Florian Habicht accetta consigli dai Milli Vanilli

Florian Habicht è un regista neozelandese che vive nell’East Village. Per il suo nuovo lungometraggio, Woodenhead, ha prima registrato tutto il sonoro (dalle voci degli attori ai rumori di sottofondo) e poi girato il film. So che onirico è il termine più cliché che si può usare riguardo alla regia, ma il risultato di questa tecnica è così simile a quella specie di mormorio sfalsato tipico dei sogni che non ci sono altri modi di definirla.


Florian dice che quando ha preso la decisione di girare il film in quel modo stava seguendo le istruzioni dategli dai Milli Vanilli, che gli hanno fatto visita in un sogno. Questo modo di girare sta diventando una specie di tema ricorrente nel lavoro di Florian, e Liebestraume, che puoi vedere alla fine del post, è stato realizzato nella stessa maniera.
Habicht è l’ultimo vincitore della borsa di studio Harriet Friedlander New York Residency, il che vuol dire che ha disposizione un anno tutto pagato per andare a zonzo nell’ East Village a fare il cazzo che gli pare. Se l’avessimo vinta noi la borsa, saremmo stati 12 mesi di fila a bere al bar, ma Florian a quanto pare sta addirittura lavorando. Di recente ha fatto una mostra alla P.P.O.W. Gallery di Chelsea con Teresa Peters, la sua ragazza, anche lei artista, e sua frequente collaboratrice, e sta anche lavorando a due nuove sceneggiature. L’abbiamo incontrato per parlare del suo lavoro.

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Vice: In molti dei tuoi film mi è capitato di vedere delle immagini strane, a volte anche inquietanti, accoppiate con delle scene che trasmettono una sensazione di spensieratezza e leggerezza. Vedi anche te questo contrasto nel tuo lavoro?
F.H.:
Si, è vero. Penso sia un riflesso della mia personalità. E se lo spettatore non riesce a intuire lo humour che c’è dietro questi accoppiamenti, potrebbe pensare che sia una cosa piuttosto pretenziosa o artificiosa. Anzi, a dire il vero in parte lo è, mi piace mixare situazioni artificiose con gente reale e naturale. Liebestraume è un esempio di tutto questo.

Qual’è l’effetto che vuoi raggiungere unendo due cose che provocano sensazioni quasi opposte nel pubblico?
Se faccio vedere qualcosa di inquietante o perverso, voglio anche mostrarne il lato bello. In Liebestraume e Woodenhead, elementi del genere sono presentati in maniera del tutto innocente, quasi infantile.

Qual’è la storia dietro Liebestraume?
Quando frequentavo la scuola d’arte mi piaceva questa ragazza, ma non sapevo come avvicinarla, e quindi le ho chiesto se voleva recitare in un mio film, e dopo che lei mi ha risposto “forse”, ho scritto la sceneggiatura. Alla fine ha accettato, e ora è la mia fidanzata. Nel film recita la parte di Donna, e mio padre, Frank, fa Bruce. Mi è piaciuto girare la scena d’amore tra di loro, e mi piace in generale lavorare con gente che mi è vicina.

In Angel Blessing a Rugby Team sembra che ci siano diverse possibilità interpretative. La squadra di rugby a un certo punto esce dalla foresta e si ritrova in un parcheggio vuoto dove viene benedetta con della polvere bianca da un vecchio su un bulldozer. È una scelta consapevole quella di usare parecchi simbolismi nei tuoi film, o è un modo per incoraggiare il pubblico a costruire i propri? Io per esempio mi sono immaginato alcune interpretazioni della scena, ma non ho idea se siano giuste o sbagliate.
È divertente, qualcuno pensava che la polvere fosse cocaina, altri farina…A me piace fare le cose e solo dopo analizzarle, e allo stesso tempo far sì che la gente proponga le proprie interpretazioni. Anzi, qual è la tua?

Io ho pensato a una specie di presa di posizione sulla conservazione delle foreste. Tutti questi ragazzi che corrono fuori dalla foresta per finire in questo parcheggio con il bulldozer, dove vengono “benedetti”, per poi ritornare nella foresta.
Per me la scena parla di questo ragazzo gay che da bambino era stato costretto a giocare a rugby e lo odiava. Ora invece vive la vita che vuole vivere, ne ha pieno controllo e benedice tutti quegli stupendi giocatori di rugby con cui ha la possibiltà di stare vicino.

Si, ha più senso così. Devo essere onesto, so poco o nulla dell’industria cinematografica neozelandese, a parte i Flight of the Conchords. Com’è la storia li giù da voi, e che differenze ci sono con l’America?
Ci sono tantissimi film indipendenti fatti in Nuova Zelanda. Parecchi corti e film a basso costo. E poi c’è l’industria “ufficiale”, che è diversa da quella americana visto che è completamente sovvenzionata dallo Stato. Quindi i film non devono necessariamente essere commerciali, come quelli prodotti dai grandi studios. Peter Jackson è la nostra eccezione. Gran parte dei miei film sono stati sovvenzionati dalla New Zealand Film Commission. Quindi immagino sia più difficile in America realizzare film creativi con un budget decente.

Sei stato spesso accostato a David Lynch. Che ne pensi di questo paragone?
È un paragone che non mi piace, perché penso che i nostri film siano del tutto diversi. Per quanto ne sappia, le similitudini riguardano solo i titoli dei film, Woodenhead ed Eraserhead, e il fatto che sono entrambi in bianco e nero.

Dunque, hai vinto la borsa di studio Harriet Friedlander New York Residency, eh? Di cosa si tratta e cosa farai qui a New York?
Sono molto fortunato. Vivere qua tutto pagato per un anno, per fare quello che voglio… è una bomba. Lo scopo della borsa è di mandare a NYC un giovane artista neozelandese in modo che possa tornare con nuove idee da sviluppare e nuova ispirazione. Ed è questo che sto facendo anch’io. Vivo con Teresa nell’ East Village, che ci piace un sacco. La Harriet era una sorta di mecenate neozelandese che adorava NYC, e il suo sogno prima di morire era di istituire questa borsa di studio, che adesso è gestita dalla New Zealand Arts Foundation.

È stato un dito al culo registrare prima il sonoro, e poi girare le scene da montarci sopra?
Sì, in effetti. È stato come fare due film separati–un film sonoro, e poi uno visuale. Ma andava fatto così! Ho fatto questo sogno, in cui due angeli mi hanno fatto visita nel bel mezzo di un campo da rugby. Era angeli Rastafarian, illuminati dalle luci dello stadio. Li ho riconosciuti a un certo punto, erano i Milli Vanilli.

Mmm. OK. E cosa ti hanno detto?
I due angeli mi hanno confessato che non erano loro a cantare nei loro album. Ma quello già lo sapevo. Poi, mi hanno detto che avrei dovuto registrare prima il sonoro nel mio prossimo film. Tutti i dialoghi, la musica e i rumori. Ho seguito il loro consiglio, e per prima cosa ho registrato una specie di favola radiofonica, molto carina e innocente. Poi sono andato con una squadra di artisti visuali, tutti diversi tra loro, nel nord della Nuova Zelanda, e ho girato le scene in bianco e nero (più tenebrose e perverse), giocando volutamente con la sincronizzazione. I personaggi principali di Woodenhead, Plum e Gert, parlano senza mai aprire la bocca.

JONATHAN SMITH

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