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Soldi in nero e porsche gialle - Seconda parte

Prima o poi il pallone si sgonfia, e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti: Gianluigi Lentini, da 'miliardario triste' a calciatore qualsiasi.

Prosegue dalla prima parte.
 

La prima stagione di Lentini al Milan ('92-'93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po' di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con 30 partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l'incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Già a febbraio si scrive di lui: “Ha la faccia da miliardario più triste del mondo e i gol li centellina come le risate” (a Luca Valdiserri l'espressione “faccia da miliardario triste” piaceva molto, visto che l'aveva già utilizzata in estate). Dopo un colloquio con Berlusconi, Gigi dissipa le prime nuvole con una doppietta alla Samp e dice di sentirsi a casa: “Grazie, Dottore. E grazie anche a Capello: quando ci si sente circondati di fiducia, giocare bene diventa facile.” Ma è pur vero che qualcosa non doveva andare se a metà marzo, un Lentini coi capelli corti, orecchino e catenina della prima comunione, viene fischiato dai tifosi milanisti durante una partita di Coppa Campioni contro il Porto: “Chiariamo che neppure io mi piaccio. Se il mio valore fosse quello di questi giorni, smetterei di giocare. Fisicamente però sto bene, devo recuperare un po' di convinzione. La testa, devo recuperare la testa. Voglio dire che quando ti capita di sbagliare la prima palla, ti lasci andare, senti sfiducia attorno a te” (qui).

Quando dieci giorni dopo torna a Torino per la prima volta (è il suo compleanno) Gigi si augura di segnare un gol per superare quel periodo “non felicissimo”. Forse ha ragione chi dice che “Lentini in rossonero non ha combinato grandi cose, e la sua venuta a Torino perde molto della carica che in teoria possedeva. In fondo, se Lentini manca (sempre meno) al Torino, è indubbio che il Torino manca (e sempre più) a Lentini. [...] Decade così un motivo polemico notevole” (La Stampa, 28 marzo 1993). Persino i fischi dei tifosi granata sono meno di quanti lo stesso Lentini avrebbe pensato: “Me li aspettavo tutti questi fischi. Anzi, se devo essere sincero temevo anche qualcosa di peggio, una contestazione più pesante.”

Capello fin qui ha sempre dimostrato di credere in lui (“Diventerà in assoluto una stella europea”) e anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l'Olympique di Marsiglia, Lentini è schierato tra i titolari. Il Milan perde sorprendentemente (dopo dieci vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito da Romario) quella che per Lentini era la seconda finale europea in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e soprattutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell'ufficialità del flop. Per come andarono le cose, non lo sapremo mai. A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l'aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, qualcuno disse che stava correndo a Torino da Rita Bonaccorsi, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall'auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan.” Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L'importante è che Gigi salvi la ghirba.”

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l'ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?” Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 (quando ci si esprimeva in lire) per commentare il passaggio di Lentini al Milan.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali,” l'Osservatore Romano parlava di cifre che erano “un'offesa alla dignità del lavoro.” Persino l'avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo,” il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L'abbiamo avuto per molto, molto meno.”

“Forse è ancora poco,” disse invece Luciano Benetton. Anche senza tenere conto i dubbi su quanto fosse stato pagato veramente Lentini (“Chi l'ha detto che sono 65 miliardi? Borsano? Allora sono probabilmente molto meno”—e in effetti, tenendo conto solo delle cifre ufficiali quei 18 milioni e mezzo non solo sfigurano al confronto con le cifre di oggi, ma Lentini non sarebbe neanche l'acquisto più caro del 1992), Benetton rifletteva: “Anche cinque anni fa, quando Berlusconi ha fatto la squadra con 70 milioni sembrava una follia: oggi invece si può dire che erano due soldi.” Il tempo avrebbe dato ragione a Berlusconi e Benetton, ma per Lentini ormai la frittata era fatta.

