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Il futuro fa paura, il presente fa paura, e allora balliamo: intervista a Holly Herndon

Abbiamo incontrato l'artista elettronica Holly Herndon, che ha scritto un disco con un'intelligenza artificiale proprio per questo.

di Simone Zagari
09 maggio 2019, 10:43am

Fotografia di Boris Camaca

Parlare di Holly Herndon è un’impresa titanica, e ce ne eravamo già resi conto con Platform, nel 2015. Pochi altri, infatti, sono riusciti ad indagare il presente con un approccio così sincero e sfaccettato, multitematico, lungo un percorso in cui la musica è certamente un mezzo necessario, ma non sufficiente (nemmeno un mese fa, per esempio, si è laureata all’università di Stanford, al Center for Computer Research in Music and Acoustics). Nel suo nuovo album PROTO, in uscita il 10 maggio su 4AD, Holly continua questa urgente ricerca in un’era ormai governata dai protocolli (di rete, personali, politici, ecc.) chiedendosi chi e cosa siamo, per cosa ci battiamo e verso dove ci stiamo dirigendo.

Se dovessimo individuare un punto focale nel percorso artistico di Herndon, iniziato nel 2012 con Movement, questo sarebbe sicuramente il rapporto tra uomo e macchina e le sue ripercussioni nella contemporaneità sociopolitica. In questo senso, PROTO rappresenta il livello successivo: la maggior parte del disco, infatti, è stata creata in collaborazione con Spawn, un’intelligenza artificiale ospitata in un PC per videogame modificato a cui è stato insegnato come apprendere e rielaborare degli input sonori, per generare output totalmente originali. Tutti questi studi si sono tradotti in un percorso musicale unico, tanto tortuoso quanto incredibilmente riuscito, in cui si alternano umano e digitale, freddezza e sentimenti viscerali, momenti estatici e ombre grezze, sperimentazioni e melodie pop.

Come dicevo, parlare di Holly Herndon richiede un grande sforzo, ma parlare con lei si è rivelata un’esperienza semplice e naturale, un’esperienza che mi ha fatto capire perché Holly è una delle personalità artistiche più importanti della nostra epoca.

holly herndon proto
La copertina di PROTO di Holly Herndon

Noisey: Ho percepito PROTO come la terza fase in un percorso di analisi del rapporto tra tecnologia e uomo. In Movement (2012) la macchina prevaleva come un’entità ancora incomprensibile. In Platform (2015) si svelava e tu imparavi a conoscerla, in uno scambio bilanciato ma imprevedibile, con distinzioni nette. In PROTO svetti come il demiurgo che padroneggia la materia ed è impossibile tracciare la linea che separa la persona dal cyborg: è un essere ormai completo. Pensi che il cerchio di questa analisi sia in chiusura o, per sua stessa natura, non si chiuderà mai?
Holly Herndon: Già in Movement utilizzavo la mia voce per bilanciare presenza umana e macchine digitali in musica; con Platform ho portato il rapporto allo step successivo, inserendo Internet nell’equazione. PROTO continua su questa scia, provando ad andare ancora oltre. La mia volontà è sempre stata quella di far interagire i due mondi cercando un equilibrio e sono felice che si percepisca una sorta di avanzamento nel processo, ma per me non è assolutamente un punto di arrivo. Ti ringrazio molto perché ciò che dici di PROTO lo vivo come un complimento, significa che piano piano stiamo facendo dei passi sul cammino verso l’obiettivo, ma siamo ancora distanti dalla chiusura del cerchio e tutto è in divenire.

