Don’t cry for me Milano

Vado a vivere in California. E non nel senso del “vivere in California” che ho in testa dalla prima volta che ho visto Pretty Woman (quella che si dice un’infanzia piena di sogni), ma da persona che ha già comprato il biglietto, disdetto l’affitto e iniziato a vendere la propria roba. Sono in partenza!

So che starete pensando, “Perché te ne vai? Cosa succederà a VICE Italia?? Come faremo senza di te???” Comprendo il vostro senso di confusione e sconcerto, quindi sono pronta a darvi delle risposte—è il minimo che possa fare, dopo avervi comunicato questo abbandono così improvviso mandando in frantumi i vostri cuori.

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Perché te ne vai?

Per quanto mi piaccia ordinare da mangiare in italiano al McDonald’s e ridere degli uomini d’affari in completi Armani che leccano il gelato senza la minima traccia di ironia, e per quanto sperassi di entrare in parlamento dopo essermi affermata con un servizio escort sufficientemente discreto da non smascherare l’eterosessualità di tutti gli uomini dell’industria della moda (sapete chi siete), sento di dovermene andare.

Ogni cosa intorno a me sembra indicarmi che è il momento di tornare negli Stati Uniti! Il mio visto è scaduto, e ho imparato che scrivere di pompini non me ne procurerà un altro. In più vicino a casa mia ha aperto un diner, e se fino a qualche anno fa avrei accarezzato l’idea di un rifugio in cui non sentirmi giudicata per l’uso generoso di ketchup, ora è solo un altro segno di ciò che mi manca sul serio (e a dirla tutta, non hanno nemmeno il ketchup giusto). Infine, sono innamorata di una persona che vive lì, e anche se ormai mi sto abituando a dormire truccata per essere sempre pronta a un appuntamento via Skype, devo ammettere che dover continuamente inventare nuovi modi per spedirgli foto del mio sedere è sfiancante.

Ma soprattutto: il caffè. Detesto profondamente il vostro morning macchiato. L’unica cosa che odio più del sapore dell’espresso è il trovarmi in un bar circondata da persone con la fretta addosso, che mi ficcano i gomiti nei fianchi e spargono briciole di brioche sui miei capelli. E l’unica cosa che odio ancora di più è il fatto di non avere un water come si deve in cui liberarmi una volta che l’espresso mi ha dilaniato l’intestino (un buco nel pavimento è uno strumento di tortura, non un water).

La cultura italiana del caffè mi ha trasformato in un’alcolizzata. Quando ero una pessima liceale, l’unica cosa che poteva costringermi a studiare era farlo in uno Starbucks, così da convincermi fosse qualcosa di “divertente.” È grazie a Starbucks che mi sono diplomata e ho ottenuto la possibilità di frequentare il college, e anche allora—indovinate—studiavo da Starbucks. Poi sono arrivata qui, e lasciate che ve lo dica: è un miracolo se ho una laurea o sono riuscita a tenermi uno straccio di lavoro. Quando dovevo studiare o scrivere ero costretta a scegliere tra ristoranti e bar, e sappiamo tutti che non mi piace mangiare—e che il succo di frutta è un concentrato di calorie vuote, solo gli sfigati ordinano acqua e il latte è per i pedofili. Cos’altro avrei potuto fare, se non darmi all’alcol? (Sì, ho provato a lavorare da casa, e no, non ci riesco. Sa troppo di lavoro). Poter stare seduta su un divano altrui con una tazza di caffè e wifi senza limiti è una ragione più che sufficiente per tornare in America—anzi, credo sia stato quello a spingere i pellegrini a salpare.

Cosa succederà a VICE Italia?

Sarò anche pazza, ma non stupida: la mia rubrica va avanti! Ho in programma di continuare a scrivere finché non verrò licenziata [o assunta come editor]. È una mossa strategica su entrambi i fronti, perché da una parte la differenza di fuso mi fornirà la scusa per consegnare i pezzi in ritardo, e dall’altra potrò dire ai miei nuovi amici americani che a Milano sono “qualcuno” e passare per una persona “esotica” (gli americani credono che l’Italia sia un paese del Terzo mondo, e hanno ragione). E sarò anche stupida, ma non pazza: ovviamente farò anche altro! Devo solo decidere tra l’aprire un taco truck, insegnare pilates da Whole Foods e diventare la tata dei Brangelina, guadagnando abbastanza per rifarmi il seno—in California non puoi fare la spogliarellista se non hai le tette grosse, e sappiamo tutti che è quello il mio scopo su questa terra.

Come faremo senza di te???

Se fossi in voi, anche io sentirei la mia mancanza. Ma vedetela così, ragazze: senza la mia presenza qui a rivelarvi tutti gli uomini con cui ho fatto sesso (e tutte le donne che quelli hanno cornificato) sarà più facile convincere la vostra coscienza che i ragazzi che incontrate non sono degli stronzi completi. Semplificherà la vita a entrambe le categorie (almeno finché non vi tradiranno con la nuova studentessa Erasmus che mi rimpiazzerà nel ruolo di troietta del quartiere). Starete bene senza la sottoscritta—ma è proprio di me che mi preoccupo!

Non voglio fare l’emotiva e parlare di sentimenti: se mi metto a scrivere perché Milano mi piace abbastanza da aver trasformato un “semestre di studio all’estero” in “cinque anni di umiliazioni” finirò con l’inondare di lacrime la tastiera, e non posso permettermi un nuovo computer (vedi: costo del biglietto per la California). Ma certe cose mi mancheranno. Molte! Ad esempio, non dover dare la mancia ai camerieri ed essere ripagata con un servizio schifoso (non c’è niente come un cameriere che ti rovescia del vino in testa per sentirti viva). O la pancia gonfia del post-aperitivo (e l’annesso imbarazzo), gli open bar della settimana della moda (e l’annesso imbarazzo), i cassieri che mi dicono di tutto perché non ho i soldi giusti e i baristi che mi insultano per aver ordinato un cappuccino dopo mezzogiorno. Mi mancherà sapere che “ci vediamo alle nove” significa “arriverò per mezzanotte.” Mi mancherà dovermi fare un’ora di tram per un po’ di latte di soia, o anche solo per trovare una banca. Mi mancherà dimenticarmi che l’alimentari e la banca chiudono per tre ore di pausa pranzo. Mi mancheranno le romantiche sfumature di grigio dei palazzi e dello smog—soprattutto la domenica, quando è tutto chiuso, nessuno mette il naso fuori e tu puoi fingere di essere la star di un film sull’apocalisse.

Milano è speciale, e mi ha cambiata. Come pensare il contrario? È una città piena di opportunità! Un luogo di possibilità! Un posto in cui ogni ragazza del Marangoni fa la DJ, ogni ragazzo della Naba è PR part time e ogni professore dello IED lavora anche come party photographer. E a proposito di serate, penso che la cosa che mi mancherà di più in assoluto sarà la consapevolezza di potermi presentare a qualsiasi festa e riuscire a entrare dicendo semplicemente “Marcelo Burlon.”


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Nel post precedente: Skype will tear us apart
 

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