
Foto via Flickr/
Qualche giorno fa la mia coinquilina mi ha mandato un link a Cowboys4Angels, un sito di gigolò per donne.
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“Una sera dovremmo ubriacarci e chiamarne uno!”
Sia io che la mia coinquilina facciamo le escort. Abbiamo parlato spesso di quanto sia importante fare una certa quantità di sesso di nostro gradimento oltre a quello che facciamo per lavoro—è una questione di salute mentale. La mia agenda contiene abbastanza nomi da permettermi di sbrigare la questione senza pagare, ma farei qualunque cosa in nome della solidarietà femminile, ed è per questo che ho fissato un appuntamento con Tom.
Sono stanca. Ieri ho avuto un appuntamento con un avvocato molto brillante e logorroico, che mi ha pagata più del dovuto e che alle due di notte mi ha regalato un computer. È con i suoi soldi che comprerò due ore del tempo di questo ragazzo. Mi costeranno 650 dollari.
La mia amica osserva la mia maglietta sformata e i jeans. “Vuoi uscire così?”
“Stai zitta. Lo pago, no?”
Le modalità con cui prendo appuntamento hanno risposto a due mie grandi domande: come fanno questi siti a escludere le donne che ci vanno per farsi una risata? E come fanno a proteggersi dalla polizia? Ovviamente, ci riescono obbligando il cliente a pagare con la carta di credito. Mi è stato chiesto il numero della carta, il mio nome completo, il mio indirizzo, la mia professione. Immagino che gli agenti di polizia non siano autorizzati a utilizzare le proprie carte di credito e i loro veri nomi per le indagini. Tranne che per casi di alto profilo, non ho mai sentito di una compagnia di carte di credito che consentisse la creazione e l’uso di profili falsi.
Volevo prenotarmi per un’ora (una breve conversazione e una scopata ci rientrano perfettamente) ma a meno di non acquistarne due avrei dovuto incontrare il mio accompagnatore in pubblico, per “conoscerci.” Per entrare “in intimità” a casa mia mi si chiedeva di acquistare almeno due ore del suo tempo. (“In intimità” è l’eufemismo più sottile che abbia mai sentito in questo contesto, e devo dire che lo trovo molto carino.)
Ho chiesto un ragazzo alto e simpatico. Avevano qualcuno sul metro e 90? Era bello poter dare finalmente sfogo alla mia passione per gli uomini alti in un contesto appropriato. Peccato che il sito non offrisse ragazzi di quella statura. Il gestore mi ha consigliato Trent, che a suo dire aveva un senso dell’umorismo tipicamente newyorkese. A giudicare dal suo profilo, Trent sembrava il classico ragazzo che mi avrebbe trattata male al liceo. Per cui no. Ho accettato il secondo consiglio del gestore: Tom, un ragazzo così bello e fine che potrebbe comparire in un video di Taylor Swift. Nella pagina a lui dedicata sul sito c’era solo una foto, in cui indossava una giacca di jeans e aveva un’espressione cupa. Non sarà il mio tipo, ma è meglio fidarsi dei professionisti.
Il sito sembra uscito direttamente dal 2002. Gli uomini che vi compaiono sono tutti di Las Vegas, dove partecipano a un reality show di Showtime. Si chiama Gigolos. Giocano molto sullo stereotipo: muscoli, sguardi focosi, addominali su cui potresti grattugiare il formaggio. Uno ha i capelli che gli arrivano quasi al sedere. Un altro indossa completi di pelle e camicie color pastello. Presumo che la giacca di pelle e tutto il resto servano a eccitare le donne.
In Gigolos, i ragazzi vengono ripresi in faccia, senza nascondere il viso, e lo stesso avviene per i clienti. La vecchia giustificazione legale secondo cui il pagamento in denaro è solo per il tempo e per la compagnia e che tutto il resto avviene tra due adulti consenzienti in questo caso è un po’ fragile. Forse c’è un apposito ufficio reclami che gestisce i problemi legali. O forse, data l’inversione di genere e ruoli, si dà per scontato che il sesso sia sempre consenziente.
Ci sono parti in cui i protagonisti parlano di fronte alla telecamera della natura del piacere femminile e di come nessuno abbia mai tempo per le relazioni. È un ottimo programma: il perfetto mix di fascino e repulsione.
