Angelo Azzurro
Foto copertina di Grazia di Franco

La vera storia di com'è nato l'Angelo Azzurro

Dell’origine dell'Angelo Azzurro non sapeva niente nessuno. Abbiamo scoperto che non è solo il cocktail colorato con cui ci sbronzavamo da piccoli.
Andrea Strafile
Rome, IT
10.12.20

L’Angelo Azzurro è un cocktail romano di una Roma non più Dolce Vita, ma gonfia di libertà sessuale, sottoculture e party matti.

“Sapevo che sarebbe tornato, da me ritornano tutti,” dice Lola Lola aka Marlene Dietrich al professor Rath nel film “L’Angelo Azzurro” del 1930. Amore torbido, un uomo che cade in disgrazia, una delle prime icone femminili in cui l’erotismo si ribalta nei vestiti da uomo (oltre che nell’accertata omosessualità di Marlene Dietrich).

La storia dell’Angelo Azzurro, il cocktail che negli anni Novanta e Duemila ci ha fatto ubriacare male mentre le casse pompavano house music, perfetto sostituto/compagno di pasticche e droghe variegate, è rimasta praticamente oscura fino ad oggi. Diciamo che nessuno si era veramente chiesto se quel drink avesse una vera e propria storia, né una dignità.

Eppure da qualche parte doveva essere saltato fuori: chi ha pensato di unire il gin a triple sec e blue curaçao? Dov’è nato e soprattutto qualcuno ne rivendica i natali?

Quello che è il cocktail simbolo per noi delle discoteche insieme ai vari “Invisible” o “B52” è in realtà nato come drink simbolo delle prime serate LGBTQ+ romane fatte nei piccoli club.

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Tutte queste domande, che riempiono la mia testa da storico wannabe dopo innumerevoli podcast di Alessandro Barbero, hanno trovato risposta grazie a - devo ammetterlo, con una certa punta di orgoglio - MESI di ricerca. Un ricerca che, va detto anche questo, per molte settimane mi è parsa non portare a nulla ed è stata scoraggiante.

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Foto by fesenko via Adobe Stock

In sostanza tutti avevano servito o bevuto l’Angelo Azzurro, ma nessuno dei bartender contattati aveva la minima idea di come fosse nato e dove. E chi ne ha scritto diciamo che ha un po’ azzardato. Solo questo articolo ha aggiunto dei tasselli importanti. C’è chi diceva fosse un moderno parente del Blue Lagoon, chi pensa che il suo nome si riferisca al fatto che “ti fa volare”.

“Non ho idea di come abbia fatto a diventare così famoso, forse perché era un buon drink…beh, in effetti era un po’ fortino, forse per quello piaceva.”

L’Angelo Azzurro è un cocktail eccezionalmente longevo, se si considera quanto è visto male oggi, e che ha resistito dal 1980 ai primi anni 2000. Quello che è il cocktail simbolo per noi delle discoteche insieme ai vari “Invisibile” e “B52” è in realtà nato come drink simbolo delle prime serate LGBTQ+ romane fatte nei piccoli club.

E ha un inventore: Giovanni Pepè detto “Mammina”. Scovare Mammina ha richiesto letteralmente un mese di contatti molesti ai suoi conoscenti finché, stufo (scusami ancora, Giovanni) ha deciso di rispondermi chiedendomi per la carità di Dio di smettere di importunare tutti i suoi follower. E così mi ha raccontato la storia di quello che è, a tutti gli effetti, un cocktail romano di una Roma non più Dolce Vita, ma gonfia di libertà sessuale, sottoculture e party matti.

Non ha molto senso a livello di costruzione. Il triple sec e il blue curaçao sono entrambi liquori all’arancia: di fatto si ha gin e arancia, per di più con qualche goccia di limone.

“Mi chiamo Giovanni Pepè e Mammina è come hanno iniziato a chiamarmi alcuni amici dopo il militare. Quando sono arrivato a Roma dalla provincia di Napoli quel nome è rimasto.” Mammina è stato uno dei primi bartender conosciuti della Capitale. Ha lavorato dietro il bancone dell’Alibi, ai tempi discoteca gay, nei primi gay village (non ufficiali) e all’Angelo Azzurro, appunto. Ora ha 69 anni e dice “top”.

