Sochi era la fiera degli eccessi molto prima che arrivassero le Olimpiadi

Sette anni fa sono stato mandato a Sochi per fare la cosa più stupida che uno possa essere mandato a fare a 11mila chilometri da casa. Mi hanno dato dei soldi per andare in Russia a produrre un concorso di bellezza per donne sposate. Ovviamente il viaggio è stato pieno di contrattempi bizzarri e di problemi col governo russo. Abbiamo letto tutti dell’atleta costretto a sfondare a pugni la porta per uscire dal bagno, del cerchio olimpico che non si è acceso durante la cerimonia di apertura e dei molti altri inconvenienti che hanno colpito i Giochi Olimpici Invernali del 2014.

In passato ho già scritto di come questi problemi abbiano avuto conseguenze inaspettate: in quell’occasione le nostre stanze d’albergo di Sochi vennero assegnate al Comitato Olimpico Internazionale, e noi fummo dirottati su un viaggio a sorpresa in Cecenia. Qui invece voglio concentrarmi sul periodo trascorso a Sochi, per farvi capire perché la miriade di disastri che hanno accompagnato le Olimpiadi in corso non mi sorprenda più di tanto. Tutto questo è accaduto sette anni fa (nell’anno in cui le Olimpiadi sono state assegnate a Sochi), e io sono stato ubriaco per il 99 percento del tempo che ho passato in città: per questo motivo, quelli che condividerò con voi sono i pochi momenti che ricordo chiaramente. 

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Il dottor Vodka

L’avrete sentito dire mille volte, in Russia con la vodka non si scherza. È ovunque, sempre, e rifiutarla è una grande mancanza di rispetto (o almeno questo è quello che mi ha detto il mio interprete/la mia coscienza per giustificare la quantità esagerata di vodka che ho introdotto). A vent’anni la conoscevo bene, la vodka, ma non ero ancora stato sommerso dall’amaro cinismo necessario a consumarla, liscia, in qualsiasi momento della giornata. Ero abituato a bere shottini nella quiete di tornei di beer pong in orrende feste studentesche a Hollywood, o a mischiarla con bibite gasate e zuccherate. Ritrovarmi una bottiglia in faccia alle sette di mattina era l’apertura di un nuovo ed eccitante capitolo.

Uno di quei giorni che iniziavano con la vodka è finito con il sangue—e con altra vodka. L’intera città era avvolta dalla febbre olimpica, o almeno questo era ciò che le nostre guide volevano farci credere. Io e il mio gruppo ci eravamo fatti accompagnare al supermercato per assistere a un torneo di braccio di ferro tra clienti che veniva trasmesso da una radio locale. Non sono un esperto, per cui non posso dirvi con certezza per quale motivo molti a Sochi fossero così scortesi e burberi, ma se il miglior passatempo a mia disposizione fosse ascoltare alla radio un torneo di braccio di ferro, anch’io odierei gli stranieri.

Dopo il tristissimo torneo di braccio di ferro siamo stati mandati all’inizio di quelle che oggi sono le piste da sci olimpiche di Sochi. Anche se eravamo a febbraio, come adesso, non c’era molta neve, ma solo ghiaccio. Le concorrenti hanno gareggiato in una serie di corse su toboga gonfiabili giù per una collinetta mentre noi le filmavamo. Era abbastanza noioso, eccetto per un breve momento in cui alcune si sono rifiutate di togliersi i tacchi e sono scivolate sul ghiaccio. Vedere qualcuno che cade è sempre divertente, ed è ottimo materiale per la televisione. 

Dopo che abbiamo finito di filmare, il nostro cameraman russo ha offerto della vodka a me e ad alcuni membri della troupe. Forse per celebrare la fine delle riprese? O forse perché era vodka. Abbiamo bevuto. Con il coraggio liquido che ci scorreva nelle vene, l’idea di fare qualche discesa giù dalla collina ghiacciata ci era sembrata immediatamente logica. L’abbiamo fatto, ed è stato fantastico. A chi non piace sfruttare la forza di gravità per divertirsi?

Il lead producer, Eric, che non ha mai abbandonato la sua abitudine di fare festa come se fosse ancora al college, si è lasciato prendere la mano, ha montato il toboga e ha iniziato a buttarsi giù dalla collina. Ha colpito uno spunzone, e sia lui che il toboga gonfiabile sono decollati. Quando sono atterrati era avvolto in un bozzolo, circondato dalle nostre risate. Abbiamo continuato a ridere, aspettandoci che venisse fuori e facesse un inchino, solo che non si muoveva. 

Dicono che se fai una brutta caduta poi non dovresti rialzarti, perché potresti avere dei danni alla colonna vertebrale. Ovviamente in quell’occasione nessuno l’ha fatto presente, e io stesso ho cercato di far rialzare il nostro Eric. Uno dei russi è corso a chiamare un medico mentre io restavo seduto accanto a lui. Aveva una ferita sulla fronte, e le gocce di sangue cadevano una dopo l’altra sul ghiaccio trasformando il terreno in un quadro di Pollock.