Parliamo un po’ di Spawn, l’intelligenza artificiale con cui hai creato l’album. Nel comunicato che accompagna l’uscita di "Godmother" l’hai definita "un mezzo per superare i limiti del corpo" e hai accennato alle questioni etiche legate alla tecnica del sampling. Vorrei approfondire il tuo pensiero sui problemi etici che potrebbe invece sollevare una macchina che non solo lavora con te ma che, concretamente, crea per te. Mi spieghi un po’ meglio questo paradosso?
Definirlo “paradosso” è riduttivo, direi che siamo saltati a piè pari in un vero e proprio pantano etico, quindi è meglio andare per gradi. Il modo in cui la maggior parte delle persone si interfaccia con le intelligenze artificiali in campo musicale è quello di tradurre dei valori in file MIDI (con indicazioni di tempo e tonalità, per esempio), più facilmente processabili dalle macchine, per creare delle composizioni automatiche. Io ho rigettato questo approccio per diversi motivi: innanzitutto mi sembrava ci fossimo arenati in un circolo vizioso che continua a riproporre il passato; in secondo luogo penso che un approccio del genere elimini, o quanto meno nasconda, il lavoro umano che sta dietro tutto; infine, semplicemente, era un procedimento noioso.

Noi abbiamo usato il suono come materiale grezzo, mantenendo le voci delle persone che hanno preparato l’IA; abbiamo lasciato una “sporcizia umana” di fondo, rifiutando quella perfezione tipicamente sci-fi ormai kitsch e superata. Questo ci ha aiutato a creare anche un’estetica narrativa e un linguaggio sonico insieme a Spawn, che noi consideriamo un* performer, dunque parte del nostro ensemble. In esso Spawn reinterpreta gli input ma allo stesso tempo interagisce con i musicisti: non sta solo creando per noi, anzi, il suo scopo principale è di integrarsi nel nostro gruppo, nel nostro mondo. Entrambe le parti, umana e digitale, cercano una simbiosi.

Durante le registrazione abbiamo processato la mia voce per fornire degli input a Spawn, e questo mi ha portato a riflettere spesso sulle potenzialità delle IA e delle banche di dati audio: magari un giorno potremo creare un nuovo catalogo di Aretha Franklin dal nulla, o far risorgere le voci dei nostri parenti per puro intrattenimento. Negli anni Settanta Miles Davis definì il sampling “necrofilia” [in realtà fu un percussionista che lavorò con lui a dirlo nde]; ovviamente è un’espressione dura, quasi offensiva e che non condivido perché il sampling apportò qualcosa di nuovo nel panorama musicale. È anche vero però che, se applicata agli odierni algoritmi di produzione musicale automatica, questa critica sembra acquistare un certo senso.

Abbiamo parlato della nascita di cyborg umanoidi e di potenzialità ed eticità della tecnologia. In questi concetti vedo molto, rispettivamente, Ghost In The Shell e Akira, e in generale tutto quell'immaginario distopico abitato da sospetto e paura. È un’associazione diretta, ma allo stesso tempo mi rendo conto che stiamo parlando di opere di trent'anni fa. Secondo te come dovrebbe evolversi la concezione che l’uomo ha delle macchine?
Ovviamente adoro la colonna sonora di Akira e di Ghost In The Shell, e anche tutta l’estetica che questa comunità cyber-punk ha generato. All’epoca si trattava di tematiche nuove ed era molto importante che, a livello di coscienza sociale, si mettessero al centro della discussione le tecnologie che si stavano sviluppando e le loro potenziali conseguenze ed implicazioni etiche. Sono stati lavori cruciali, sì, ma come hai detto tu sono opere degli anni Novanta, la cui visione andrebbe aggiornata. Rifarsi al radicalismo di un’altra generazione non significa essere radicali. Da amante della narrazione distopica, penso che oggi sia importante non arrenderci ai poteri forti, bensì considerarci attori in grado di cambiare concretamente le cose, perché possiamo farlo. In questo le IA, e la tecnologia in generale, potrebbero giocare un ruolo fondamentale, a patto che esse non vengano considerate “aliene” e lontane da noi e che non nascondano il nostro potenziale umano.

