Cinema Extra – Paul Schrader

Paul Schrader è uno di quei registi di Hollywood a cui è stata sempre affibbiata l’etichetta di “persona scomoda” per il modo lucido ed essenziale con cui rappresenta la società americana. Schrader, come Sam Fuller e Terrence Malick, non ha mai avuto paura di raffigurare attraverso i suoi film le zone buie dell’animo umano; sua è la sceneggiatura di alcuni tra i più celebrati film di Scorsese: Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo e Al di là della vita. Nel 1990 ha girato Cortesie per gli ospiti, sceneggiato dal Nobel Harold Pinter. Noi gli abbiamo fatto un paio di domande.

La formazione religiosa del regista, all’interno della sua produzione, emerge talvolta netta e potente, soprattutto nella normalità in cui i suoi personaggi riflettono e trasmettono il senso di una moralità spesso ambigua o in via di dissipazione. Per esempio il puttano Richard Gere in American Gigolo o il pusher dolente interpretato da Willem Dafoe ne Lo spacciatore. Abbiamo incontrato Paul Schrader a Gorizia, dove ha ritirato il premio per la sceneggiatura intitolato a Sergio Amidei, e dove hanno proiettato in anteprima nazionale la sua ultima fatica, Adam Resurrected, con un Jeff Goldblum da urlo e Willem Dafoe comandante di un lager nazista. 

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Vice: : Insieme a mostri sacri come Scorsese, Coppola, De Palma, Malick, Bogdanovich e Spielberg, lei appartiene alla generazione dei movie brats, i cineasti che nella seconda metà degli anni Settanta hanno modernizzato e consacrato il cinema impegnato americano. Allora eravate consapevoli di ciò che stavate realizzando?

Paul Schrader: Sì e no. La nostra fortuna è stata quella di essere l’ultima generazione di filmmaker uscita dalla Hollywood dei grandi studios, la cosiddetta “età d’oro ” del cinema americano, quando chi si occupava di cinema era gente di cinema e i film avevano un impatto potente sulla società. Godevamo di ampia libertà, eravamo pieni di energie, consapevoli di avere idee innovative, ma di certo non potevamo immaginare dove ci avrebbero portato.

La sua educazione religiosa ha influenzato molto la visione del cinema?

Sono cresciuto in un ambiente strettamente calvinista. Ho visto il mio primo film a diciotto anni, era un prodotto Disney per famiglie, e prima di entrare in sala tremavo dalla paura perché per i precetti che avevo studiato sarei andato all’inferno solo per averlo visto. Credo che la questione religiosa si rifletta soprattutto sulla morale dei personaggi rappresentati. Oggi quasi più nessuno a Hollywood si interessa della moralità.

Prima di passare alla regia, il suo percorso ha attraversato la critica cinematografica e la sceneggiatura.

Alla fine degli anni Sessanta scrivevo recensioni per il Los Angeles Free Press e Cinema, amo i film di Bresson e per certi versi in American Gigolo ho omaggiato il suo Pickpocket. A metà degli anni Settanta vissi un periodo di crisi personale. Era finito il mio rapporto di apprendistato critico con Pauline Kael, mi ero separato da mia moglie e rotto con la donna per cui l’avevo lasciata. All’epoca vivevo a Los Angeles, allo sbando. Dormivo in macchina, mangiavo junk food e guardavo film porno. Quando mi fu diagnosticata un’ulcera decisi di tarci un taglio. Da quell’esperienza è nata la sceneggiatura di Taxi Driver [1976].

Quello è il film che ha lanciato anche Scorsese alla regia, ed è stata la prima occasione di una fruttuosa collaborazione.

Quando scrivo un film, di solito mi interessa partire da una metafora e cercare di esprimerla. Uscivo da un periodo di solitudine estrema, e l’immagine di un uomo che fa il turno di notte in una metropoli come New York alla guida di una bara d’acciaio gialla la rappresentava al meglio. La cosa buffa è che non conoscevo New York, così quando Martin lesse la sceneggiatura scoppiò a ridere: “Non puoi farlo guidare su questa strada, è un senso unico in contromano!”.

Cosa ne pensa del cinema contemporaneo americano?

È triste ammetterlo, ma se Hollywood è morta, ormai lo è anche il cinema indipendente. Il grande pubblico vuole essere colpito attraverso gli occhi, il film diventa un’esperienza fisica più che mentale. Mi piacciono registi come Paul Thomas Anderson o Spike Jonze, per il modo in cui cercano di sottrarsi a schemi visivi convenzionali, con l’intenzione di andare al di là della macchina da presa, ma non sono convinto che rimarranno nella storia. È cambiato il modo di vedere un film, e non lo dico con nostalgia. Il “cinema”, il concetto del grande schermo, è desueto. È quasi inutile fare inquadrature panoramiche, visto che oggi i film si vedono su minuscoli lettori portatili e cellulari. Io stesso, in aereo per venire qui, ne ho visto uno sul mio iPod.

I suoi film sono caratterizzati da stili sempre diversi, come si accorda il suo lavoro di regista con il “genere” di riferimento?

Non ho nulla contro il cinema di genere, anzi. Solo che personalmente alla fine cerco di sovvertirne le regole, mi viene naturale. Prendiamo Dominion [il prequel de L’esorcista, 2005], in cui il diavolo si impossessa di uno storpio, un mostro di per sé, e lo trasforma in una creatura meravigliosa. È agli antipodi da sangue, vomito e sbudellamenti che forse i produttori immaginano di vedere in un film di quel tipo. Oppure un altro horror, Il bacio della pantera [1982], in cui il protagonista finisce addirittura a letto col mostro.

E qui arriviamo al caso Esorcista. Il prequel ha avuto una lavorazione a dir poco travagliata, tanto che alla fine gli studios l’hanno affidato a Renny Harlin [regista di Nightmare 4 e Cliffhanger].

In quel periodo avevano bloccato i finanziamenti per The Walker [2006, non distribuito in Italia], e mi trovavo a Los Angeles. Passavo le giornate sdraiato a letto in compagnia del mio cane, depresso. Mi telefonarono per propormi questo film. Doveva girarlo John Frankenheimer, ma era già molto malato e sarebbe morto poco dopo. Così accettai. Sai, avevo bisogno di mettermi al lavoro, pur sapendo che avrei avuto a che fare con gente che non rispettava né me né il mio lavoro, e viceversa. 

Gli ultimi tre film di Schrader non sono mai stati distribuiti in Italia. Si tratta di Dominion, The Walker [con Woody Harrelson e la granitica vedova Bogart, miss Lauren Bacall] e Adam Resurrected. Speriamo che tra una vacanza ai Caraibi o Miami e i canini lounge dei vampiretti di Twilight, qualcuno si decida a proiettare pure i film di Schrader.

MASSIMO GARDELLA

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