Perché in Italia servono più pagine come ‘No alla mariuana’

Ultimamente su Facebook stanno spopolando alcune pagine parecchio controverse, come No ai tatuaggiNo alla mariuana Meglio zingara che italiana, che fingono di opporsi radicalmente a un certo stile di vita o a un certo impianto di credenze per scatenare le reazioni di quanti vi si riconoscono.

Ovviamente per “controverse” intendo “palesemente ironiche” e per “spopolando” intendo che sotto le foto che condividono ci sono una marea di commenti di gonzi che ci sono cascati. 

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Gonzi tatuati. 


Gonzi che si fanno le canne.


Altri gonzi. Tutti accomunati tra loro da una stessa caratteristica: l’incapacità di capire quando si sta ridendo di loro.

Il funzionamento di queste pagine è molto semplice: prendono un argomento che abbia un grosso ruolo nella definizione dell’identità di chi lo sostiene, e lo demoliscono postando meme costruiti a tavolino. Il risultato più ovvio è che così facendo si scatenano le reazioni irate di chi reputa credibile la finzione. In un primo momento ogni interazione del genere ne causa altre simili: la pagina è ancora poco conosciuta, “gira” solo tra le persone che sono direttamente coinvolte in ciò che critica e la forte connotazione emozionale crea ulteriore confusione.

Più avanti si va, però, più la notorietà della pagina fa sì che vi entrino in contatto anche persone che non sono direttamente coinvolte: è tra queste, in genere, che la finzione viene smascherata. Dopo, la pagina inizia il suo declino inesorabile: ogni interazione diventa una potenziale minaccia alla credibilità. Sotto i vari post, il numero dei “mi piace” aumenta e quello dei commenti diminuisce. Uno dei gestori con cui ho parlato mi ha detto che questo è il metodo più semplice per vedere, a grandi linee, la proporzione tra quanti utenti hanno capito e quanti ci sono cascati: i primi tendono a mettere solo “mi piace”, i secondi a commentare. 

Alla fine, si arriva al punto di rottura. Nessuno ci casca più, la pagina viene abbandonata, sparisce o trova altri modi per ottenere l’attenzione degli utenti. Nella maggior parte dei casi, lo fa trasformandosi in “satira” tout court: non restando altro che l’ironia, si punta su quest’aspetto in modo più o meno esplicito. Ad esempio, ormai quasi nessuno pensa più che Siamo la Gente, il Potere ci temono o Amo il mio carabiniere siano vere, ed entrambe, per far fronte alla costante diminuzione della loro credibilità, si stanno trasformando in pagine satiriche. Anche se questa trasformazione non verrà mai ufficializzata, avviene di fatto: il pubblico a cui si rivolgono è cambiato—ora è formato quasi solo da utenti consapevoli dell’intento ironico di fondo—e di conseguenza ci sarà un cambiamento anche nei contenuti e nel linguaggio. 

Parlando con i gestori di queste pagine è venuto fuori che esse hanno alcuni tratti in comune: nascono tutte come provocazioni ironiche fini a se stesse, per una ricerca di divertimento o di attenzione, ma quasi sempre si evolvono in bizzarri esperimenti sociali il cui scopo è vedere quanto in là possono spingersi rimanendo, per qualcuno, credibili—un “quanto in là” che dev’essere molto lontano se quest’immagine, apparsa sulla pagina Meglio zingara che italiana, è stata rimossa da Facebook nel giro di 24 ore dopo che gli utenti l’hanno segnalata in massa. 

Un altro elemento in comune tra tutte queste pagine, come accennato sopra, è il loro ciclo di vita. Uno dei gestori le ha paragonate ai temporary store: “Dopo un po’ la gente prende le misure e non ci casca più. Con il tempo diventa sempre più difficile che qualcuno ci caschi, finché devi aprirne un’altra.”

Ora, chiunque abbia una conoscenza decente delle dinamiche di Internet sa che si tratta di semplici troll più o meno ben costruiti, ma il “successo” che stanno avendo (nel momento in cui scrivo No alla mariuana ha più di 60.000 mi piace, No ai tatuaggi più di 16.000, Meglio zingara che italiana 11.000) fa riflettere anche sullo strano rapporto che la maggioranza degli italiani ha con Internet e con i social network. “Per quanto sciocco sia quello che scrivi, trovi sempre qualcuno che ci crede davvero, o che pensa che dietro gli eventi ci siano chissà quali interessi potentissimi,” mi ha detto uno dei gestori di Siamo la Gente, il Potere ci temono, una delle prima pagine di questo tipo ad aver fatto la sua comparsa. “La rete non è più da tempo un mezzo d’élite riservato a chi ha strumenti culturali per filtrare ciò che legge, ma viceversa sembra essere diventata l’alternativa ad ogni forma di cultura.” 

Per parlare di questo argomento ho contatto Emiliano Negri. Emiliano è la persona a cui dovete dire grazie quando leggete di figuranti a cavallo che durante il presepe vivente cadono, bestemmiano e vengono scomunicati, di ladri che rubano tutte le ostie da una chiesa e lasciano un bigliettino con scritto “le abbiamo in ostaggio” o di nonne che fanno torte di cocaina e finiscono a ballare la lap dance con il crocifisso. Se abitate a Firenze/siete redattori de La Nazione, è il tizio che un paio di anni fa vi ha illusi che Starbucks stesse aprendo nella vostra città. È anche il fondatore de Il Fallo Quotidiano. Con queste referenze, penso lo si possa considerare un esperto in materia.

