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Ci sono cose che a priori nella vita ho scelto di non fare: sciare, l’Erasmus a Barcellona, leggere L’insostenibile leggerezza dell’essere, le pezze, la Luiss, il sabato sera di luglio a Trastevere, l’animal, eccetera. Tra queste avevo scelto anche di non vedere i film di Michael Bay.
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Perché “i film di Michael Bay”, come avevo letto sul New York Post: “Sono delle emorroidi di celluloide. Senza cervello, senza anima, senza coscienza e senza fegato”. Difficile non condividere le parole di Kylie Smith. Impossibile a volte.
Poi però a un tratto la sua recensione cambiava: “in altre parole,” continuava Kylie, “un film di Michael Bay è l’opposto del nuovo film di Michael Bay: Pain & Gain.” Così sono andato su YouTube e ho digitato “The Rock-Best Scenes” immaginando quale potesse essere il suo opposto e fantasticando all’idea di trovarmi davanti un film apocrifo dei Cohen. (Ho promesso a me stesso che quando leggerò una altrettanto geniale recensione di Proust su Kundera visionerò anche i suoi capolavori.)
Il film è tratto da un libro di Pete Collins, tratto da una serie di articoli di cronaca usciti alla fine degli anni Novanta sul giornale di Miami, tratti a loro volta da una storia vera. Prima di arrivare a Michael Bay quindi il soggetto ha subito qualche rimaneggiamento, ma le manacce del regista di L.A. non hanno fatto troppi danni, anzi.
La prima scena di Pain & Gain è uno steroide di romanticismo. Appeso a una parete all’esterno della Sun Gym, il gonfio Daniel Lugo (Marc Wahlberg) sudato e col volto contratto fa delle vere flessioni incitandosi a ogni ripresa: “I’m Big,” grida: “I’m strong, I’m hot.” Una chitarra con l’effetto delay suona in sottofondo. In lontananza si sentono arrivare le sirene della polizia, Lugo smadonna, scende dall’attrezzo delle flessioni e scappa in strada. Dopo l’incipit coinvolgente il film prende subito una brutta strada: quella di svelare come andrà a finire. Ma inaspettatamente proprio mentre Daniel sta per essere arrestato dalla polizia, il film fa di nuovo spiccare il volo, con la seguente citazione: “My name is Daniel Lugo” dice fuori campo Marc: “And I believe in fitness.”
Un espediente cinematografico insopportabile ma che in Pain & Gain è perfetto è proprio lo svelamento dalle prime scene di come andrà a finire.
Lugo, uscito dal carcere dove era stato rinchiuso per frode sanitaria, dopo aver partecipato a un incontro con il motivatore Johnny Wu, decide di realizzare il suo sogno americano. Come è riuscito a domare una panca, così vuole fare con la vita, diventando un vincente. I modelli sono i soliti: Scarface e Padrino. Il progetto di Lugo sembra funzionare, trova lavoro come istruttore capo di una palestra di body building, non soltanto rinnovandola ma riempiendola pure di fica. Proprio al lavoro Lugo viene assegnato come personal trainer a Victor Kershaw, un ricco stronzo che lo prende continuamente per il culo. Lugo ha un piano per vendicarsi/riscattarsi.
Quando si viene a conoscenza del piano di Lugo si capisce perché Michael Bay non ha avuto timore a srotolare il finale nel primo quarto d’ora. Il piano perfetto che uno si aspetta che lo terrà incollato allo schermo per due ore è in realtà una pecionata. L’idea è di sequestrarlo, torturarlo se necessario e farsi dare tutti i soldi. Basta.
Lugo per realizzarlo ha bisogno di due compagni, uno è Doyle, interpretato da Dwayne Johnson (che recita benissimo la parte di The Rock) e l’altro è Noel (interpretato da Anthony Mackie ex Tupac Shakur, che in questo film rimane sotto agli steroidi e si deve fare costose punture al pene per fare all’amore).
Le tre birbe matricolate, travestiti da cazzoni, rapiscono Victor e lo portano nel loro covo: un magazzino pieno di dildi e accessori porcelloni, l’unico luogo abbandonato che sono riusciti a trovare. Lugo benda Victor e comincia a parlare spagnolo pensando che questo possa bastare a nascondere la propria identità. Dopo più o meno venti secondi Kershaw lo riconosce, dal profumo. Ogni mossa dei tre è un’assurdità, ma nonostante tutto riescono comunque a portare avanti il piano.
Il problema quindi non è sapere subito come la storia è andata a finire, ma quanto tempo hanno impiegato ad arrestare questa banda di cretini.
Il fascino della vicenda risiede tutto nell’improvvisazione con la quale è affrontato il sequestro. E ogni volta che il piano ha bisogno di aggiustamenti durante il cammino, perché è stato pensato col culo, i tre non perdono mai la calma e si ripreparano a tutto, anche all’eventualità di uccidere delle persone.
L’aspetto più clamoroso del film è l’inedita bravura di Bay nel presentare i tre come degli sbandati che credono davvero nell’impeccabilità del loro progetto. Talmente fomentati che convincono anche lo spettatore.
Pain & Gain è perfetto nel creare serie situazioni adrenaliniche, soltanto per distruggerle poco dopo: come quando con la polizia sulle loro tracce i tre devono sbrigarsi a fare a pezzi dei cadaveri, ma si prendono un quarto d’ora di pausa per la sessione di panca.
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