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Μόδα

Milano da bere

Renata Molho si ricorda di quando l’Italia era alla moda.
27.4.08

Foto di Scott Schuman

Riportano le cronache, che nel 1979 la settimana della moda di Milano superò, per fatturato e traffico d’affari, quella di Parigi. Eravamo all’alba di quello che sarebbe stato il periodo d’oro per la città italiana. Da lì a poco sarebbe esploso tutto: feste, droghe, sfilate, riviste, sesso, fotografi e stilisti superstar. Chiunque, nel mondo, voleva venire a vedere cosa succedeva a Milano.  Poi, a quanto a pare, è finito tutto. Ne abbiamo parlato con Renata Molho, stylist negli anni Ottanta e giornalista di moda dagli anni Novanta. Oltre alle collaborazioni con testate del gruppo Condé Nast, Renata ha scritto l’unica biografia pubblicata sul re incontrastato di quell’epoca dorata, Giorgio Armani. Perché proprio lei? Perché Renata, oltre ad essere una delle giornaliste italiane di moda e costume più stimate, è una delle persone più sofisticate ed eleganti che abbiamo mai incontrato. E ciò, incredibilmente, non le impedisce di essere chiara, semplice e, soprattutto, di dire sempre quello che pensa. A essere sinceri, siamo un po’ innamorati. VICE: Renata, c’è stato un periodo d’oro della moda italiana, grosso modo fra i primi anni Ottanta e i primi anni Novanta, in cui Milano era un po’ il centro del mondo. Tu dov’eri?
Renata Molho: Ho iniziato a lavorare nella moda nel 1982 e, all’inizio, fondamentalmente facevo la schiava. Sono entrata in quel mondo attraverso uno spiraglio che era rimasto aperto, perché già cominciavano a chiudersi. Lavoravo per quest’agenzia, la Verve, che all’inizio degli anni Ottanta era l’unica che forniva un servizio completo sia per i giornali che per la pubblicità. E comprendeva figure professionali come me, che provvedevano sia al casting, che alla produzione e allo styling. All’epoca c’era un giornale, si chiamava Donna, che era più importante di Vogue Italia. Lo facevano Flavio Lucchini, che fra l’altro veniva da Condé Nast, e Gisella Borioli. Questo per dire che, lavorando per Verve, mi succedeva di fare il mega servizio per Donna con il vestitone di Ferré, il miglior fotografo, la migliore modella e il miglior truccatore e poi l’ultimo catalogo della Postalmarket. Tutto ciò mi ha subito reso chiaro che in questo campo le cose difficili da fare erano quelle piccole. Coi vestiti degli stilisti e i fotografi famosi era già tutto fatto. Per la mia storia personale è stato poi utilissimo.  Com’era il clima in quegli anni?
Il clima era pazzesco. Sia a livello di entusiasmo creativo che di lavoro. Sentivi di essere all’inizio di qualcosa. È difficile da capire adesso perché è già stato fatto di tutto, ma c’era una gran voglia di inventarsi delle cose. E tutti si lavorava con un entusiasmo che ora, parlo di editoria istituzionale, non c’è più. C’era ancora margine per creare qualcosa, la pressione pubblicitaria era minore. Oggi spedisci due vestiti ed è fatta, all’epoca te ne stavi tutti, dal fotografo all’ultimo degli assistenti, a fare le tre di notte col sorriso in bocca e i cappotti in spalla. Era tutto nuovo per tutti. Da Armani, all’ultimo degli schiavi come me.  E questo probabilmente aveva anche a fare con tutti i soldi che c’erano in giro.
Guadagnavamo cifre imbarazzanti. Sai quanto guadagnavo nel 1983? Un milione e mezzo di lire al giorno. Proprio così, chiamavi la Verve e Renata Molho costava 1.500.000 lire al giorno. Io, figurati gli altri.  Quindi, diciamo che il tutto era più corale e c’era meno ego.
In un certo senso, sì. Certo, c’erano le scale gerarchiche e io non è che potessi mettermi a dare del tu a tutti. Però, per dirti, lì nella zona del Superstudio, dove oggi ci sono 300 locali e ristoranti e showroom, c’era solo un bar, il Telex. Bene, andavamo lì, i proprietari cucinavano quintalate di ostriche, e tu ti sedevi al tavolo con Richard Avedon piuttosto che con David Bailey.  Incredibile. Poi, cos’ è successo?
Poi si è persa la misura, appunto. Guarda, io all’inizio ero abbastanza dietro le quinte, quindi diciamo che i grossi personaggi e i grandi stilisti ho incominciato a conoscerli più avanti negli anni. Però, come ti dicevo, anche stando dietro le quinte, vedevo che tutti erano molto, ma molto più umani. Certo, molti si sentivano delle star, ma era ancora un sentirsi star all’acqua di rose.  E a un certo punto, via con lo stereotipo degli anni Ottanta eccessivi.
Poi è successo che i media, sia di moda che generalisti, hanno incominciato ad alimentare il culto della personalità a dismisura. È come se fosse partita una valanga di ego che si accumulavano uno sull’altro, fino al periodo delle top model. E da lì, alè: Linda, Cindy, questa, quell’altra. E Versace ha incominciato a sentirsi Versace, e Armani, Armani. Tutto è andato fuori controllo: le direttrici che diventavano star, le PR e le stylist che si sentivano Madonna. Una follia collettiva autoalimentata che non si è più fermata. E questo ha inciso anche sulla qualità del lavoro. Oggi è tutto un po’ sterile e superficiale anche per questo. L’ultimo degli assistenti si sente istericamente indispensabile e chi dovrebbe tenerlo in riga ormai è pazzo.