Il fatto che le persone credano a tutto quello che leggono su Internet è una conseguenza del cambiamento introdotto da Internet nelle dinamiche della comunicazione. Nel caso dei vecchi media come giornali, radio e televisione, il rapporto tra emittente e destinatario era verticale: emittente e destinatario erano ben distinti, ed era proprio sulla base di questa distinzione che il destinatario conferiva autorità all’emittente. Con l’avvento di Internet e della comunicazione orizzontale la separazione netta tra emittente e destinatario non esiste più, e di conseguenza cade anche il principio d’autorità dei media. È per questo che, vent’anni fa, dire “È vero perché l’ha detto il giornale” aveva senso, mentre dire oggi “È vero perché l’ho letto su Internet” è da idioti.  


Quando ne ho parlato con Emiliano, lui ha tirato fuori Milgram. Nel 1961, mentre a Gerusalemme si teneva il processo ad Adolf Eichmann, Stanley Milgram concepiva un esperimento di psicologia sociale nel tentativo di rispondere alla stessa domanda a cui ha tentato di rispondere Hannah Arendt ne La banalità del male: “è possibile che i nazisti stessero solamente eseguendo degli ordini?” In breve, l’esperimento studiava il comportamento di soggetti a cui un’autorità ordina di eseguire delle azioni in conflitto con i loro valori etici e morali, e il risultato fu che solo una bassissima percentuale di queste si rifiutava di compiere tali azioni. Secondo Emiliano, “Internet è diventato l’autorità e i suoi utenti le cavie di un grande e inconsapevole esperimento Milgram. Chi scrive è percepito come un’autorità legittima dal lettore, anche se in realtà per aprire un sito ci vogliono 20 minuti. La rete ha abbattuto i confini, e questa è un’arma a doppio taglio: si può arrivare ovunque—per controllare se una notizia è vera o meno ci vogliono due minuti—ma nessuno si muove.” 

Il problema è che questo cambiamento è avvenuto da poco, e che è avvenuto molto rapidamente. “Nella nascita e crescita di qualsiasi movimento ci sono essenzialmente due fasi,” mi ha detto Emiliano, “la prima nella quale le persone che creano il movimento lo influenzano, lo plasmano. E la seconda nella quale il movimento, già entità a sé, influenza le persone che ne fanno parte.” 

In pratica, gli italiani che oggi credono a Lercio.it quando scrive che la Kyenge vuole dare i loro cani e gatti in pasto agli immigrati ci credono per gli stessi motivi per cui gli americani del 1938 credevano a Orson Welles che alla radio annunciava l’invasione dei marziani. Non è infatti un caso che The Onion, in attività dal 1996, incorra meno spesso in problemi di questo tipo: il movimento che negli Stati Uniti si è creato intorno ad esso e al suo linguaggio ha raggiunto la massa critica necessaria per plasmare il pubblico, generando così una maggiore consapevolezza. 

A quanto pare, in Italia siamo a metà fra queste due fasi. Il movimento è nato, di pagine fake ne sono nate tantissime e tante altre ne continuano a nascere ogni giorno—dal giorno in cui ho parlato del fenomeno con Emiliano ne ho contate altre 5-6 nuove. Ora c’è da vedere come questo movimento verrà recepito: finora il pubblico italiano, messo di fronte a questa novità, si è comportano come un grande italiano medio. “Poco tempo fa ho parlato con il gestore, italiano, di una pagina Facebook estera molto grande,” mi ha raccontato Emiliano. “Mi ha detto che la situazione della ‘scena’ Facebook italiana è assurda se comparata a quello che succede negli altri paesi. Mentre in Italia postare contenuti un po’ spinti è pura utopia, all’estero c’è molta più libertà.” In altre parole, gli utenti sono molto più consapevoli del mezzo che utilizzano e, di conseguenza, molto più tolleranti rispetto ai contenuti che vedono. 


Che abbiano reali intenzioni satiriche o esistano solo per il divertimento dei loro gestori, queste pagine possono essere usate per constatare una cosa: probabilmente di stupidi ce ne sono quanti ce n’erano prima, ma da quando hanno tutti un accesso ad Internet e un account su Facebook ci risulta molto più facile riconoscerli. In questo senso, Facebook è davvero un acceleratore sociale, un amplificatore della realtà. Il problema, però, è che le persone che credono che No ai tatuaggi faccia sul serio sono le stesse che credono alla disinformazione vera e propria: e questo non lo dico io, ma la ricerca Collective attention in the age of (mis)information

Lo studio, che analizza le interazioni di più di 2 milioni di utenti con notizie vere e false provenienti da varie fonti, afferma che le persone che non si fidano dei media mainstream tendono a credere più facilmente a notizie false—in pratica, le persone che si rivolgono a fonti di informazioni alternative nel timore di una generica e non meglio specificata “manipolazione mediatica”, sono quelle che tendono a credere a tutto quello che viene loro detto. 

Al di là di tutto, pagine come No alla mariuana non fanno nulla di male alla società. Se poi chi ci casca inizialmente iniziasse a prenderle come una lezione per dubitare di tutte le altre cazzate, allora diventerebbero un vero servizio.


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