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Addio alla fanzine più importante della storia del punk

Maximum Rocknroll ha annunciato che smetterà di uscire in forma cartacea: ma quindi internet fa bene o male alla cultura underground?

di Giacomo Stefanini
15 gennaio 2019, 3:14pm

Foto via Wikimedia Commons, licenza CC BY 2.0.

Qualche tempo fa parlavo con alcuni amici di una cosa che Fedez ha scritto sul suo profilo Instagram, riflettendo sul 2018 passato: "Dai centri sociali agli stadi!" Il problema di questa frase, ho pensato, è che pone "i centri sociali" nella posizione di gavetta sfigata che devi fare e poi se sei fortunato superi, arrivando al successo. Ma suonare negli stadi e nei centri sociali, per dirla con Tarantino, "non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport". La scena underground, quella che si muove nel circuito dei posti autogestiti, risponde a logiche completamente diverse e, idealmente, separate da quelle dell'industria musicale. L'underground non è l'anticamera del mainstream: l'approccio Do It Yourself è il mezzo per creare un mondo musicale il più possibile orizzontale, in cui tutti sono coinvolti e nessuno è più importante. È un circuito che ha un codice, una logica e delle modalità comunicative tutte sue.

Questa premessa serve a due scopi: sfogare il mio morboso puntiglio nei confronti del povero Fedez che voleva solo festeggiare un anno di successi, e lamentarmi di come il mondo sotterraneo e quello mainstream si siano sempre più contaminati a vicenda negli ultimi anni. Il pretesto è l'annunciata fine della versione cartacea di Maximum Rocknroll, la rivista punk più importante della storia del genere.

L'annuncio è arrivato domenica con un post sul sito ufficiale: "È con grande rammarico che annunciamo la fine di Maximum Rocknroll nella forma di fanzine cartacea mensile. [...] Nel corso del 2019 cominceremo a pubblicare recensioni di dischi che accompagneranno il nostro programma radio settimanale. I lettori possono aspettarsi più contenuti online, aggiornamenti sul progetto archivistico iniziato nel 2016 e altri progetti che verranno annunciati più avanti, oltre a nuove maniere per coinvolgere i punk di tutto il mondo".

Per farvi capire le proporzioni di questo avvenimento, basti dire che il primo numero di MRR è uscito nel 1982; che nei 37 anni di servizio la fanzine è sempre stata gestita da un collettivo di volontari, prima capitanato dal fondatore Tim Yohannan, poi, dalla sua morte avvenuta nel 1998, da coordinatori selezionati dal nucleo interno di collaboratori; che l'ufficio di San Francisco, il mitico MRR Compound, oltre al coordinatore e i collaboratori (i cosiddetti shitworkers) ospita anche una delle collezioni punk più complete e impressionanti del mondo (oltre 50mila dischi); che la rete di distribuzione e di collaboratori della fanzine si estende su ogni continente abitato, dalle Filippine alla Scandinavia, dalla Siberia al Sudamerica; che non esiste una redazione, ma i punk di tutto il mondo hanno la possibilità di contribuire alla pari alla rivista, scrivendo articoli, interviste, report.

Ma a cosa serve una fanzine cartacea, e cosa intendevo un paio di paragrafi più sopra dicendo che il mondo sotterraneo e quello mainstream si sono contaminati sempre di più? Il discorso è questo. Quando a fine anni Settanta il movimento DIY è emerso dagli scantinati il panorama musicale era completamente diverso: il movimento punk aveva portato sulle scene una musica, un'estetica e un linguaggio che erano per la prima volta completamente incompatibili con il circuito mainstream. Certo, Sex Pistols, Clash, Ramones, Blondie e compagnia erano su etichette major e riempivano le pagine della stampa giovanile, ma il messaggio di disprezzo, provocazione, anarchia e anticapitalismo che portavano avanti veniva preso mortalmente sul serio dal loro pubblico, come solo degli adolescenti nel pieno di una crisi economica e di valori possono fare. È così che le fanzine (contrazione di fan-magazine, una rivista creata da appassionati, non professionisti e senza scopo di lucro, di solito un bollettino che arrivava periodicamente agli iscritti al fan club di un determinato artista) si sono trasformate in una vera e propria forza controculturale: improvvisamente c'era un sottobosco di band che non volevano avere nulla a che fare con la stampa, le classifiche o Top Of The Pops, ma creare un universo parallelo in cui tutti sono protagonisti, in cui ognuno può contribuire a una fetta di cultura, in cui la competizione è sostituita dalla mutua assistenza.

In parole povere: l'anglosassone obscurity (l'anonimato, riferito ai "non iniziati") non è un ostacolo da superare sulla strada per il successo. È un baluardo di indipendenza che garantisce di avere a che fare con una industria musicale autogestita da pubblico e artisti (anzi, senza artisti) con cui si condividono valori, identità artistica e posizione politica; se io non ho potere su di te e tu non hai potere su di me, saremo entrambi liberi di esprimerci come preferiamo. Per questo Maximum Rocknroll ha sempre insistito su questo punto: non ti piace quello che stai leggendo? Scrivilo tu! Ed è proprio così che è sempre andata. E così non ha senso parlare, come succede spesso, di elitarismo della scena punk. Non è un'élite, ma una galassia sotterranea con regole tutte sue.

Oggi, il sistema capitalista ha tutt'altro volto rispetto a quarant'anni fa. Grazie a Internet, lo spazio al suo interno non è più limitato. Negli anni Settanta e Ottanta era costretto a escludere, a scontrarsi con una cultura che lo criticava; ora praticamente ogni cosa è ospitata all'interno dei suoi server, dei suoi motori di ricerca e dei suoi social network, compresa l'opposizione al sistema stesso. Certo, grazie a YouTube ho libero accesso a ogni demo di ogni nuova band punk di adolescenti da ogni remoto angolo del pianeta, ma è anche esattamente lo stesso posto che mi dà accesso al nuovo video di Fedez o a uno di quegli youtuber che mangiano venti chili di qualcosa davanti alla telecamera. In questo modo, non sono più costretto a prendere posizione. Una delle caratteristiche che il cartaceo MRR non ha mai perso nei suoi quasi quattro decenni di esistenza era di essere stampata con il ciclostile, con l'inchiostro che macchiava le mani. Si trattava di una questione economica, estetica, e di un inside joke; ma era anche un simbolo che significava "questa roba ti segna, ti separa dalla società".

Con questo non voglio dire che la chiusura della versione cartacea di MRR porti con sé una qualche "morte del punk" o cazzate del genere. Tanto per cominciare, esistono tantissime altre fanzine che utilizzano un metodo simile e che si rivolgono alla stessa comunità (seppur a "fette" meno ampie). In secondo luogo, il fatto che continui a esistere il sito internet con radio annessa farà sì che la cultura associata alla fanzine non andrà perduta.

La riflessione che tento di portare avanti è quella su un metodo: Internet è pieno di persone che sentono il bisogno di esprimere un disagio culturale e politico che dentro Internet non arriva a sfogarsi, perché manca un codice condiviso, una cultura di fondo. È il mare delle cose che non importano, delle fisse che durano una settimana, dello scorrere (browse e scroll sono i due verbi fondamentali qui) senza "entrare". Non è del tutto vero che Internet rende tutto più semplice: rende complicato trovare la motivazione e la dedizione che servono per uscire dalla massa. Un'isoletta analogica ti costringe al coinvolgimento umano. È un peccato vederla affondare.

Giacomo, in contraddizione con quanto scritto qua sopra, è su Instagram.

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