con le loro legislazioni speciali e le loro comunicazioni pubbliche contro gli emigranti/immigrati, le loro prassi amministrative arbitrarie, la loro selezione tra nazionalità ‘buone’ (al momento quasi nessuna, in verità) e nazionalità pericolose, le ossessive operazioni di polizia segnate dal racial profiling e la moltiplicazione dei campi di detenzione,” spiega.

In Italia, in particolare, questo meccanismo affonda in tempi molto lontani. Durante il Risorgimento, afferma Basso, c’era la cosiddetta “guerra al brigantaggio,” alla quale “si accompagnò una aggressiva dottrina della inferiorità razziale dei meridionali (la ‘razza maledetta’) […] Dunque già all'atto di formazione dello stato unitario ci imbattiamo in una dottrina razziale di stato rivolta contro le popolazioni del Mezzogiorno, e in deliziose pratiche corrispondenti, quali la tortura, l'incendio dei villaggi, o la bestializzazione dei ‘briganti’.” La storia si è poi sostanzialmente ripetuta durante il periodo coloniale.

Negli anni Novanta, prosegue il professore, alcuni studiosi hanno individuato in Italia “l’esistenza di un ‘razzismo ordinario’, una sorta di razzismo ‘soft’. In seguito le cose sono andate peggiorando, e con l'approvazione della legge Bossi-Fini a inizio anni Duemila l'Italia si è collocata all'avanguardia in Europa sia della legislazione contro gli immigrati, sia del discorso pubblico volto a inferiorizzare e criminalizzare le popolazioni immigrate.” In questo solco si inseriscono anni e anni di politiche di contrasto all’immigrazione “clandestina”—parola che ha dato una grande mano all’immaginario straniero = criminale.

Quanto al presente, spiega Basso, “non ho bisogno di dimostrarlo, l'Italia istituzionale ha conquistato un posto di prima fila addirittura a livello internazionale, e non più solo europeo, in materia di ‘guerra agli emigranti’ e di loro vile demonizzazione in quanto scrocconi che fanno la pacchia a ‘nostre’ spese.” In questo senso, la frase “non siamo e non saremo mai razzisti” pronunciata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il suo discorso al Senato, vista la linea politica del governo suona come un’assoluzione preventiva, un gigantesco “non sono razzista MA.”

È dunque evidente come la propaganda e il discorso pubblico portati avanti da partiti come la Lega (ma non solo) abbiano avuto un ruolo di primo piano nell’allargare il perimetro del socialmente accettabile. Anche questo è un processo che parte da lontano e a cui Matteo Salvini ha dato la spinta finale, sdoganando qualsiasi cosa (persino la “sostituzione etnica”) mentre provocazioni e prassi razziste vengono banalizzate.

Il punto nodale, secondo l’analisi di Lunaria, è che “il discorso leghista sulle migrazioni ha conquistato ormai l’egemonia nel dibattito pubblico e ha dimostrato di saper influenzare le prassi amministrative e normative delle istituzioni, anche quando sono governate da partiti che, almeno formalmente, si collocano in opposti schieramenti.” Un esempio sono i provvedimenti presi dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (che non a caso continua a raccogliere applausi a destra) o la decisione di bloccare la missione di salvataggio Mare Nostrum.

“L’esito di tale agibilità politica,” prosegue Lunaria, “è il razzismo senza pudore di oggi che, a eccezione di alcune forze politiche minori, attraversa indiscriminatamente, in alto e in basso, movimenti e partiti di destra e di sinistra.” Così, posizioni estreme e un tempo marginali si sono mischiate nel mucchio e sono diventate legittime come tante altre.

Rappresentazioni plastiche di questa situazione sono state da un lato l’allucinante dibattito che è seguito all’attentato di Macerata e l’assoluta incapacità di quasi tutto l'arco parlamentare di rispondere alla narrazione che ne ha fatto l’estrema destra, e dall’altro la campagna contro le Ong che effettuano i salvataggi in mare, anche questa rimasta sostanzialmente incontrastata—anzi.

Nel frattempo, a essere assimilate e sdoganate non sono state solo politiche e narrazioni, ma anche le parole d’ordine: “Aiutiamoli a casa loro,” finito nel libro scritto da Matteo Renzi prima e in una card del PD su Facebook poi; “Prima gli italiani,” che da claim esclusivamente razzista è diventato uno slogan rassicurante come un altro, declinato un po’ da tutti.

“Il salto di qualità avvenuto negli ultimi anni, e ora certificato al mondo, è che questa semina di veleni sta dando i suoi frutti anche a livello popolare, per cui si moltiplicano le aggressioni anche mortali agli immigrati, i comportamenti discriminatori, le violenze, gli insulti, la paura e l'ostilità nei confronti dei richiedenti asilo e degli immigrati (per non parlare dei rom, anche di quelli con nazionalità italiana),” mi dice il professor Basso, secondo cui in questo momento storico è avvenuta una “saldatura” tra razzismo istituzionale e razzismo dal basso.

In questo i media sono stati una cassa di risonanza fondamentale, diffondendo i messaggi ben al di là dei circuiti razzistoidi. Per il sociologo, infatti, c’è stata una sovraesposizione mediatica di politiche e i discorsi pubblici anti-immigrati, che è servita “ad indicare il capro espiatorio” di decenni di sacrifici e malessere sociale. D’altra parte, le rivolte (o presunte tali) anti-immigrati di quartieri o paesini anche minuscoli hanno sempre trovato grande spazio in tv e sui giornali, facendo assurgere piccolissime comunità o gruppi di residenti a rappresentanza significativa di tutti gli ITALIANI STUFI.

Ciononostante, è fondamentale fare una distinzione. “Il razzismo istituzionale è sistematico e sempre più brutale”; basti pensare a “quanti emigranti sono stati fatti affondare in mare in questo tragico mese di giugno,” dice Basso. Il principale antidoto “è la resistenza e la lotta comune tra autoctoni e immigrati contro i provvedimenti del governo Lega-Cinque Stelle, e questa risposta è ancora debole, senza dubbio. Ma sarebbe una clamorosa falsificazione dello stato dei fatti presentare la società italiana attuale come salvinizzata.”

Secondo il professore, infatti, “alla base della società, nelle interazioni quotidiane sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri, nelle associazioni sportive, nelle parrocchie continua ad esserci una trama di vicinanza, di amicizia, di solidarietà che è un vitale anticorpo al trionfo del razzismo di stato.” Ed è quella parte che reclama spazio, e che è il momento che venga rappresentata.

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