Il giorno dell’appuntamento, mentre mi preparo, mi rendo conto di essere piuttosto nervosa. Sto per ricevere Tom nell’appartamento dell’Upper East Side che uso solo per lavoro. È un buco con un letto, un comodino e un piccolo divano dell’Ikea. A parte questi tre complementi d’arredo, non contiene altro che preservativi, sex toy e circa 40 cambi tra coperte e asciugamani. Nessuno penserebbe mai che qui vive davvero qualcuno, e io non voglio spaventarlo o dargli l’impressione che gli stia tendendo un’imboscata.
Mi spaventa anche la natura dei problemi emotivi che il mio intervento dovrebbe lenire, e la cosa mi porta a considerare le paure dei miei clienti sotto un nuovo punto di vista. Sul lavoro sono “amichevole ed entusiasta,” proprio perché ho paura che quando Tom arriverà mi troverò di fronte un tipo tetro o noioso—uno che si guarda intorno con rassegnazione e poi ti chiede dove vuoi che te lo metta. Ho sempre disprezzato gli uomini che mi chiedono di far finta di essere eccitata quando non ci riesco, ma ora li capisco. Voglio che questo ragazzo sia bravo a mentire.
Sono anche più critica del solito riguardo al mio aspetto fisico. I miei capelli potrebbero essere più lucidi e le mie labbra più lisce. Odio quando gli uomini mi si presentano di fronte trasandati. Gli farò schifo? Io faccio quel che posso. Mentre mi guardo allo specchio in quella stanza vuota, penso a come ho spostato due volte l’appuntamento per ragioni di lavoro, e con grande vergogna mi rendo conto di una cosa: sono una pessima cliente. Pagare per fare sesso è molto difficile, ragazzi.
Alle sette in punto ricevo un messaggio dal gestore del servizio: Ciao! Tom citofonerà tra 5 minuti… Spero tu sia pronta a divertirti un po’.
Non pensavo di poter essere più spaventata di così. Mi sento vulnerabile, e so che sarò giudicata. Metto i soldi sul comodino e gli apro la porta.

Non Tom. Foto via Flickr/
Tom è proprio come il ragazzo nella foto. Di persona, è tutt’altro che musone. Ha gli occhi neri e un sorriso perfetto, quel tipo di bellezza statuaria che probabilmente ha moltissimo successo tra gli uomini e le ragazzine. Indossa un maglione e dei pantaloni aderenti, e sembra molto più giovane dei suoi 25 anni. Io ho i tacchi, e siamo alti uguali. Gli offro un bourbon e lo accetta. Non so se voglio farlo ubriacare per scopare o il contrario.
Resisto solo 30 secondi prima di confessargli che sto scrivendo un articolo, e lui rimane comprensibilmente spiazzato. Già trovarsi di fronte a un cliente nuovo è complicato, e in più sa anche di essere sotto osservazione. Mi affretto a dirgli che anch’io sono una escort. Mi guarda attentamente, poi si siede sul divano e parliamo di lavoro.
Tom è cresciuto in una città molto piccola e si è trasferito a New York quando aveva 21 anni, per fare il modello. Ha cominciato a lavorare per i Cowboys4angels un anno fa. Nei primi sei mesi non ha avuto un attimo di pausa: fine settimana a San Francisco e notti infrasettimanali a New York. Andava avanti a soldi, ecstasy e sonno arretrato. Negli ultimi mesi ha un po’ rallentato.
“Ho guadagnato un sacco di soldi, ma se ne vanno in fretta,” mi dice. Il suo agente lo ha chiamato quella stessa mattina per dirgli che l’ha visto sul sito. Era rimasto sconvolto. Tom ha chiesto che il suo profilo venga rimosso e le sue foto rese private. E questo significa, ovviamente, che ci saranno meno clienti.
Mette ben in chiaro una cosa: anche le donne pagano per il sesso. Probabilmente non sono tante come gli uomini, ma abbastanza da garantirgli una vita dignitosa. Quasi tutte le sue clienti hanno un bel fisico. Di certo non posso dire lo stesso. Gli chiedo se pensa sia così perché le donne fuori forma sono troppo imbarazzate per chiamarlo. Non lo sa.