Come in un film di pessima qualità, abbiamo avuto la stessa conversazione per tutti i dieci minuti che il medico ha impiegato per arrivare. “Dove sono?” Sei a Sochi, sei caduto dalla slitta e hai preso una botta in testa. “Perché sono qui?” Dobbiamo produrre un concorso di bellezza. “Dove sono?” Sei a Sochi—e così via. Alla fine il medico ci ha raggiunti in tutta tranquillità. Ha dato uno sguardo a Eric, gli ha fatto seguire con gli occhi i movimenti di una penna, e ha sorriso. Ha detto all’interprete che Eric sarebbe stato bene e l’ha fatto alzare.

Gli ho chiesto della ferita alla testa, e il medico mi ha detto che se ne sarebbe occupato lui. Poi ha preso la bottiglia mezza vuota di vodka e senza tante cerimonie ha battezzato il mio produttore con liquore di patate fermentato, proprio lì, sul ghiaccio. Poi ha tirato fuori dalla tasca una bottiglietta piena di liquido blu e l’ha versato sulla testa di Eric. Mi sembrava di avere davanti Kano di Mortal Kombat.

Sembra ridicolo detto così, e mi ha sorpreso vedere quanto invece per il dottore fosse regolare amministrazione, ma ha funzionato. In pochi giorni la macchia è svanita dalla sua faccia, senza lasciare alcuna traccia della ferita. Ancora oggi non siamo sicuri del contenuto dell’elisir blu, ma abbiamo imparato un nuovo modo di usare la vodka che speriamo di non dover mai più mettere in pratica. 

Una quasi omonimia che ha fatto una grande differenza

Dopo la gita imprevista in Cecenia, ci siamo diretti verso il nostro albergo di Sochi. Sul pullman sognavamo ad occhi aperti una doccia calda e un letto comodo. Quando siamo entrati nel parcheggio dell’albergo, uno dei membri della troupe ha indicato la facciata con un’espressione divertita. L’insegna “Caesar Palace” incombeva su di noi. Stesso carattere tipografico, stesso schema cromatico, tutto uguale all’hotel della Strip di Las Vegas. Caesar Palace, non Caesars Palace—quella sarebbe stata una violazione del copyright. Caesar Palace. Quel palazzo non apparteneva a Cesare; era Cesare.

La mattina facevamo colazione al Café USA. All’inizio eravamo speranzosi: i giorni delle patate insipide ricoperte d’aneto sarebbero stati solo un triste ricordo? Ahimè, no. L’avevano chiamato Café USA solo perché dentro c’erano dei cowboy di ceramica. Barbabietole, panna acida e soprattutto aneto. Quel cazzo di aneto. Non voglio mangiare mai più nulla che sia sottaceto, a meno che non si tratti di cetriolini.

Il Café USA era un normale bar-ristorante con una sala da pranzo sul retro che era un po’… insolita. C’erano stranissimi pali cromati che andavano dal pavimento al soffitto, disposti apparentemente a caso. C’era solo un separé. Howard, il nostro produttore esecutivo, un incrocio tra Neil Diamond e Robert Evans, si è impossessato del separé. Il resto di noi era costretto a mangiare in piccoli e strani tavoli posti intorno ai pali. Il posto si stava già preparando ad ospitare le Olimpiadi, forse? Non aveva senso. Non sembravano pali di sostegno; erano cromati. Ma non ci ho fatto caso più di tanto, perché non c’è bisogno di trovarsi in un posto di lusso per strozzarsi con le uova in salamoia.

L’unica parte del Caesar Palace che somigliava in qualche modo alla controparte di Las Vegas era il casinò. Poche ore dopo essere arrivato in albergo mi ero già giocato l’intera somma a disposizione per la giornata (che, se ricordo bene, ammontava a 200 dollari). Mi ero ripromesso di non sprecare altri soldi in quella sala da gioco russa, e nei giorni successivi sono riuscito a non sgarrare. Ubriacarmi a quei livelli e riuscire a non svuotare il mio conto in banca ai tavoli del blackjack sono state una grande vittoria per il sottoscritto. 

Quando lavori in un contesto ad alto tasso di corruzione, devi per forza ingaggiare un “fixer”—qualcuno a cui dai dei soldi perché si assicuri che tu non debba pagare più del dovuto. Qualcuno che estorca gli estorsori. Il nostro era un tizio duro come l’acciaio, ex-KGB, un pezzo di ghiaccio e di marmo… o perlomeno le voci che circolavamo lo davano come ex del KGB. Non gliel’ho mai chiesto.

