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'Dogman' di Garrone è il film che dovete assolutamente vedere

Il violentissimo caso del Canaro della Magliana è una delle 'leggende' di Roma, e il film ne cattura l'essenza più profonda.

di Leonardo Bianchi
18 maggio 2018, 4:00am

Una scena di Dogman. Tutte le foto per gentile concessione di 01 Distribution.

Attenzione: il pezzo contiene alcuni dettagli della trama. Se vuoi leggere senza alcuno spoiler, salta la parte tra gli asterischi.

Quella del Canaro della Magliana è una delle prime storie che mi hanno raccontato quando mi sono trasferito a Roma: le amputazioni inflitte dal tolettatore Pietro De Negri all’ex pugile Giancarlo Ricci, la gabbia, le spruzzate di benzina per cauterizzare le ferite, il lavaggio del cervello con lo shampoo dei cani, e il cadavere carbonizzato con le palle in bocca e un dito infilato nell’ano.

Prima d’allora non avevo mai sentito una cosa del genere, più da snuff movie che da fatto di cronaca reale avvenuto nella periferia romana degli anni Ottanta. Ma all'epoca non approfondii e lo lasciai così, cristallizzato nella sua dimensione di mito urbano tramandato per via orale.

È solo in tempi recenti che mi sono reso conto che è andata in maniera diversa. Le indagini e le sentenze hanno stabilito che Ricci non era stato chiuso in nessuna gabbia, e che molto probabilmente è morto per un colpo alla testa. Niente sevizie durate sette ore, niente dettagli così spaventosamente cruenti. Quello che è rimasto nell’immaginario collettivo è pertanto la versione del Canaro, rilasciata prima sotto forma di confessione agli inquirenti e poi di memoriale.

In questo modo, l’autonarrazione dell’uomo mite che diventa “giustiziere” per vendicarsi dei torti subiti ha in certo senso fagocitato la cronaca, dando vita a un impasto narrativo potentissimo che aspettava solo qualcuno per essere messo in scena. E in Italia, quel qualcuno è stato Matteo Garrone; il quale ha iniziato a lavorare a Dogman—presentato a Cannes e distribuito ieri nelle sale—più di dieci anni fa, ancor prima di Gomorra.

L’ultimo film del regista si inserisce appieno nel solco tracciato da L’imbalsamatore (2002) e Primo amore (2004). Le pellicole prendono spunto da casi realmente avvenuti: la prima si ispira al “nano di Termini,” la seconda al “cacciatore di anoressiche.” In entrambe, quello che interessa a Garrone non è drammatizzare la realtà; è partire da essa per esplorare i rapporti tormentati e ambivalenti tra i protagonisti, che oscillano continuamente tra attrazione e repulsione, dominio e sottomissione, manipolazione e ribellione.

Credo che questa premessa sia fondamentale, perché chi si aspetta da Dogman una trasposizione frame by frame del delitto del Canaro rischia di rimanere deluso. Nelle note di regia Garrone lo dice esplicitamente: “Tengo molto a sottolineare la distanza dal fatto di cronaca che lo ha liberamente ispirato. Tutto, a cominciare dai luoghi, dai personaggi, dalle loro psicologie, è stato trasfigurato.”

Questo aspetto emerge sin dalle prime scene. Il protagonista Marcello—interpretato in maniera straordinaria da Marcello Fonte—viene mostrato mentre si prende amorevolmente cura dei cani nel suo negozio, cerca di far imparare il mestiere alla figlia adolescente per cui stravede, e al tempo stesso spaccia cocaina per alzare un po’ di soldi.

Intorno a lui e al negozio si dipana poi il “quartiere,” un luogo imprecisato sul litorale (le riprese sono state fatte al Villaggio Coppola di Castel Volturno), sospeso in un tempo che non sono né gli anni Ottanta né i giorni nostri. Lo squallore urbano—palazzi semi-diroccati, strade dissestate e non illuminate, bar, compro-oro, sale slot, e uno spiazzo sempre pieno di pozzanghere nere—riflette quello morale degli altri personaggi, ossia i negozianti della zona. Marcello sente di far parte di quel gruppo a pieno titolo; dopotutto, galleggia in quella vita periferica come loro. Per sopravvivere, però, sa che deve sottostare a regole precise.

dogman garrone

L’atmosfera—ben catturata anche da una fotografia molto cupa—non è dissimile da quella che si poteva respirare nella Magliana di qualche decennio fa, e che lo scrittore Sandro Onofri ha tratteggiato in questi termini: “Determinazione e forza fisica erano le qualità indispensabili per essere accettati in quel mondo. Se le si possedeva, allora, e solo allora, si otteneva il passaporto per entrare in quella città che poteva anche offrire amicizia vera e autentica solidarietà.”

