La scena punk giapponese esiste almeno da quando Vivienne Westwood ha iniziato a capitalizzare ogni aspetto dell’ambiente punk di King’s Road (ossia, dal giorno stesso in cui è nato), eppure, inspiegabilmente, l’Occidente ha prestato ben poca attenzione alle sottoculture nipponiche pre-Harajuku. Nel vuoto lasciato all’interno della scena musicale alternativa dopo la seconda guerra mondiale, la gioventù giapponese ha iniziato ad avere qualcosa per cui incazzarsi verso la metà degli anni Settanta—il declino del settore industriale e l’impennata dell’inflazione durante la crisi del petrolio mondiale—e così è nato il punk giapponese.
Qui di seguito trovate varie band uscite direttamente da quella scena, a riprova che il Giappone non è tutto bagelhead e Jpop assurdo (o, almeno, non lo è sempre stato).
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THE STALIN
A parte l’avere il secondo miglior nome da band nella storia del mondo (‘Paracoccidioidomicosisproctitissarcomucosis‘ è al primo posto; musica di merda, ma con un’esilarante presa in giro dei serissimi fan grindcore), The Stalin erano uno dei pochi gruppi hardcore giapponesi, e tra i pochi ad aver raggiunto, negli anni, lo status di band di culto.
Il cantante Michiro Edo faceva tutto quello che il frontman di un gruppo hardcore dovrebbe fare: vomitava a getto, praticava l’autolesionismo, e più tardi ha formato una band acoustic punk con un uso eccessivo delle armoniche, ecc. ecc. Il tipo in questione è riuscito ad amalgamare tutto quanto ci fosse di fantastico in Iggy Pop, GG Allin e nel comportamento psicotico di Kikuchiyo in I sette samurai di Kurosawa—tutti elementi che hanno determinato la pessima accoglienza riservatagli nella versione locale di Top of the Pops, fatto che li ha resi in qualche modo ancora più eccezionali.
FRICTION
Come molti altri tra i primi gruppi punk di base a Tokyo, i Friction sono essenzialmente un clone diretto delle loro controparti di New York o Londra, senza quella naturale indolenza che veniva così bene a Richard Hell. Non capisco una parola di quello che dicono in quest’intervista, ma la canzone spacca abbastanza da renderlo privo di importanza.
THE SS
Sì, lo so, “The SS” è un’imbarazzante e ovvia strizzata d’occhio alle controversie, ma molti biografi del punk li considerano la prima band hardcore della storia, quindi fatela finita.
I tre panciuti membri suonavano una versione di punk più cattiva e veloce dei loro contemporanei americani, quali i Middle Class e i Black Flag, malgrado sia tecnicamente impossibile che li conoscessero, a meno di essere capitati per caso a una festa hardcore casalinga nei sobborghi californiani della metà degli anni Settanta. Dunque, a qualunque americano là fuori che affermi orgogliosamente che Rollings e MacKaye e compagnia hanno inventato l’hardcore: rivedete un attimo le vostre teorie. E già che ci siete, non avete inventato nemmeno la pizza. Questa cosa mi ha sempre fatto incazzare.
GISM
Negli anni Ottanta, gruppi tipo i GISM capeggiavano l’intera scena giapponese hardcore e D-Beat, quindi li potete direttamente ringraziare per avervi fatto cercare su Google il D-Beat. Tutti pensano che abbiano copiato a The Spits l’indossare passamontagna sul palco, ma lo facevano già un buon ventennio prima che il gruppo fosse anche solo un luccichio nella palletta di cocaina inzuppata di saliva di chiunque li abbia formati.
Tra le loro canzoni c’è “Punks Is Hippies” che è grandiosa, perché quell’espressione non avrà mai senso, non importa quanto ci si possa pensare. Anarchia del cervello, amico.
TEENGENERATE
Più o meno come ogni gruppo statunitense di gunk-punk degli anni Novanta, i Teengenerate si concentravano su un sound maniacalmente veloce incarnato nei bootleg Killed by Death, mescolato occasionalmente con una sorta di tendenza al proto-punk degli anni Settanta. Scusate, sto facendo davvero il secchione qua, ma erano senza dubbio il gruppo migliore del 1994 (Sì, sì, sì; vi sento piangere, fan dei Weezer, dei Nirvana e di Jeff Buckley), ma non mi importa.
THE BLUE HEARTS
Anche se la maggior parte delle canzoni dei Blue Hearts sembra un brutto rifacimento di un pezzo degli Undertones e il loro cantante un cattivo mal concepito di Streets of Rage, la loro canzone “Linda Linda” era la risposta giapponese a “Jump” dei Van Halen, e se non è sufficiente a farvi esaltare come dei matti, non so cosa lo sia.
THE REGISTRATORS
Questi tizi hanno ripreso “Killer Man”—oscuro pezzo francese registrato nel 1977 da Alain Kan e la sua band, i Gasoline—, fatto che potrebbe rivestire un ruolo culturalmente molto più importante di quanto possa sembrare. Sono sicuro al 98 percento che sia l’unica volta nella storia dell’umanità in cui i giapponesi hanno preso in prestito qualcosa dai francesi senza che vi fosse un’evidente traccia di Claude François o Serge Gainsbourg dietro, e ciò è notevole.
THE SWANKYS
Questo è il miglior pezzo di punk giapponese di tutti i tempi. Anzi, probabilmente è la migliore canzone giapponese di tutti i tempi.
I Swankys sono sempre sembrati una versione più fica dei Sex Pistols, tra l’altro. Il chitarrista aveva l’abitudine di portare un copricapo e una maglietta di seta dorata per sottolineare la sua giapponesità, e così facendo era indubbiamente molto più punk di tutti quei londinesi resi omogenei dalle giacche borchiate coordinate e pantaloni di pelle.
THE DISCOCKS
I Cockney Rejects indossavano i colori dei West Ham e hanno iniziato a combattere in difesa delle loro radici nella classe operaia ovunque andassero, gli Angelic Upstarts difendevano incessantemente i diritti delle città minerarie e della classe operaia del nord-est inglese e i Discocks si distruggevano ad Harajuku e chiudevano tutte le frasi con “Oi! Oi! Oi!”
Chiaro, non saranno politicamente coinvolti come i britannici, ma comunque, sono quasi certo che il Giappone non abbia una classe operaia. E se ce l’ha, fanculo—i Discocks non riconoscono le differenze di classe, vogliono soltanto disfarsi e saltellare in giro.
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