Le menzogne sono nel mondo, e sono una faccenda che riguarda tutti. Fanno parte della nostra vita quotidiana, dalle frasi di circostanza ai cartelloni pubblicitari alle promesse politiche: mentiamo tutti, nessuno escluso. La bugia ha mille volti e mille nomi—l’inganno, la finzione, il falso, la truffa, lo scherzo, il plagio, la bufala, l’illusione…—ed è facile dimostrarlo. È nella natura della menzogna sottrarsi continuamente allo sguardo che indaga e che ne cerca una definizione decisiva e univoca: è forse per questo che l’atto di mentire è universalmente condannato. Ma non è detto che le cose stiano sempre così.
Nello studio “Effects of Deception in Social Networks” pubblicato recentemente, un gruppo di ricercatori ha considerato la relazione tra la menzogna e il contesto sociale. Il presupposto infatti è che lo scenario originario in cui si manifesta l’atto di mentire sia il rapporto sociale tra due individui, un parlante e un interlocutore (ma è bene ricordare che si può anche mentire a se stessi). L’altro presupposto, in accordo con il senso comune, è che in questo rapporto la cooperazione sia basata sulla sincerità: la menzogna sarebbe quindi distruttiva della socialità (intesa come capacità di costruire una rete di interazioni su più livelli, cosa che ci accomuna a primati, delfini, elefanti e molti altri).
Videos by VICE
Nonostante le accezioni negative comunemente legate alla bugia, gli autori fanno notare che gli uomini sono sensibili alla gravità e all’intenzione per cui si mente: le bugie dette per il mantenimento e la stabilità di un rapporto sono considerate accettabili e non distruttive.
I ricercatori hanno distinto quattro motivi per cui si inganna: 1) si mente per aiutare gli altri—bugie prosociali, 2) per salvaguardare l’autostima—per salvare la faccia, non per danneggiare gli altri), 3) per egoismo—per salvare se stessi a spese di altri), 4) intenzionalmente per fare del male—bugie antisociali. Le prime due sono nella categoria più generale delle bugie prosociali, le altre antisociali.
Lo studio calcola l’effetto dei vari tipi di bugie in una relazione sociale a due, per capire come influenzi il livello di coesione sociale generale. Nel modello si assume che ogni individuo abbia un’opinione, che può variare dal completo accordo al completo disaccordo con l’altra persona: il risultato è che le menzogne antisociali tendono a far aumentare la divergenza tra le opinioni e indeboliscono il legame, ma le bugie prosociali (o “bianche”) riducono la differenza tra le opinioni e dunque rafforzano il rapporto sociale. Quindi oltre la diversa valutazione che si può attribuire loro, le menzogne prosociali favoriscono la conservazione del rapporto e il sorgere di una coesione sociale maggiore.
Questo potrebbe spiegare perché se le bugie sono universalmente condannate, esse sono tuttavia sempre presenti in tutte le società umane. Ci sono bugie che in circostanze sociali non solo sono accettabili, ma addirittura necessarie: alla faccia di Kant, secondo il quale la verità è un dovere morale e un diritto, e non c’è il minimo dubbio che “sarebbe un delitto la menzogna di fronte a un assassino che ci chiedesse se il nostro amico, da lui inseguito, non si sia rifugiato in casa.”
Paradossalmente lo studio dimostra che le interazioni basate sulla completa onestà creerebbero una società formata da una massa indistinta, senza differenze di opinioni al suo interno—basti pensare alla staticità data dall’uniformità di opinioni che crea l’indottrinamento religioso o politico di massa—e non porterebbe la diversità che crea una rete sociale con una popolazione diversificata (formata da onesti e da i diversi tipi di bugiardi).
Dopo aver dimostrato che le bugie sono necessarie per mantenere l’equilibrio che rende funzionante la società umana, i ricercatori si propongono di iniziare uno studio sulle radici della menzogna dal punto di vista evoluzionistico, cercando cioè di comprendere se la menzogna prosociale sia o meno un precursore evoluzionistico alla menzogna antisociale, e se sia una proprietà emersa soltanto nell’ultima fase dell’evoluzione con lo sviluppo delle capacità cognitive necessarie.
Resta la domanda se le bugie prosociali siano una peculiarità umana: uno studio ha dimostrato come gli animali che vivono in ambiti sociali più complessi mentano più frequentemente degli altri. Due studiosi, Byrne e Whiten, con la loro ipotesi dell’Intelligenza Machiavellica sostengono che l’abilità animale di ingannare e di manipolare gli altri in contesti sociali avrebbe fornito la pressione evolutiva determinante per lo sviluppo dell’intelligenza umana (i nostri progenitori avrebbero sviluppato le loro abilità cognitive in risposta alle manovre sempre più intricate richieste dalle macchinazioni della vita sociale).
Questi esempi mostrano che forse anche negli esseri non-umani esistono bugie con una funzione sociale, non legate semplicemente all’istinto di sopravvivenza individuale, e che dunque è nel regno animale, di cui in ultima analisi facciamo parte, che va cercata l’origine della menzogna.
Altro
da VICE
-

Photo by Zoe Richardson on Unsplash -

(Photo by Johnny Nunez/WireImage) -

