Música

Walter Kitundu ha creato questi strumenti pazzi

Walter Kitundu live in Nuova Zelanda

Il sogno di ogni DJ è riuscire a coniugare i propri dischi con l’ambizione di suonare uno strumento, per questo il californiano Walter Kitundu ha costruito una serie di “Phonoharps”—strumenti a corda creati a partire da giradischi.

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Tutto iniziò quando l’artista ebbe la grande idea di percuotere il suo giradischi con i chopstick. Anziché fermarsi là, ci ha progettato il primo Phonoharp, dotato di 26 corde. Era il 2001. Da lì in poi, gli strumenti si sono moltiplicati: un altro Phonoharp, nato da un giradischi Technics 1200, un giradischi a energia eolica e uno che va con il fuoco, più precisamente con 80 candele. Se questo non bastasse, c’è lo Stylus Glove, un artiglio con una puntina su ogni dito, strutturato in modo da potersi piazzare su quattro punti di un disco contemporaneamente.

Kitundu ci ha raccontato un po’ di cose su questi progetti e sul suo amore per la musica.

Phonoharp

Noisey: Quando ti sei reso conto che avresti iniziato a costruire strumenti pazzi?
Walter Kitundu: Sono stato un DJ per un bel po’ di anni e ho anche avuto qualche band. Volevo creare un suono che partisse sì dalla staticità dei dischi, ma che la rendesse dinamica, in un modo strumentale, appunto. Questo mi ha portato a suonare giradischi come percussioni (alzavo il volume e lo battevo con i chopstick) e ho scoperto che venivano fuori suoni non solo percussivi, ma anche melodici. Da lì in poi ho iniziato a produrre la famiglia degli Stylophones, e poi ho capito che potevo produrre giradischi con le corde, ecco come è nato il Phonoharp.

Quindi mi pare di capire che il giradischi sia lo strumento base. C’è un particolare simbolismo dietro a questo aggeggio, per te? Come senti che è cambiata la percezione di un giradischi nel mondo della musica?
Uh, che domandina. Per ognuno significa una cosa diversa. Per me è un collegamento diretto con la storia. In due sensi: la storia di quelli che registravano direttamente su vinile e la storia di coloro che hanno iniziato a giocarci, creando nuovi suoni nel primo hip-hop.

È stato difficile smembrare il tuo Technics 1200 e crearci uno strumento nuovo?
Sarebbe stato ancora più difficile se non stessi, ai tempi, seguendo un filo logico che andava dalle mie prime produzioni di strumenti fino a quello. Distruggere quel giradischi per creare qualcosa di nuovo è stata una decisione molto sensata. Ora però quel tipo di giradischi è diventato quasi introvabile, quindi forse ci penserei due volte… Ma poi lo farei ugualmente.


Phono Sitar

Per te è importante lo scratching e tutto quello che rappresenta?
Lo scratching è stato il marchio di fabbrica dell’hip-hop. Il suono che mi ha reso curioso e che mi ha fatto conoscere quella musica. Dal 1991 ho iniziato ad avere a che fare con il turntablism e non ho più smesso.

Come hai iniziato, invece, a gestirti gli strumenti a corda o le bacchette della batteria?
Ho iniziato allo stesso modo che con i dischi: non ho mai studiato in nessuno di questi campi, era un bisogno che sentivo. Toumani Diabate, il suonatore di kora, è stata una grande ispirazione per me. Ho anche avuto un sacco di aiuto da musicisti e costruttori di strumenti come Douglas Ewart, Carei Thomas, Meshell Ndegeocello, David Harrington e altri. Mi hanno dato più sicurezza in me stesso e nel mio lavoro.

Come funzionano tutti questi elementi assemblati insieme nelle tue creazioni?
Quando suoni, la vibrazione delle corde arriva fino al disco e viene percepita dalla puntina. Questo supplisce alle vibrazioni che di solito provengono dalla rotazione del disco. In questo modo si hanno ottime basse frequenze, ma non si ottiene molto dalle alte, quindi spesso aggiungo un microfono pick-up per compensare. Le corde possono essere percosse in molti modi, il corpo dello strumento è anche una parte percussiva, mentre il giradischi può diventare, anche lui, una batteria, oltre che continuare ad essere un giradischi. Uso una loop station per creare componimenti stratificati, come in una one man band. Questo mi aiuta a scoprire le mie potenzialità e quelle dello strumento.

Stylus glove

Come hai deciso quale sarebbe stata la forma degli strumenti?
Più che altro è una questione pratica: dipende dalla dimensione del giradischi e dalla lunghezza delle braccia di chi lo suona, invece la forma e lo stile sono scelte puramente estetiche. Per la mia prima creazione ho preso un pezzo di legno e ho disegnato la forma che mi sembrava più appropriata. Il processo è stato molto naturale, improvvisato. Un po’ come creare una composizione musicale. Una volta che ho finito di assemblare i pezzi ho tirato le corde fino a un’accordatura aperta, basata su come ogni corda mi sembrava suonasse meglio. Poi mi sono annotato quell’accordatura. In quel momento ho capito la natura dello strumento, non prima, non c’era nulla di pianificato. Infine mi sono messo lì e ho imparato a suonarlo.

L’arpa Nautilus

Hai venduto questo strumento nel 2006. A chi l’hai venduto? Ne costruirai un altro?
L’ho venduto a una galleria d’arte per un’esibizione. Stavano cercando un pezzo unico, una scultura, e quello gli andava bene. Il curatore di questa mostra è un tipo veramente ok e mi ha anche detto che posso utilizzare la mia opera quando voglio. Ne ho costruite altre come quella, anche una lo scorso anno (che non ho intenzione di vendere). Non so se voglio costruire altri strumenti, però mi piace confrontarmi con gente che voglia fare cose simili. Si imparano un sacco di cose costruendo i propri strumenti: i tuoi gusti, le tue idiosincrasie ti aiutano a dar loro una personalità, non bisogna spaventarsi.

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