Nel presskit che accompagna il disco, in effetti, tu non parli di distopie ma descrivi il rapporto tra uomo e macchina come “bellezza”. Il risultato visivo che dai, però, tra il video di "Eternal" e la cover del disco, non è molto confortante…
Ha, è vero! Ma nell’ascolto dell’album si alternano momenti di bruttezza e ruvidità a momenti di estasi e bellezza. Siamo soliti catalogare le cose del mondo come belle o brutte, ma ci sono tante sfumature. Questo si accentua se prendiamo in considerazione le intelligenze artificiali e la loro complessità; per analizzarle e carpirne l’essenza dobbiamo pensare in maniera sfaccettata, rapportandoci ad esse da ogni prospettiva, senza pregiudizi. Penso che la copertina di PROTO rappresenti questo binomio: io la vedo bella nel suo essere grezza… non so come dire… bella come un bambino ricoperto di fango che gioca nelle pozzanghere.

È come se la bellezza fosse lì sotto, e noi stessimo iniziando a scoprirla. Mi piace questa interpretazione.
Sì, esatto, ma dobbiamo scoprirla insieme.

È palese che ogni tuo disco sia figlio del suo tempo. Nel 2015, quando uscì Platform, tutti parlavano di accelerazionismo, cyberfemminismo, Snowden e il rapporto tra privacy e social media. Oggi l’opinione pubblica è concentrata sulla rinascita delle destre populiste, sulla piena automazione e lo xenofemminismo, sul cambiamento climatico e i meme. In PROTO sono presenti questi temi? C’è qualcosa di particolare che ti ha mosso consapevolmente in questi tre o quattro anni al di là del rapporto con le IA?
Assolutamente, certo. Considera che, tra il 2013 e il 2015, quando ho scritto e pubblicato Platform, la privacy dell’individuo nell’era digitale era un argomento fondante nel mondo accademico, ma non nel mondo musicale né tanto meno nella quotidianità. Oggi, invece, alcuni di quei topic sono diventati persino scontati. Anche in PROTO abbiamo analizzato il presente sociopolitico, ma da un altro punto di vista. Abbiamo cercato di trasporre in musica le interconnessioni e le interdipendenze che esistono tra gli esseri umani: un ensemble che dialoga costantemente con un IA è una metafora dei nostri tempi, del senso comunitario che andiamo cercando e di cui abbiamo bisogno. Questo, poi, si riversa su cambiamento climatico, piena automazione, politica online e tutti gli argomenti che hai nominato. Abbiamo anche portato avanti le vecchie tematiche, analizzato cosa significa vivere in un mondo dominato dai protocolli, un mondo in cui chi ha i server più grossi ha accesso a più dati e quindi più potere, un mondo in cui platform capitalism e IA si intrecciano costantemente in un processo di evoluzione.

E noi dove siamo in tutto questo?
Siamo come Davide contro Golia. Non avremo mai la disposizione di risorse dei potenti e ne siamo consapevoli, eppure il nostro apporto DIY alla causa, per quanto piccolo, può essere estremamente politico. Le grandi aziende trattano i dati in maniera anonima e non consensuale, de-umanizzando i processi legati alle macchine. Al contrario in PROTO, come accennavo prima, noi abbiamo reso visibili gli uomini e le donne che hanno interagito con la macchina, abbiamo pubblicato i loro nomi, le loro voci sono udibili, le interconnessioni manifeste. Penso che questo sia molto politico.

Sì, è vero, e il tutto traspare anche a livello musicale: PROTO suona estremamente corale, nel senso di grandioso e universale, con la voce al centro del processo.
Mi fa molto piacere che si colga. Avere a disposizione non solo la mia voce ma addirittura un coro ha aumentato la ricchezza e le potenzialità di scrittura. Durante la composizione, poi, abbiamo dato molta importanza alla voce, e proprio considerando la sua interazione con le macchine abbiamo voluto studiarne le declinazioni nei diversi periodi storici e nelle diverse aree geografiche del mondo, ricostruendo una sorta di mappatura di culture.

