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Ho provato a spiegarmi il mio amore per Cesare Cremonini

L'amore, la vita e tutti gli altri paradossi del cantante bolognese alla luce del suo nuovo singolo.

di Tommaso Naccari
10 novembre 2017, 10:47am

Qualche giorno fa è uscito “Poetica”, l’ultimo singolo di Cesare Cremonini che anticipa Possibili Scenari, il Benedict Album, come lo ha definito lo stesso cantante sui social, che in parole povere vuol dire: l’album della consacrazione. La figura di Cesare Cremonini è abbastanza strana, nel senso che per chi come me è nato negli anni 90 è una presenza costante nella propria vita, volenti o nolenti, eppure nessuno saprebbe definirlo o dargli la giusta posizione in una scala gerarchica della musica italiana. Lui, per tutta risposta, in silenzio, quest’anno farà un tour degli stadi.

Volevo intitolare questo articolo "Cesare Cremonini sa cos'è l'amore", una sorta di citazione a un altro pezzo pubblicato su queste pagine, un pezzo sui Club Dogo. Il motivo è molto semplice: sono stupidamente innamorato del concetto di amore, e il momento in cui in cuor mio ho forse definitivamente capito la grandezza—almeno a livello soggettivo—di Cesare Cremonini è stato quest’estate quando, sdraiati su una spiaggia, la ragazza con cui ero, dopo mesi di conoscenza in cui l’unico scambio musicale era stato il rap, da un concerto della Dark Polo Gang commentato su una chat a uno di Coez in un festival in cui poi insieme avevamo visto Carl Brave e Franco126 e Maruego, decise di far partire una di quelle playlist di Spotify dal titolo “This is: Cesare Cremonini” (che ora non ritrovo, quindi potrebbe semplicemente essere lo shuffle dalla pagina artista) premettendo un “tanto non ti piacerà”.

Qualche mese prima in una bancarella nei vicoli di Genova avevo trovato una cassetta di ...Squérez? a 1,90€ e avevo riscoperto questa fissa per un cantante che, come dicevo, ho sempre ritenuto molto importante senza mai saperlo collocare precisamente né nei miei gusti né nella scena in generale. Eppure quella mezz’ora al sole ad ascoltare qualsiasi cosa da “Logico #1” a “Maggese”, passando per altre decine di brani, mi ha fatto capire che, come tutto ciò che è estremamente normale, Cremonini era lì, c’era sempre stato e aveva sempre saputo trovare le parole giuste per descrivere questa o quell’altra situazione, senza arrogarsi il merito di farlo. E alla fine sì, nonostante Darkside, la "Cioccolata" di Maru e altri mille brani che poco c’entravano con quelli in cuffia in quel momento, alla fine ascoltare Cremonini steso al sole mi è piaciuto.

Vengo appunto da tutto il discorso del rap (come ascoltatore, si intende), per cui “umiltà” è un termine che odio e che non credo si addica molto a Cremonini, ma qualcosa di molto vicino a questo concetto è il motivo per cui in qualche modo abbiamo sempre dato importanza a Cesare, senza mai dargli davvero tutta l’importanza che meritava, per nessuna ragione precisa. Solo per il semplice motivo che sapevamo che—nel momento in cui ne avremmo avuto bisogno—lui ci sarebbe sempre stato.

Per chiudere il cerchio citazionista, Gué Pequeno in uno dei suoi brani più potenti da solista—“Dichiarazione”—sputa: “Odio i cantanti italiani, sempre innamorati, una tipa li ha sempre lasciati”. La grandezza (ripeto, per l’ultima volta, sempre soggettiva) di Cremonini è che, come fosse il gatto del paradosso di Schrödinger, riesce contemporaneamente a essere “il cantante italiano”, senza esserlo. Riesce a essere sempre innamorato, sempre lasciato, sempre a parlare di amore, senza farlo deliberatamente. E ancora una volta si spiega perché Cremonini sappia cos’è l’amore: perché ne parla, lo affronta, ma senza affrontarlo. Un po’ come Neffa quando parlava della sua signorina, ma in realtà parlava di altro. “Poetica” è solo l’ultimo degli esempi, dove “sei bellissima”, alla fine, non è una donna, ma la vita. Che poi all’interno della vita ci sia anche una donna bellissima, l’amore e tutto il resto, quello è solo conseguenza.

Amore amaro

La facciata di Cremonini è sempre irrimediabilmente positiva. In ogni scatto, in ogni aspetto, il simbolo che lo rappresenta potrebbe benissimo essere un sorriso. Cesare Cremonini pare sempre metterti un braccio intorno alle spalle, dirti che andrà tutto bene. Poi, sullo sfondo, c’è uno di quei tramonti tanto spettacolari quanto portatori di qualcosa di funesto che nei giorni scorsi hanno inondato la vostra timeline di Instagram.