Copertine e pagine da Vogue Italia e Donna dal 1980 al 1991: l’epoca d’ora della moda a Milano. Da allora le cose non sono le stesse. Tutte le immagini per gentile concessione Fashion Work Library Club.

Parli dei direttori dei giornali?
Sì, direttori, editori e proprietari. Tu pensa all’ingerenza degli uffici stampa di oggi, che sono arrivati a dettare gli articoli dei giornali. Allora non era così. I giornalisti di moda scrivevano, esprimevano opinioni. Questo ti dà il senso delle cose.

Certo. Senti, il clima nella moda era diverso e anche la città era diversa. O no?
Totalmente. Conta che con l’esplosione della moda è nata la Milano da bere. L’epoca di Craxi e del Psi. Soldi facili, feste ovunque, stranieri che arrivavano a grappoli. Un’atmosfera sicuramente superficiale, però molto vitale. Certo, non era la Milano degli anni Sessanta, quella con Mulas e il bar Giamaica, per dire. Però respiravi il futuro, la speranza. E la moda trainava l’arte e tutto il resto. Pensa a un Fiorucci che fa dipingere il negozio a Keith Haring. Io stessa, siccome disegnavo, ero chiamata a disegnare le vetrine dei negozi. C’era la sensazione diffusa che tutto fosse possibile.  Che è durata un attimo, alla fine.
Be’, è stato tutto molto veloce. Per me la fine di quel periodo è iniziata con Mani Pulite. Di colpo, non c’era più un soldo in giro. Tutta l’esplosione di edonismo che c’era stata incominciava a mostrare un po’ la corda e, soprattutto, tutti avevano dato molto, forse troppo. Parlo di slancio, di creatività. Venendo a mancare i soldi, tutto si è ripiegato su stesso, la gente è scappata o si è rinchiusa in casa, e Milano è tornata a essere la città dei cortili. È morta, in un certo senso. Com’è oggi, insomma.  Quindi per te sono finiti i soldi ed è finito tutto, o viceversa?
L’insieme delle cose. Però è innegabile che i soldi sono stati il motore di tutto quel periodo. Finiti quelli, finito tutto.  Giornali di moda compresi. 
Be’, secondo me sì. Editoria, moda. Tutto ha iniziato a essere una stanca citazione di cose già viste. Prendi per esempio le musiche delle sfilate. Oggi è tutta roba anni Sessanta e anni Ottanta. C’è un vuoto totale. La contemporaneità sono ancora gli anni Ottanta.