L’Angelo Azzurro, in pieno Trastevere, oggi non esiste più. Al suo posto qualche anno fa è arrivato un locale a tema vampiresco, poi fallito anche quello. “Il cocktail Angelo Azzurro l’ho inventato proprio per l’apertura del locale nel 1980,” mi dice Mammina. Era destinato a essere il simbolo color piscina di uno dei primi locali LGBTQ+.

“Non ho idea di come abbia fatto a diventare così famoso, forse perché era un buon drink,” mi racconta Mammina. “C’era gin, triple sec (in quel caso Cointreau), blue curaçao e mettevo alla fine qualche goccia di limone. È nato in una coppetta martini, ma successivamente ho deciso di aggiungere la tonica e di servirlo in un highball. Beh, in effetti era un po’ fortino, ecco perché forse piaceva.”

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Era fortino è un eufemismo. Può sembrare strano, ma fino a non molto tempo fa a fare buoni drink erano in pochi: la norma era bevi per ubriacarti prima possibile. Spesso non ci si faceva mettere nemmeno il ghiaccio per sbronzarsi prima e a più buon mercato.

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“Mi è capitato di farne molti di Angelo Azzurro,” mi ha raccontato Eleonora De Santis, bartender navigata. “Nei primi anni 2000, ma fino al 2013 direi, la mixology come la conosciamo adesso non esisteva. Io stessa non avevo chissà quale consapevolezza.” Anche Roberto Artusio, uno dei proprietari del Jerry Thomas a Roma e de La Punta Expendio de Agave, ha iniziato dalle discoteche e dal flair (quella disciplina in cui si lanciano in aria shaker e bottiglie e si versa in modi affascinanti e scomodi tipo dietro la schiena).

Diciamo che erano gli anni in cui vincevano più i colori sgargianti dei sapori. Uno dei motivi per cui l’Angelo Azzurro oggi viene tanto bistrattato è che non ha molto senso a livello di costruzione. Insomma il triple sec e il blue curaçao sono entrambi liquori all’arancia: di fatto si ha solo del gin più l’arancia, per di più con qualche goccia di limone. Ma non è per il gusto che l’Angelo Azzurro è così importante e dovremmo conoscerne la storia.

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Il movimento della notte romana, dove tutti si divertivano assieme senza barriere, nasce proprio da qui e l’Angelo Azzurro ne è in qualche modo il simbolo che lega le serate di allora con quelle di 20 anni dopo. C’è stato anche un momento, negli anni ‘90, in cui era pure ritrovo della sottocultura dark. “L’Angelo Azzurro era un locale gay, ma divertente e amichevole. Insomma, era aperto a tutti purché sapessero di essere in un locale di gay, trans, drag e lesbiche. Ed era uno dei primi,” mi ha detto Mammina. “Non ho mai pensato al cocktail Angelo Azzurro come simbolo della comunità LGBT+, ma posso dire che in quelle serate c’era divertimento, libertà e zero politica. Tutti, ma dico proprio tutti, volevano partecipare a quelle serate trasgressive: in quegli anni era top.” E ci tiene a precisare: “Qualcuno era contrario a quelle serate, certo. Ma devo essere sincero: non ho mai vissuto degli episodi di discriminazione.”

E quasi tutti si aggiravano ballando con un Angelo Azzurro in mano. Probabilmente un altro bartender l’ha preso e riproposto in un’altra serata. Le serate gay sono esplose con eventi come il Muccassassina (una delle più importanti e grandi serate LGBT romane, ndr), che è uscito anche dalle porte di Roma ed è probabile che il drink si sia espanso a macchia d’olio in tutte le discoteche d’Italia.

“Sapevo che sarebbe tornato,” diceva Marlene Dietrich. Perché l’Angelo Azzurro ogni tanto torna. A ricordarci le sbronze colossali, i colori fluo nelle piste nere piene di luci.

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Solo che adesso, forse, non lo vedrete più così. Ora sapete che è stato il simbolo più o meno innocuo di movimenti iniziati a colpi di sorsate azzurre e libertà.

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