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Mi do la scossa ergo sum

Immagine: Otis Historical Archives National Museum of Health and Medicine, Wikimedia

Se poteste scegliere, preferireste sedervi e “pensare”—o folgorarvi con una scarica elettrica? Come esseri umani dotati di raziocinio, presumibilmente capaci di pensiero astratto, e desiderosi di evitarsi del dolore, scegliereste “pensare”, vero? E invece no. Nonostante quello che “pensate” di sapere su voi stessi, specialmente se siete uomini, finireste per farvi l’elettroshock pur di sfuggire a quella vocina assillante nella vostra testa.

In un classico esempio di giornalismo scientifico pop che sfrutta e pubblicizza una scoperta sorprendente e contraria alle aspettative, questa “verità scioccante” è ormai di dominio pubblico: la maggior parte degli uomini farebbero qualcosa, qualsiasi cosa, perfino mandare una scarica elettrica nei loro corpi, piuttosto che rimanere in compagnia dei propri pensieri per 6-15 minuti.

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Gli psicologi della University of Virginia hanno condotto una ricerca volta a misurare la soddisfazione generale che le persone trovano nell’atto di pensare—hanno messo delle persone in un laboratorio e hanno chiesto loro di “intrattenersi con i propri pensieri” per un periodo che andava dai 6 ai 15 minuti. A quanto pare le persone non hanno apprezzato l’esperienza.

In seguito hanno fatto fare la stessa cosa ai soggetti, ma a casa, andando sul link di un sito e poi sedendosi da soli per lo stesso lasso di tempo, senza poter guardare il proprio telefono o navigare in Internet. Un terzo delle persone ha barato. Infine, i ricercatori hanno fatto un altro esperimento in laboratorio, questa volta offrendo ai soggetti un unico stimolo nella stanza altrimenti vuota: delle scosse elettriche.

Il sessantasette percento degli uomini ha optato per le scosse elettriche pur di non passare tutti i minuti senza alcun tipo di stimolo esterno. Circa un quarto delle donne ha fatto lo stesso. Da qui il titolo della scoperta: “Preferiresti pensare o darti una scossa elettrica? Rimarrai sorpreso.” Oppure, per usare le parole del Guardian : “Scioccante ma vero: gli studenti preferiscono una scarica elettrica piuttosto che sedersi e pensare.”

Presumibilmente tutto ciò dovrebbe riflettere quanto il mondo invaso da distrazioni ha diminuito la nostra soglia di attenzione e ci ha prosciugato di energie; ma la verità potrebbe non essere così elettrizzante.

Prima di tutto, una considerazione ovvia: a chi “piacerebbe” passare 6-15 minuti segregato in una stanza per test clinici? Se avete mai partecipato a qualche ricerca clinica, sapete che non è un’esperienza che concilia il relax o i pensieri profondi—ci si va per tirare su qualche soldo, si è scettici riguardo qualsiasi cosa accada, e non ci si sente mai a proprio agio. Non mi sorprende che “ai partecipanti non sia piaciuta molto l’esperienza”—essere accompagnati in una stanza sconosciuta che sembra l’ufficio di un dottore e dover intrattenersi con i propri pensieri non è proprio la ricetta giusta per un’ autoriflessione soddisfacente.

E i ricercatori se ne sono accorti, infatti hanno fatto rifare il test a casa. Ma il test richiedeva l’accesso a un sito. Su Internet. Su una pagina che probabilmente stava in mezzo ad altre sei pagine web; un’esperienza che fa subito scattare la scintilla della distrazione. Ogni volta che apro Chrome mi vengono ricordate circa 19 cose che devo fare; email da mandare, articoli che devo finire di leggere, un evento su Facebook a cui devo dire se parteciperò—Internet è l’ultimo posto in cui ci si può concentrare sui propri pensieri.

Per quanto riguarda la nostra predilezione per l’elettroshock, secondo me è la cosa meno sorprendente di tutte—e certamente non significa che qualcuno abbia smesso di pensare. Se mettete qualcuno in una camera completamente vuota tranne che per un’unica fonte di stimolo, la curiosità, lo stupore, i pensieri graviteranno immediatamente verso quell’oggetto. Come potrebbe essere diversamente?

La scoperta della ricerca quindi non è che preferiremmo darci la scossa piuttosto che pensare, è probabile che il pensiero dell’unica cosa di cui possiamo fare esperienza in quel momento prenda il sopravvento, e lo facciamo per testare quel mucchio di mezze ipotesi e domande come: Farà davvero così male? Mi brucerò? Posso far partire la scarica così velocemente da non sentirla? Quanto dolore riesco a sopportare? Come mi sentirò se lo faccio due volte di fila? E così via.

I ricercatori scrivono che “L’abilità di impegnarsi in un pensiero cosciente e controllato è parte integrante di ciò che ci rende umani—e forse una parte che definisce.” E anche, ribatterei io, l’abilità di indagare ciò che stimola la nostra curiosità, a prescindere da quanto sia doloroso.

I biologi evoluzionisti sostengono che la curiosità umana—una potente neotenia—sia uno dei tratti che ci ha differenziato dai primati.

“La curiosità è il bonus esplorativo intrinseco alla natura,” ha scritto per la BBC Tom Stafford, Professore di Psicologia e Scienze Cognitiva alla University of Sheffield. “Siamo evoluti per abbandonare il terreno battuto, per sperimentare le cose, per essere distratti e apparentemente perdere tempo. Forse oggi perderemo del tempo, ma gli algoritmi dell’apprendimento nel nostro cervello sanno che ciò che oggi impariamo per caso ci sarà utile domani.”

Quindi anche se sembra strambo che le persone si sottopongano volontariamente al dolore, sembra altrettanto precipitoso concludere che “alle menti non istruite non piace stare sole con loro stesse,” come affermano i ricercatori. 

Non so quanto sia istruita la mia mente, ma a volte le piace stare sola—basta prepararla per bene prima. Personalmente, devo compiere un rituale apposito per i bisogni della mia mente, non per quelli di alcuni psicologi, per prepararmi alla riflessione solitaria. Magari spengo il cellulare, faccio una passeggiata verso il parco. O magari scelgo un percorso più lungo in metropolitana perché so che sarà meno affollato e potrò guardare nel vuoto e perdermi nel mio lobo frontale. Anzi, mi spingo oltre e ammetto che penso ancora meglio quando sono in bagno; non c’è posto migliore di un bel bagno isolato e ventilato per contemplare piacevolmente i meccanismi dell’universo.

Forse c’è un motivo se i nostri rituali di pensiero migliori implicano qualche sorta di viaggio o azione—Archimede era a mollo in una vasca nel momento dell’Eureka. Il pensiero è chiaramente un’enorme parte di ciò che ci rende umani, è il modo in cui sappiamo di essere umani; cogito ergo sum etc. Ma l’esplorazione continua è altrettanto fondamentale per la nostra umanità—è esattamente il modo in cui Cartesio è arrivato alla sua conclusione brillante. E non incolperò smartphone, Twitter e la TV per aver eroso le nostre vite interiori; siamo semplicemente creature molto curiose, e i nostri pensieri tendono alla distrazione, a volte è costruttiva, altre inutile.

Sì, lo ammetto; probabilmente io mi sarei dato la scossa. E avrei pensato moltissimo al come e al perché della mia azione. Potrei anche concludere che “mi do la scossa, ergo sum.”

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