L'offerta di Berlusconi nell'estate del '91 era bastata a gettare una luce sinistra sul Conte di Carmagnola (come, senza apparente legame con l'opera di Alessandro Manzoni, se non il paese di origine, veniva chiamato Lentini): “La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un'altra parte. (...) Anche il 'look' è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l'orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata.” Poco più avanti nello stesso articolo (La Stampa del 24 giugno 1991) Marco Ansaldo chiedeva a Lentini: “E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”

Non c'è una sola descrizione che lo riguardi priva di un giudizio morale. Quando ancora era al Torino: “Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell'autografo” (La Stampa del 3 novembre 1991). Il giorno della conferenza stampa con cui annuncia il passaggio al Milan: “Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l'orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (qui). Sei mesi dopo: “Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (La Stampa del 7 febbraio 1993)

L'ultima descrizione citata fa parte di un'intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”—sottinteso: “Sto dicendo al calciatore più pagato della storia che non se ne può più di quanto sono pagati i calciatori”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all'ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non 'loro', i mangioni, i parassiti.” Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa” (ma allora cosa domandi a fare?).

I soldi sono nemici dell'idea di fatica e lavoro duro che è alla base di un certo amore genuino per lo sport. La fama di Lentini e di quelli che sarebbero venuti dopo di lui all'interno del calcio milionario non è dovuta al lavoro (sto seguendo la logica su cui si basa il pregiudizio che i calciatori non meritino i soldi che guadagnano) ma al talento, e il talento è una cosa piovuta dal cielo. Per questo si vuole che i calciatori diano l'esempio: non perché siano le persone giuste o le più esposte, ma come forma di tassa per il dono socialmente inutile che hanno ricevuto dalla Provvidenza.

Lentini era un caso limite, con le sue "cavalcate" eleganti e apparentemente senza sforzo, la facilità con cui passava in mezzo ad avversari troppo lenti e rigidi al suo confronto. Oltretutto Lentini non era un trascinatore, non giocava “per la squadra” (ricordate le prime critiche?). Era un'ala offensiva (come a un certo punto si diceva non ce n'erano più e di nuovo sembrano tornate alla moda nel 4-2-3-1) e la sua superiorità fisica, unita alla capacità di correre palla al piede, non era compensata da altruismo o spirito di sacrificio. Un talento naturale e individualista come quello di Lentini era immorale e, in un certo senso, imperdonabile.

Il tentativo della società italiana (o forse dovrei dire dei giornalisti italiani, dipende da cosa si crede che venga prima, la domanda o l'offerta) di dipingere Lentini come un Balotelli ante-litteram (un Fabrizio Corona) si scontrava con l'immagine che Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, un individualista vero e proprio, non voleva distinguersi e imporsi, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (ma che, ne era consapevole, al posto suo avrebbero fatto lo stesso). “A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c'è l'ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d'estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l'ho assaporato il giorno che ho comprato l'appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro”  (La Stampa del 24 giugno 1991—lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).  

Quando ormai Berlusconi e Borsano avevano avviato la loro trattativa Lentini insisteva: “Bisogna mettere un limite a certe cifre. Non è onesto nei confronti di chi si ammazza di fatica in fabbrica." Così non deve sembrare troppo strano quando, giorno della conferenza stampa, il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati.”

Quindi, in un'immaginaria società italiana priva di classi Lentini non si sentiva migliore di nessuno; la sola cosa che lo distingueva dall'uomo comune che lavorava in fabbrica era la fortuna di saper giocare a calcio che lo portava a guadagnare certe cifre.  


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L'ideale, per far sì che tutto tornasse alla normalità, era che qualcuno o qualcosa gli togliesse quel talento. La perfezione sarebbe stata se Lentini fosse riuscito a toglierselo da solo. E così è stato. Se fosse morto, magari sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni Sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita, anche se temo sarebbe stato difficile dimenticare la faccenda di Mister Miliardo e passare senza preavviso al più compassionevole Gigi. Per quanto grave, l'incidente non fu considerato come un evento tragico.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera, si augurava paradossalmente che non ci fossero conseguenze troppo gravi su Lentini: “con quell'aria annoiata, quella sorridente smorfia d'apatia [...] L' aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L'impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena” (che tradotto significa: Gente, state tranquilli, con tutti quei soldi che volete che sia un coma vigile?).

