The Milan Review, di solito la chiamiamo “la” Milan Review, perché a Milano quando si parla di qualcuna si dice così: la Franca, la Rita, la Teresa. È una rivista letteraria semestrale fondata da due milanesi: Tim Small, editor, che si chiama in inglese, e Riccardo Trotta, art director. Da qualche anno sono i due che―più di ogni altro―fanno Vice. Ma qui faccio, tipo, finta di non conoscerli. Non è che gli devo niente.
Dicevo, la Milan Review. Ovvio il riferimento a The Paris Review, che invece è trimestrale e ha diffuso la Grande Letteratura del Novecento, americana soprattutto, ospitando scritti dei vari Roth, Calvino, Franzen, Naipaul. Non so se anche la Milan Review fra qualche decennio finirà per trasferirsi a New York, come è successo alla Paris Review: per ora, inizia con il presentare autori come Deb Olin Unferth (giro McSweeney’s), Clancy Martin e Jonathon Keats (un tipo molto molto strano e pure un po’ inquietante), nell’attesa che vincano un futuro Pulitzer. Non è poi così improbabile! L’hanno dato pure a Annie Proulx, in pratica l’equivalente del Pallone d’Oro a Sammer (o Cannavaro). Scusate, opinione personale.
In breve, le caratteristiche fondamentali di The Milan Review.
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1) È un oggetto bello (la dicotomia forma elegante/contenuti spessi è superata ormai da tempo). Nonostante ciò non assomiglia troppo a McSweeney’s o a The Believer, riferimento unici della cultura globale. Bene.
2) È illustrata. Cioè, non proprio illustrata: ci sono dentro dei disegni. Di Matt Furie, che da qualche anno a questa parte tratteggia splendidi mostri colorati di pelo e squame, e di Maison du Crac che, a dispetto del nome, è italiano. Almeno credo.
3) Parla solo inglese nonostante sia venduta al prezzo di venti Euro, non dollari né sterline. L’uso della Lingua Ufficiale del Futuro© (ci spiace per tutti gli altri poveri, ma è così) servirà alla diffusione nel mondo occidentale tutto: lancio in Italia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, distribuzione in otto paesi.
4) È monografica: il primo numero parla di fantasmi. Ciò non significa che ospiti racconti horror: la maggior parte dei fantasmi non assomigliano a brutti bambini giapponesi, non fanno scherzi, non si trovano intrappolati fra morte e paradiso o stronzate del genere.
5) Non contiene interviste, perché la maggior parte degli scrittori sono infinitamente più noiosi delle cose che scrivono. Non contiene saggi di critica, perché i critici sono tutti morti. O lo saranno presto.
Quindi promette di essere un gran bel giornale. Molto contemporaneo. Sfogliate e comprate il primo numero (gli zero sono roba da donnette) alla festa di lancio: giovedì 12 maggio a Milano da Radio, in Via Pestalozzi 4, a partire dalle sette di sera.
Ah, i due fondatori della Milan Review stanno mettere in piedi anche una casa editrice. Pensavo lo potessero fare solo quelli già ricchi di famiglia. Forse mi sbaglio. Spero.
MICHELE R. SERRA – FOTO: BEA DE GIACOMO
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