Nella tua lecture per Ableton Loop definivi “Sacro Graal” il connubio perfetto tra “impegno sociale” e “impatto viscerale” all’ascolto, come se fosse un’utopia, ma forse ci stiamo arrivando…
Dici? Grazie! Per me è bello che una composizione musicale sia godibile, ma è fantastico quando dietro al “godibile” ci sono dei layer concettuali, impegnati.

A tal proposito: nel 2015 c’è stato un boom per la cosiddetta musica sperimentale. Su VICE, nel 2017, abbiamo affermato che la musica del futuro si è fermata in quell’anno. Io, invece, l’ho vista tendere verso una maggiore fruibilità finale, sia con un recupero di un senso di umanità sia con un avvicinamento al pop (Arca, Amnesia Scanner, OPN, SOPHIE). Allo stesso tempo ho visto la musica pop muovere piccoli passi verso gli sperimentalismi (Low, Bon Iver, Billie Eilish). Stiamo forse viaggiando verso un punto d’incontro, una sorta di magma indistinguibile? Se sì, pensi sia un bene?
Non so se queste etichette funzionino ancora come decenni fa. Oggi è tutto molto più sfumato, gli artisti sono liberi di ispirarsi a più mondi contemporaneamente. Penso sia importante però avere una sorta di infrastruttura divulgativa e un archivio che possano salvaguardare le origini delle idee. Vedo molto spesso idee della mia comunità underground venire assorbite dal mainstream senza alcun riconoscimento, senza un credito, e penso che questo sia un problema. Di sicuro è bello che ci siano ispirazioni incrociate e un terreno in cui le idee circolano liberamente, ma occorre tutelare chi sperimenta da un’industria musicale a struttura piramidale. Il giudizio sul cosiddetto poptimism è ancora sospeso.

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Fotografia di Boris Camaca

Facendo un attimo brainstorming al di fuori della musica, però, penso alla recente (e preziosa) movimentazione riguardo il cambiamento climatico guidata da Greta Thunberg. È stata estremamente “pop”.
Nel senso di “popolare”, certo, ed è stata molto bella. Penso che ad essere sbagliato sia l’atteggiamento delle persone nei confronti di ciò che viene definito sperimentale e ciò che viene definito pop. Io amo fare musica pop! e amo anche fare musica sperimentale!

Spesso però si parla di musica sperimentale, e quindi anche della tua arte, abbinandola al concetto di “musica del futuro”. Penso sia controproducente perché in realtà la stiamo vivendo oggi, è la musica del presente. La percezione che ne ha la gente sembra decontestualizzata. Spesso leggo e sento dire che Holly Herndon è “troppo avanti” o “futurista”, ma io penso che Holly Herndon sia qui e ora. Ci hai mai pensato? Come si fa ad annullare questo bias cognitivo, creando consapevolezza e utilità sociale attraverso l’arte?
Ci penso sempre! Il mondo musicale è ancora estremamente nostalgico e sembriamo talmente impantanati in un’idea di futuro dal gusto retrò, tra minimalismo e Barbarella, che quando si prova a dipingere un ritratto effettivo dell’attualità questo viene spesso percepito come “avanti”. Quando siamo in grado di generare nuove idee, estetiche e sentimenti attorno a questo contesto storico, mi rendo conto che stiamo facendo qualcosa di concreto che non sia una mera ripetizione del passato. Non sono così naïf da pensare che la storia e il progresso viaggino su una linea continua, non è tutto così semplice. Pensa se fossimo destinati a ripeterci all’infinito… mi deprimerei! Sono tempi difficili, matti, ansiogeni e sentimentali che hanno bisogno di essere espressi, ma anche percepiti, in un certo modo. Ti dirò di più, a me il futuro non interessa, o almeno non in questo senso. Non mi interessa “predire” qualcosa, perché tanto finirei con lo sbagliare. Io cerco di rappresentare il presente, di viverlo e metterlo in musica, e vorrei che questo venisse percepito: non sto cercando di essere futurista, sto cercando di essere attuale.

Proverò a farlo trasparire da quest’intervista allora: Holly Herndon è qui e ora!
Fantastico, sì, grazie!

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