A dimostrazione di questo c’è il primo album con cui mi sono consapevolmente affacciato a Cesare Cremonini, considerando che—per quanto mi abbia cresciuto—all’uscita di ...Squérez? avevo si e no 5 anni. Si intitola Bagus, che letteralmente significa “qualcosa di positivo”. All’interno di questo disco c’è forse il brano che meglio rappresenta e riassume il rapporto amore-Cesare visto dall’esterno (o meglio dai miei occhi). In “Latin Lover” il cantante apre con il ritornello, che fa:

Fidati di me, non sono un Latin Lover
Canto alle donne ma, parlo di me
Rido perché tu mi chiami "Latin Lover"
Io sono un amante ma, senza una donna con sé


Questa quartina è una sorta di summa, è il motivo per cui nasce questo articolo: “canto alle donne, ma parlo di me” è il banale “essere innamorati dell’amore”, rafforzato con "io sono un amante ma", con quel finale amaro della privazione di una donna. E nonostante il parlare di sé, in chiusura Cremonini canta:

Fidati di me, un Latin Lover
Non canta l'amore: lo vuole per sé
Ecco perché non sono un Latin Lover
Io canto l'amore si, ma solo per donarlo a te

L’essere innamorato dell’amore fa sì che si faccia di tutto per donarlo al prossimo, aka cantarlo e che ci sia una “te” a cui donarlo, nonostante l’assenza di una donna in apertura. E anche qui, c’è il contrasto tra positivo (Latin Lover ha un’accezione prettamente positiva, se non altro per chi è definito così) e l’amaro, che è il succo del testo.

L’exploit di questo contrasto è in un disco del 2012, “La teoria dei colori” (e per quanto scontato anche i colori rimandano subito a un immaginario positivo, felice—costante che viene ripresa anche in questo “Benedict Album”, promosso con l’immagine dell’arcobaleno). “Ecco l’amore cos’è” potrebbe essere, dal titolo, il manifesto dell’amore per Cesare Cremonini, considerando la condizione necessaria e sufficiente perché questo manifesto sia valido: per quanto idealizzato, ogni emozione cambia, è mutevole.

Chi resta a galla è perché ha fatto
Il morto, ecco l'amore che cos'è!

Il contrasto tra l’amore e il morto, ma anche solo il “restare a galla”, continua a rimandare a quell’immaginario un po’ da Tao dell’amore e della merda che lo circonda. E nonostante questo, il continuare a cantarne, è sinonimo dell’amore per l’amore. Non solo perché — venalmente — l’amore vende.

Ma ciò che racchiude al meglio la poetica di Cremonini è probabilmente:

Come una nota che diventa accordo
Poi le note sono tre…


Dove l’accordo è l’idillio, ma l’idillio è a tre. Anche nel dipingere immaginari sempre amari, in poche parole, Cremonini è forse più unico che raro.

Brevitas

“Dicono di me” è forse il brano che meglio evidenzia questa capacità e il motivo per cui sono così legato a Cremonini. D’altronde è un’analisi (molto) personale. La sua forza del cantante, infatti, sta proprio in qualche immagine, così violenta ma al contempo così “romantica”, nell’accezione già vista dell’amore, che ben ci fa capire il motivo per cui Cremonini, dopo tutti questi anni, senza incredibili picchi, ma con una costanza invidiabile al miglior gregario di una squadra di ciclisti che poi finisce incredibilmente in maglia rosa, è sempre stato lì.

In “Dicono di me” l’amore diventa uno strumento, da avere solo per darlo a lei. Ma soprattutto il modo in cui Cremonini esalta “lei” (“che ha un nome di un fiore”) e fa sì che si denigri l’io dall’esterno (“dicono di me che sono una stupida frase da dire davanti a un caffé”). In generale, per questo rapporto con l’amore, Cremonini in tutte le sue canzoni (o quasi) diventa un “pagliaccio”, un “serpente con ali da diavolo”, nonostante “il cuore da re”, un “buffone”, perché mette su piazza una cosa così privata, come lo strumento da donare a Lei, che non è sempre la stessa Lei.

L’attesa del suo Benedict Album è grande—almeno in me—proprio perché nei giorni immediatamente precedenti all’annuncio del nuovo lavoro, il nostro ha condiviso sui social una versione “unplugged” di “Marmellata #25”, quasi a indicare che ciò che aveva scritto 12 anni fa lo sta rivivendo ora, con la maturità di un (quasi) quarantenne, in una ciclicità tanto costante quanto infame.

Anche qui l’amore diventa un peso (“Ora vivo da solo in questa casa buia e desolata, il tempo che davo all'amore lo tengo solo per me”), quasi un impegno, raddolcito dal ritrovamento della marmellata nascosta. Il tutto però si risolve in versi come quelli di “Poetica”, in cui nonostante l’amaro:

Anche quando poi saremo stanchi
Troveremo il modo per navigare nel buio
Che tanto è facile abbandonarsi alle onde
Che si infrangono su di noi


Perché, anche quando ti rivolgi alla vita, se sai cos’è l’amore, sai che tra vita e amore c’è poca differenza e che alla fine ti tocca stare a galla.

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