E questo vale anche per i giornali. Oggi è tutto di una noia mortale. Spesso le cose migliori le scrivono i redattori e i giornalisti sconosciuti, mentre le grandi firme tendono a fare tutto con la mano sinistra. Come dicevo prima, non vedi che nessuno esprime più un’opinione? Io, nel ‘91, ho lasciato lo styling e ho iniziato a scrivere e basta. E devo dire che, in questo campo, sono stata abbastanza fortunata. Ho sempre avuto la possibilità di dire quello che pensavo.  E il tuo giornale ti ha sempre sostenuto?
Sì. Alle lamentele dei clienti il mio giornale ha sempre risposto: “Se la signora Molho la pensa così, la pensiamo così anche noi. Grazie e arrivederci”. All’inizio il mio è stato abbastanza un case history. Ero l’unica a scrivere di moda per il Sole 24 ore e, per assurdo, la mia linea editoriale ha permesso al giornale di coprirsi tutta la pubblicità dell’inserto domenicale. La qualità pagava in quel periodo, non c’è dubbio.  Va bene il crollo economico e tutto il resto, ma è anche un dato di fatto che oggi non ci sono più le grosse personalità che c’erano allora e la gente forse non è così preparata per fare questo mestiere. Oggi escono tutti da queste fantomatiche scuole di moda che non mi risulta ci fossero allora. Giusto?
Certo. Le scuole di moda, oggi, servono a poco e sono solamente teoriche. E a cosa serve la teoria nella moda? A nulla. Serve aver visto e fatto altro nella vita. Io per un periodo ho insegnato, e dicevo ai miei studenti: “Vi serve molto di più aver visto un quadro di Chagall che aver sfogliato tutti i Vogue del mondo”. Poi però mi rendo conto che attorno a loro c’è il vuoto totale. 
La differenza secondo me sta anche in questo. Io non ho fatto nessuna scuola di moda, disegnavo e scrivevo per i fatti miei e sono arrivata in questo mondo, come ti dicevo, in modo casuale. Eppure il primo lavoro che mi ha proposto l’agenzia è stato di fare un casting di gente comune per una campagna di Oliviero Toscani. Ti rendi conto?
Sono arrivata, mi hanno messo in mano questa polaroid gigante e mi hanno detto: “Vai”. E io sono andata in giro a cercare gente comune e a fotografarla. Ed è andata così bene che due giorni dopo mi hanno messo a fare lo styling per un redazionale di Avi Meroz, un fotografo geniale di cui oggi si parla poco ma che, insieme a Gastel e Ferri e compagnia, ha fatto tutte le campagne pubblicitarie più importanti degli anni Ottanta.