Il nostro uomo aveva alle sue dipendenze due faccendieri che sembravano avere circa la mia età. Siamo subito diventati compagni di bevute. Li facevo ridere e mi piaceva ascoltare le loro storie. 

Una notte, quasi alla fine della nostra permanenza, stavamo bevendo al bar dell’albergo. Mi hanno chiesto di andare al casinò con loro. Gli ho parlato della mia sfortuna e si sono messi a ridere. “Qui la fortuna la creiamo noi!” ha detto il più grosso tra le risate. “Non preoccuparti, stasera avrai fortuna.” Ho preso con me un centone e sono sceso al casinò. Abbiamo bevuto e giocato a blackjack. I miei 100 dollari sono durati molto più a lungo questa volta, abbastanza a lungo da consentirmi di perdere i sensi.

Mi sono svegliato a un tavolino che sembrava familiare e allo stesso tempo estraneo. Ci è voluto un po’ per rendermi conto che mi trovavo nella sala da pranzo del Café USA. Con la sola differenza che non era mattina, e che non c’erano uova in salamoia. Nel giro di pochi secondi ho realizzato a cosa servissero i pali cromati.

Di notte, il Caffé USA era un uno strip club. 

Eric, altri due produttori e i due faccendieri erano seduti al tavolo con me. Si sono accorti che mi ero ripreso dal mio torpore e mi hanno sorriso. Uno di loro si è alzato e ha afferrato una ragazza, che mi ha portato dietro al separé dove ogni mattina Howard mangiava le sue uova. Era un separé per spettacoli privati. 

Durante lo spettacolino, uno dei faccendieri mi è corso dietro e mi ha piazzato una bottiglia di vodka davanti alla faccia. Ho preso un sorso. È buona educazione, giusto? Subito dopo ho fatto cadere la bottiglia e sono svenuto un’altra volta. Era la mia prima volta in uno strip club, ed era anche la prima volta che mi addormentavo nel bel mezzo di una lap dance. Eric mi ha fatto una foto per celebrare la mia grande nottata: ci sono io, svenuto, sotto una spogliarellista russa.

La mattina dopo mi sono svegliato con i peggiori postumi che abbia mai avuto in vita mia. O forse semplicemente quella era stata la mia prima, vera sbronza. A vent’anni i postumi te li devi guadagnare. Indossavo i pantaloni, una scarpa, niente calzini e niente camicia. Non appena mi sono tornate alla mente le scene della follia della notte precedente, sono stato preso dal panico.

Mi sono buttato nel letto, guardandomi intorno per accertarmi di non essermi pisciato addosso o di non aver pisciato su qualcun altro. Ero solo, meglio così. La mia unica compagnia erano due bottiglie vuote di vodka. Avevo fatto sesso? Il mio corpo, e soprattutto il mio pisello, sembravano escludere l’ipotesi. Non c’erano odori particolari, né della stripper né di qualcun’altra. Di nuovo, sono stato preso dal panico.

Mi ricordavo di essere andato a prelevare da un bancomat a un certo punto, ma quando? Quanti soldi avevo prelevato? Sul mio conto avevo circa 500 dollari, e mi servivano per tornare a casa. Se avevo scommesso tutti i soldi, o peggio, se li avevo gettati addosso alle spogliarelliste, ero fottuto. Ho raggiunto con cautela la tasca e ho cercato il portafogli. Non c’era.

Mi sono agitato e sono caduto dal letto, procedendo a tentoni sul tappeto sporco. Alla fine, la mia mano ha toccato qualcosa. Ma non sono riuscito a verificarne la consistenza perché sono stato colto da un enorme bisogno di vomitare. Sono corso in bagno e ho riversato un oceano di schifo biancastro nella tazza. Poi mi sono asciugato la bocca, ho acceso la luce e ho guardato quello che avevo in mano.

Dentro il mio portafoglio c’erano 4.000 dollari.

Non ho avuto il tempo di capire da dove provenissero quei soldi, perché li avessi, o come li avessi guadagnati. Ero in ritardo di mezz’ora per la colazione. Mi sono sciacquato la bocca con il collutorio, mi sono messo una camicia pulita e sono corso di nuovo al Café USA. Ad aspettarmi c’erano i co-produttori e i faccendieri, che mi hanno accolto con un applauso.

Uno dei faccendieri mi ha messo un braccio intorno alle spalle e mi ha sussurrato all’orecchio, “Visto? Te l’avevo detto che saresti stato fortunato.” Poi siamo tutti scoppiati a ridere. Dall’altra parte della stanza, nel separé privato, Howard ci ha lanciato un’occhiataccia mentre masticava rumorosamente un boccone d’uovo in salamoia.


Josh Androsky è uno scrittore, un comico e un grande fan del karaoke. Seguilo su Twitter: @ShutUpAndrosky

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