Se Marcello è determinato a farsi volere bene e a mantenere la sua posizione sociale, l’altro protagonista—Simoncino, interpretato da Edoardo Pesce—è un energumeno che ottiene quel “passaporto” attraverso tre metodi: la sopraffazione, la forza bruta e la cocaina. Per farsi le “botte” Simoncino non esita a fare rapine, a spaccare il naso ai suoi “amici,” a prendere a testate i videopoker per farsi rimborsare i soldi persi, e soprattutto a compiere ogni tipo di angheria su Marcello.

Il tolettatore è la sua vittima prediletta. Non solo perché gli fornisce la cocaina—o meglio: è Simoncino a prendersi la roba, senza nemmeno pagare—ma perché sa di poter esercitare su di lui la totale supremazia fisica, che nel film è resa sia a livello di dialoghi (Simoncino parla pochissimo, ma d’altronde non ha bisogno di parole per farsi capire) che a livello visivo, con riprese fatte sempre dal basso verso l’alto, o comunque all’altezza di Marcello, per dare un senso di incombenza.

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La relazione tra i due non è contrassegnata solo ed esclusivamente dalla fisicità e dalla violenza psicologica. In Marcello c’è una sorta di compiacenza malata nel farsi trascinare e sballottare da Simoncino, che tradisce il desiderio di essere riconosciuto, rispettato e benvoluto persino da lui. Questo desiderio è lo stesso che a un certo punto porterà Marcello a sacrificare la sua libertà per coprire Simoncino—che anziché ripagarlo per la solidarietà, lo umilia ulteriormente.

Da allora gli unici orizzonti di Marcello sono la vendetta contro Simoncino e il riscatto nei confronti della comunità che l'ha escluso. Le ambientazioni del film riflettono questo ripiegamento ossessivo, e si fanno ancora più claustrofobiche e livide. Rimangono praticamente l’interno del negozio, lo spiazzo esterno della casa di Simoncino, e le gabbie dei cani; anche la figlia, a cui sono legati i momenti più teneri e affettivi, sparisce.

Devo ammettere che, giunti a quel punto, ho avuto il timore che Garrone indugiasse troppo sulla narrazione splatter del Canaro; invece, senza spoilerare troppo, penso che abbia trovato una soluzione molto intelligente che si colloca a metà strada tra la cronaca e l’immaginario.

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dogman garrone

In una recensione ho letto che dopo la visione del film “si rimane come un po’ freddini,” e che in generale “non appassiona, e non stuzzica granché intellettualmente.” A me sembra l'esatto opposto, tant'è che sono uscito dal cinema con una notevole angoscia esistenziale addosso. Per il resto, Dogman è indubbiamente il punto più alto della trilogia “noir” iniziata con L’imbalsamatore, quello dove Garrone raggiunge il massimo grado di maturità artistica e tecnica per questo genere.

Di più: il regista ha probabilmente catturato l’essenza profonda della leggenda del Canaro, proprio perché se ne è allontanato al punto giusto e ha messo in scena l'universalità di una storia estrema. Vedendo le scene finali, infatti, mi è subito tornato in mente quanto scritto da Vincenzo Cerami nel libro Fattacci, che lo stesso Garrone ha indicato come la sua fonte primaria d'ispirazione.

“Se si prova a osservatore tutta questa spaventosa vicenda da lontano,” chiosa lo scrittore dopo aver sviscerato il caso, “i personaggi prendono connotati quasi mitologici. Sembrano figli crudeli di dèi altrettanto crudeli. Perfino la tortura si compie sotto una luce irreale, leggendaria: è come l’atto finale di un lungo duello tra gli spiriti del male. Tutt’intorno solo lo spavento, degli uomini e della natura, del Cielo e della Terra.”

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