Su La Stampa del 4 agosto 1993, all'interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori,” Bruno Perucca sosteneva in maniera difficilmente comprensibile che: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un 'ruotino', dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” (la frase manca di logica interna: all'inizio sembra che correre in autostrada col ruotino sia più facile che giocare ala, poi però dice che a giocare ala si rischia al massimo una brutta entrata, per cui non saprei cosa volesse dire il giornalista se non: Gli sta bene).

Una volta uscito dall'ospedale Lentini non è più se stesso e questa, anziché come una maledizione, in Italia viene vista come una benedizione. Torna in campo a dicembre, in amichevole, e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L'eccentrico dandy che ha capito di notte, su un'autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno, e l'inizio di un'avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno.” Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano. Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò.”

In cuor suo, però, Gigi sperava di tornare al livello di prima (“So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina,” dichiara). Gigi salta tutta la stagione '93-'94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L'anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d'accordo. A settembre le prime polemiche: “Fisicamente mi sento a posto, mi manca solo la continuità in campo. È brutto comunque vedere giocatori meno quotati che ti passano sempre avanti e giocano al tuo posto.” A maggio però sembra tornato Mister Miliardo: “Bello vedere Gigi Lentini al suo quarto gol in campionato, ma soprattutto rapido nella penetrazione, secco nel dribbling, intuitivo nel cross.” “Adesso per Gianluigi Lentini è diventato il campionato della rinascita. Non è stato facile. Intensi allenamenti per dimostrare di non essere un giocatore finito, spettatore in panchina la domenica e, quelle poche volte che entrava in formazione, veniva puntualmente sostituito. Da mister miliardo ad emarginato di lusso: un ruolo troppo faticoso” (qui). Pochi giorni dopo ci sarebbe stata la finale di Coppa Campioni, contro l'Ajax: la rivincita perfetta.  

“'Certo che ci tengo a giocare la finale di Coppa campioni, è uno dei miei obiettivi, spiega, ma non è l' unico; la voglia di guardare avanti è tanta.' Dice: 'Sto pensando alla prossima stagione, per me dev'essere quella del riscatto. Sto già lavorando per l'anno prossimo.' Qualche rammarico? 'No, non ce ne sono, non ci sono motivi. Tutti si sono oramai resi conto che sono tornato il giocatore di un tempo, mi pare che dubbi non ne debbano esistere più.'" E invece Lentini non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l'Ajax (persa con un gol di Kluivert immediatamente successivo al suo ingresso in campo), ma l'anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato. A mente fredda Lentini riassume: “E da lì, per solo colpa mia, ho interrotto la carriera ad alti livelli.”

In prestito all'Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione '96-'97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “'Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato.' È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? 'Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare'” (La Stampa del 31 agosto 1996). All'Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l'avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca per un'ultima presenza premio in Nazionale, per un'amichevole contro la Bosnia.

Il cerchio si chiude quando Lentini l'anno dopo ('97-'98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. A quanto pare, voleva tornare a Torino già da tempo ma non voleva dirlo perché “Nessuno mi crederebbe, mi darebbero dell'ipocrita, dell'opportunista.” “Che cosa ne dice dei cori Lentini puttana? 'La loro rabbia è anche la dimostrazione del grande amore per me. M'auguro di farlo rinascere.'" Gigi è cambiato: “No, oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand'ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, mi fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole 'Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna.' Grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un'avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l'etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché la favola continui, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un'incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all'ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.  

Nell'arco di una carriera lunga vent'anni Lentini è passato dall'essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto, di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant'anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l'orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l'allenatore Lido Vieri e il suo vice che lo avevano cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola e ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito... dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così.” Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia, e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto.”   

Lentini gioca ancora. Ho chiamato l'addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce. Mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.


 

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Prima parte: Soldi in nero e porsche gialle