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Abbiamo tutti bisogno di ascoltare il nuovo album di Caterina Barbieri

'Ecstatic Computation' riesce a fare due cose importanti: raccontare l'instabilità del presente e spingerci a meditare sulla nostra posizione nel mondo.

di Simone Zagari
31 maggio 2019, 12:35pm

Foto di Jim C. Nedd per gentile concessione di Modern Matters Press

Negli ultimi anni ho visto parecchi DJ dediti al dancefloor (Objekt, Call Super, Pariah, Huerco S) virare verso la produzione di musica ambient (in senso lato: drone, minimalismo, sintesi generativa e frange dell’elettronica più sperimentale), la quale ha indubbiamente vissuto una crescita in termini di popolarità: da musica di sottofondo a rifugio e spazio di riflessione in cui sognare nuove possibilità e nuovi mondi, nonché piccolo aiuto per affrontare ansia e attacchi di panico. Sono convinto, però, che con Ecstatic Computation, suo ultimo lavoro fuori sulla prestigiosa Edition Mego, Caterina Barbieri sia andata oltre.

Per descrivere l’arte di Caterina, sia di Patterns Of Consciousness (2017) che di Born Again In The High Voltage (2018), si sono raccontate storie di Buchla e sintetizzatori modulari, di arpeggi ipnotici che astraggono l’ascoltatore dal mondo reale per portarlo in uno stato di semi-trance; narrazioni di climax che crescono e di atmosfere sempre più siderali, di spazi sonici che divengono scenario di un incontro idilliaco tra freddezza di calcolo e calore antropico. Al quarto album questi concetti rimangono ancora validi e anzi, essi si arricchiscono elevandosi alla massima potenza, forti di una maestria compositiva raffinata e di una dicotomia uomo-macchina ormai bilanciata. Il connubio tra estasi e computazione è ormai perfetto e, forse per la prima volta nella carriera dell’artista, avviene consapevolmente in un preciso momento storico: il presente.

caterina barbieri ecstatic computation
La copertina di Ecstatic Computation, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

L’inizio in medias res di “Fantas” ci catapulta nella mefitica nebbia contemporanea da cui scaturiscono arpeggi astrali, veicolo per un’ascesa lenta che sarebbe salvifica, se solo non fosse interrotta sul più bello da inaspettate spade di rumore bianco. Allo stesso modo “Closest Approach to Your Orbit” sembra raccontare una storia d’amore tanto fugace quanto intensa, che nasce dal caos e nel caos muore, attutita nella caduta dall’ultraterrena “Arrows of Time”. In essa le voci, altro apprezzatissimo elemento di novità, di Annie Gårlid e Evelyn Saylor (non a caso già al lavoro nell’ultimo di Holly Herndon) si posano su un harpsichord dal respiro classico, per poi confluire nelle celestiali e irraggiungibili vette arpeggiate di “Pinnacles of You”. Ma l’armonia, ormai è palese, non fa più parte di questo mondo e per forza di cose si guasta in “Bow of Perception”, inquieta discesa a singhiozzi verso un finale caotico e imprevedibile. La conclusione, per quanto schizofrenica, non ha però l’effetto di annullare la speranza: al contrario, l’umana curiosità per il futuro ne esce rinvigorita.

In una società sempre più basata su overload informativi, intelligenze artificiali, trans- e post-umanesimo e strenua rincorsa al profitto, Caterina Barbieri racconta l’instabilità del presente e allo stesso tempo ci invita a prenderci del tempo per meditare su noi stessi e sulla nostra posizione nel mondo, sul nostro essere. Ecstatic Computation non è soltanto un disco bellissimo, è una sommossa artistica tanto intima e silenziosa quanto incredibilmente potente e significativa.

Simone è producer/DJ e scrive di musica per Zero e Noisey. Seguilo su Instagram.

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