Tutto molto bello ma anche molto di responsabilità. Non avevi paura?
Ovvio. Ma sai, c’era tanta incoscienza. Ero terrorizzata, sono arrivata sul set con questo valigione Samsonite pieno di vestiti, senza avere idea di cosa dovevo fare. Mi hanno detto due cose: “Primo, quando non sai cosa mettere, metti delle calze nere. Secondo, usa l’intelligenza.” E da lì sono partita e, grazie al cielo, sono ancora qui.  Scusa se insisto, ma il tuo rapporto con questi mostri sacri della fotografia com’era?
La prima interazione con Avi Meroz, mi ricordo, è stata: “Renata, ci vuole un cappello. Ce l’hai un cappello, vero?” Ovviamente non ce l’avevo. Panico. Mi è venuto in soccorso Antonio, il parrucchiere che, sapendo che ero al mio primo lavoro, mi ha detto: “Guardalo negli occhi e digli che non starebbe bene”. E così ho fatto. E lui si è fidato. Questo per ribadirti, c’era sì un rapporto gerarchico, ma c’erano stima e rispetto della personalità di tutti. Lo ringrazio ancora Antonio, grandissima persona e parrucchiere geniale. È morto di AIDS.  Come tanti altri, no? 
Tantissimi. Una strage. È stata la prima grande mazzata che ha fatto crollare quel senso di onnipotenza che ci pervadeva tutti. Niente è stato risparmiato: Milano, la moda. Pazzesco. Tu immagina questi ragazzotti che arrivavano dalla provincia, dove vivevano con mamma e papà in due stanze con tinello e, da un giorno all’altro, si trovavano con tutti gli occhi addosso al Ritz di Parigi, per fare un esempio. Non capivano più niente. Non c’era informazione, non c’erano freni. Una festa continua che si è trasformata in un’ecatombe.  Qualche storia che ti ha particolarmente toccato?
Mi ricordo un truccatore che lavorava con me, Giuseppe Ciulla. Un ragazzo tranquillo, che poteva venire a Milano e fare il metalmeccanico e sposarsi una moglie normale e grassottella, se fosse arrivato in un altro periodo. Certo, con tutte le incertezze sulla sua identità, che in fondo abbiamo un po’ tutti. E invece è stato proiettato in questo mondo e non ha capito più niente. Un ragazzo capace, entusiasta, carino, incerto. E avevi voglia a dirgli: “Giuseppe, stai attento.” L’ho visto cambiare in modo allucinante, da un giorno all’altro. E in tre anni è morto. Tristissimo.  Senti, mi colpisce, guardando il tuo percorso, la tua propensione ad essere freelance. Anche da Vogue, se non sbaglio, sei rimasta poco in redazione. 
Da Vogue sono rimasta tre anni. Poi, anche lì, ho deciso di uscire e di fare la collaboratrice esterna. Ho sempre stimato molto Franca (Sozzani, ndr) e mi conosco, avrei finito per litigarci. E invece così mantengo ottimi rapporti. Sai che c’è? Io non sono un animale da redazione, ho uno stile di vita indipendente. Non che non sia una guerriera, ma preferisco combattere per questioni esistenziali. Ed è una scelta di cui sono contenta. Ho bisogno della diversificazione, di fare più cose e di avere più interlocutori. Poi è logico, non l’hanno mai fatto, ma se mi chiamassero a fare un giornale tutto mio, con una squadra scelta da me, allora mi divertirebbe molto. Ma mi hanno sempre proposto posti in giornali già fatti e formati e, francamente, non esiste un giornale in cui mi riconosco.  Capisco. Tu sei l’unica ad avere scritto una biografia su Armani. Che esperienza è stata?
Bella. Al di là del fatto che fosse Armani, è stata una bellissima esperienza scrivere una biografia. Perché più capisci le ragioni di una persona, più ti innamori del personaggio. Per questo mi auguro di non dover mai scrivere la biografia, che ne so, di un gerarca nazista… Ma lui approvava il progetto o no?
All’inizio no, assolutamente. E infatti tutti, conoscendo la sua fama di uomo duro e riservato, mi dicevano: “Non hai paura?” Io, nella mia incoscienza, ero tranquilla. Tant’è che, quando lui si è accorto che il lavoro proseguiva comunque, mi ha aperto i suoi archivi fotografici e scritti. E lì è stato un bellissimo lavoro di ricerca. E infatti, alla fine, mi ha fatto molti complimenti. E fatti da lui… Si, non è male. E che idea ti sei fatta di Armani scrivendone la vita?
Come ti dicevo, studiandolo così tanto e parlando con tutti i protagonisti della sua storia, sono riuscita a capire le ragioni di molti suoi gesti. C’è un episodio indicativo. Quando è morto il suo socio e compagno di vita, Sergio Galeotti, l’unico quotidiano a scrivere che era morto di AIDS è stato Il Messaggero. Al quale Armani immediatamente tolse la pubblicità. Ci furono polemiche a non finire e io, scrivendo il libro, sono riuscita a leggere, dietro a quel gesto, un estremo atto di amore e di difesa della dignità più che un dispetto di marketing. Questo per dirti che ho fatto un lavoro molto importante, anche su me stessa.  La cosa secondo me più interessante del libro, è che sei riuscita a inquadrare un periodo storico attraverso uno dei suoi protagonisti. Passa quella sensazione che tutto, in un certo senso, era possibile. Uno lo legge e dice: “Wow, ma allora Armani non è sempre stato Armani.” E capisce come lo è diventato.
Sì, sono gli aspetti di cui sono più soddisfatta. Pensa all’episodio della copertina del Time. Un redattore americano scopre per caso i suoi vestiti, decide di venire a Milano a intervistarlo, il direttore si innamora della storia e gli da la copertina. Del Time. E così il mito di Armani va oltreoceano. E quindi alla domanda, come nasce oggi un nuovo Armani, come rispondi?
Semplice, non nasce.