Alla domanda sui problemi legali risponde dicendo che il suo colloquio è stato molto approfondito: l’hanno istruito a non dire mai niente di troppo preciso e a non lasciare tracce. So di cosa parla. Quando il reato non consiste in un’azione ma in un’intenzione, controllare quello che dici diventa naturale. Gli chiedo se crede che la prostituzione maschile sia vista male: mi risponde che a essere etichettate sono più le donne, ma succede anche agli uomini. È una risposta intuitiva, ma capisco che prima di rispondere a ogni domanda valuta l’effetto che potrebbe avere su di me. Quando lavoro faccio lo stesso. Essere dall’altra parte è stupendo. È come se stessi stabilendo una connessione con qualcuno, e sapere che questa connessione è mediata dai soldi non fa differenza.
Gli chiedo di raccontarmi qualche storia, e sono più folli delle mie. Una volta, la console di un paese del Medio Oriente aveva assunto un suo amico in Florida e gli aveva dato accesso al suo conto corrente, dicendo di essersene innamorata. L’amico ha prelevato 50 mila dollari in due settimane, “poi lei si è incazzata.” Un’altra storia parla di una montagna di cocaina e di quattro principesse saudite. Tom va regolarmente a San Francisco per incontrarsi con i pezzi grossi della Silicon Valley, andare a cena in ristoranti fighetti, e frequentare spa di primordine. Non sono un’esperta, ma mi sembra sincero. Quanti dei suoi appuntamenti comprendono il sesso? “Tutti,” mi risponde, lasciandomi sorpresa. Tutti non capita neanche a me.
Ci rilassiamo un po’ e gli verso ancora da bere. Di solito quando sono su questo divano sono intenta a tenere sotto controllo il mio disgusto o la mia mancanza di disgusto per quello che sta per succedere, calibrando attentamente tutto ciò che dico. I clienti vogliono che sia io a fare la prima mossa, ma vogliono che la faccia esattamente quando loro credono sia il momento giusto, quindi sto attenta a leggere i loro segnali. Tom non mi sta mandando nessun segnale, e io faccio lo stesso.
Il bourbon comincia a far effetto su entrambi. Ho l’impressione che sia uno molto attento alla linea, e anche io non ho mangiato niente. Le storie si fanno più tristi: mi racconta di quella donna che era stata sua cliente per mesi, si era innamorata di lui e poi l’aveva accusato di essere un depravato quando si era accorta di non essere ricambiata. Ha una cliente con un accordo prematrimoniale indistruttibile che vuole lasciare il marito per lui, anche se Tom gliel’ha sconsigliato. Ci troviamo d’accordo su una cosa: la gente è strana.
“È questa la conclusione a cui arrivi facendo questo lavoro. È destabilizzante. È bello, non ho mai fatto così tanti soldi e girato così tanto. Però…” fissa il letto.
“Ti ritrovi in mezzo di un sacco di tempeste emotive,” dico io.
Annuisce.
Guardo il suo profilo delicato e provo a immaginarmi mentre mi avvicino e gli metto la lingua in bocca. Non lo faccio. Mi dice che sono attraente, più bella delle sue clienti solite. Poi aggiunge che quasi tutte le donne con cui va sono attraenti. Mi dice anche che sembro intelligente, e che se a volte deve fare un po’ di ginnastica mentale per lasciarsi andare in questo caso non è così, perché mi trova bella.
Mi immagino la quantità di complimenti che potrebbe aver ricevuto nella sua carriera. L’idea che li stia provando su di me è terribile. Non so se do così tanta importanza ai suoi sentimenti perché è così che funziona o perché so cosa vuole dire essere dall’altra parte. Non voglio farci sesso, e quando con il mento indica il letto gli rispondo “Dopo, magari.” Mi immagino che senta rincuorato.
Terminano le due ore. Alle 20:45 dico che devo fare una chiamata, ci abbracciamo e lui se ne va. Di solito non mi faccio tutti questi problemi sul sesso, ma stavolta mi sembrava semplicemente sbagliato.
Ho un appuntamento alle 22:00 e lo affronto senza nessun problema.
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