Tokyo – Sentimenti artificiali

Di questi tempi, i creatori di robot sono tutti concentrati nel creare macchine immortali lucide e aggraziate, quindi Dio benedica la nostalgia dell’Università di Scienze di Tokyo per i rottami in stile anni ’90 dalla “pelle” che sembra “vera”. Infatti questi secchioni nipponici hanno appena dato vita a SAYA: la gentile receptionist qui presente, aka Mike Myers in versione animatronica. Dal momento che la progettazione di questa bambolottona è iniziata nel lontano 1993, il suo aspetto finale così plasticoso appare una conseguenza abbastanza inevitabile—senza contare che il suo stylist personale è un tizio che nella vita si guadagna la pagnotta creando quelle bambole dell’amore che sollazzano i pistolini dei nostri amici giapponesi e non solo. SAYA ha un vocabolario di ben 300 parole, che combinandosi danno vita a 700 frasi e, tenetevi forte, per dar voce ai suoi pensieri ha un paio di casse nelle tette. Mi raccomando però: non ditele niente di cattivo, altrimenti la tenera SAYA arriccerà il suo visino come un tenero pitbull e vi sgriderà senza pietà. La nostra amica Maria Ahlgren l’ha verificato di persona andando a trovare SAYA nel suo appartamento.

Il creatore di SAYA, il Dott. Hiroshi Kobayashi, ha delle cattive notizie: nessun uomo vivente dei nostri tempi conoscerà mai un robot in grado di comunicare. Kobayashi assicura che, al giorno d’oggi, non esiste una vera intelligenza artificiale autonoma. Insomma: tutti i robot hanno bisogno di pre-programmazione, e combinare le funzioni di un robot industriale con un Q.I. simile a quello umano è praticamente una cosa difficilissima. Anche per un tipo come lui, che ha sul suo curriculum non solo SAYA, ma anche un congegno che permette alle persone che hanno perso ogni capacità motoria di camminare. È inoltre l’uomo che ha creato la rinomata “tuta muscolare” che può trasformare un gamberetti nano in He-Man. Quindi per ora se vogliamo parlare con un robot siamo fondamentalmente costretti a passare attraverso la mente del suo creatore.

Per capirne un po’ di più ho fatto delle domande in giapponese a Saya, e questa mi ha risposto emettendo dei tenerissimi versetti e arricciando il naso quando necessario.


Questa è SAYA in posizione neutrale. Molto realistica, per niente inquietante.


Questa è SAYA felice.

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Le ho detto che era carina. Mi ha risposto con un “Grazie!” ridacchiante. Fino ad ora, questo robot non fa altro che propinare ogni singolo luogo comune sulle cortesi donne giapponesi.


Questa è SAYA triste.

Volevo vedere cosa conoscessero gli ingegneri robotici della psiche femminile, e le ho detto che era sgradevole. Mi ha risposto singhiozzando “Non dirmi così.”


Questa è SAYA sorpresa.

Le ho chiesto di sorprendersi e mi ha risposto, “Sono scioccata!”


Questa è SAYA disgustata.

Per ottenere questa espressione ho dovuto mettere qualcosa di schifoso davanti a lei. Non che noti alcuna differenza, ma solo per l’impatto visivo. Le ho detto di toccarlo (usa la tua immaginazione, genio), e ha strillato “Disgustoso!”

Questa è SAYA arrabbiata.
A questo punto le cose si stavano surriscaldando, ed è diventata piuttosto aggressiva quando le ho detto che era un’idiota. Quand’è incazzata mostra i denti, il suo stomaco produce rumori simili ad una tempesta di tuoni, e i suoi occhi brillano fanaticamente. “Non sono un’idiota,” ha risposto, “OK?!”

Questa è SAYA spaventata.

Le ho detto che avrebbe preso l’aviaria. “Mi sto spaventando,” ha mugolato.

Ta-da. In dieci minuti il suo umore è passato da felice a triste, da educato a irritabile, dal ridacchiante all’isterico. È tipa alquanto impegnativa. Questi smanettoni tecnologici hanno proprio capito tutto dell’universo femminile!



MARIA AHLGREN
(Foto di Melanie Magassa)

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