Quando gli zombi corrono


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Nella categoria “zombie films” di Wikipedia si contano 376 pellicole. 377 se si aggiunge: Io zombo, tu zombi, lei zomba. Dal 1968, l’anno di uscita di Night of the Living Dead di George A. Romero, i non-morti—a parte le rivisitazioni cafone, come la sopracitata opera di Nello Rossati girata in un hotel di Palombara Sabina—hanno avuto minime variazioni sul tema. L’eleganza della “tetralogia dei morti viventi” di Romero ha stabilito il canone occidentale. 

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I film Romero li girava con un basso budget: tanto poi incassava 40 volte di più (nel caso di Zombie, il secondo film della serie, girato nel 1978, che costato un milione di dollari al botteghino ne ha riscossi 40), oppure aspettava che il pubblico diventasse il suo pubblico e rendesse i suoi film un cult (Night of the Living Dead). Tutto questo succedeva in un altro tempo, in un altro cinema. Anelante di comunicare un messaggio attraverso le sue creature, gli zombi di Romero oggi appaiono prima di tutto nello splendore di magnifiche metafore. Talmente riuscite che dal canone di Romero queste goffe bestiole hanno attraversato più di quarant’anni con un passo barcollante ma incessante, caricandosi sulle spalle il peso greve di significati politici, sociali e razziali. 


Poi è uscito World War Z, nel 2013. Diretto da Marc Forster, è così alieno rispetto alla tradizione di Romero che pure dopo aver visto il trailer non mi ero reso conto che trattasse di zombi. E dire che il film è stato candidato ai Golden Trailer Awards.

Il cinema dai tempi della tetralogia di Romero è cambiato: oggi si danno i premi per i migliori trailer, oggi un film come WWZ deve ritardare l’uscita in sala per la competizione con un film alimentare di Tom Cruise: Jack Reacher, oggi i libri dai quali sono tratti i film (in questo caso i romanzi di Max Brooks) sono “sempre meglio della trasposizione cinematografica,” oggi i film si girano con 190 milioni di dollari e ne incassano 540 soltanto in America, oggi World War Z è il film sugli zombi che ha incassato di più nella storia del cinema.

Ciò che è evidente quando si vede anche soltanto il trailer di WWZ, senza sapere nulla della trama, è lo splendore delle scene di massa. Mai viste prima al cinema. La seconda cosa che si nota è la bellezza di Brad Pitt che a cinquant’anni rimane ancora una figura cristologica di tutto rispetto a Hollywood. La trama, semplificata rispetto ai libri di Brooks che si dilungano senza censure pop in geo-politica di pregevole scrittura, si può riassumere in una boutade da baci perugina: “il mondo è nella merda.” 


L’intero pianeta deve fare i conti con un virus che sta contagiando tutta la popolazione, e solo un uomo può risolvere il casino. 

Il film si apre in una giornata di quotidiana tenerezza: Brad, la moglie e le due figlie siedono al tavolo a fare colazione. In tv i giornali annunciano l’istituzione della legge marziale. Una delle due figlie incuriosita chiede al padre di cosa si tratti. Poi in macchina bloccati nel traffico, la famiglia Pitt gioca a “indovina l’animale”. Niente di apparentemente insolito.

Un’esplosione in testa alla colonna di auto apre le danze. Brad vuole uscire dalla macchina per andare a vedere, ma il poliziotto che passa con la moto tra le auto gli urla di restare nell’abitacolo. Poi la guardia viene travolta da un camion guidato da uno zombi che a tutta velocità corre sulle vetture spettinandole nel traffico. 

Il film è appena iniziato: senza capire nulla di quello che stia succedendo la famiglia Pitt scappa da un primo girone infernale, ruba un camper e si dirige a Newark in un centro commerciale per fare incetta di viveri insieme ad altri disperati. Non sanno dove andare, si intrufolano in un palazzo lì vicino attirati da luci accese alle finestre. Sono trascorsi appena venti minuti sti cazzi della trama e ho già l’ansia. 


Le scene nel palazzo, illuminate soltanto da un fumogeno rosso sono girate alla perfezione. Rari i momenti jumpscares, Forster preferisce creare una situazione critica infinita e snervante più che farti prendere sfacciatamente dei colpi. Si vede però che è una sua scelta e non perché non sia capace di terrorizzarti.

Pitt, che capiamo essere un ex “migliore in circolazione” delle Nazioni Unite, riesce finalmente a far valere le sue amicizie importanti, prende contatto con “un aggancio dell’esercito” e riesce a portare la sua famiglia al sicuro in una base militare navale. Lì le cose peggiorano, il generale dell’esercito gli fa presente che o si dà da fare per l’umanità collaborando con la spedizione o la sua famiglia verrà buttata in mare. Dato che il posto sull’arca se lo deve meritare, Brad decide di partire.

In due ore di film Pitt volerà da Philadelphia in Corea del Sud, da Gerusalemme a Cardiff cercando un rimedio alla fine del mondo. 

In ogni città Forster riesce a ricreare un’atmosfera di apocalisse con splendide panoramiche aeree che riprendono fiamme e mari di zombi, dando il meglio di sé con il muro costruito in Israele per tenere lontani i contagiati: una colonna umana di non-morti cerca, e ci riesce (c’era uno SPOILER), di superare la barriera. 

Al di là delle situazioni più o meno credibili in cui Brad Pitt si trova, sempre protagonista sempre bellissimo sempre indomito, World War Z è un film godurioso. A tratti sfacciatamente videogioco (le scene nel laboratorio sembrano tratte da Resident Evil) e a tratti divertente (Pierfrancesco Favino e Brad Pitt devono raggiungere l’ala B del laboratorio senza farsi scoprire dagli zombi, ma Favino nell’ordine: dà un calcio a una lattina per terra, schiaccia dei vetri rotti nel corridoio, apre una porta che cigola e sbatte il piede di porco contro uno schedario creando il panico e suggerendomi un drammatico parallelismo metonimico tra la condizione del cinema italiano e quello americano), World War Z intrattiene come un ottimo Blockbuster e ha pure un messaggio finale interessante, di certo più leggero di quello di Romero. Per questo gli zombi di Forster sono più freschi, vigorosi, e corrono veloci: non hanno più il passo equilibrato della metafora, vogliono solo fartela fare addosso.

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