Il Crookers mixtape spiegato ai bambini
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Il Crookers mixtape spiegato ai bambini

Che cosa può provare un ragazzino che non era neanche nato ai tempi del primo tape dei Crookers ascoltando Ernia e Laioung cantare insieme alla CdB e a Dargen sui beat di Phra? Ne abbiamo parlato con lui.
26 febbraio 2018, 2:10pm

Mi è arrivato tardi alle orecchie, il primo mixtape dei Crookers. Avevo smesso di essere metallaro più o meno a 17 anni, e il mio percorso di esplorazione musicale mi portò pian piano a concepire l'idea che sarei anche potuto andare alle feste d'istituto del mio liceo invece di restare a bere le birre al pub con la mia compagnia come avevo fatto per molti fine settimana della mia adolescenza. Era più o meno il 2009 quando ci andai per la prima volta, e in una delle due sale del club di provincia in cui mi trovavo metteva i pezzi un ragazzo della mia età in fissa con la blog house. Tra un Steve Aoki e un Bloody Beetroots, una hit di Mr. Oizo e una dei Justice, il nostro amico sparava delle bordate di distorsione che mi facevano impazzire. Erano i pezzi dell'E.P.istola dei Crookers, il cui remix di "Day N Nite" di Kid Cudi, nel frattempo, faceva fare le danze a quelli che stavano nell'altra stanza a cercare di limonarsi con "Infinity 2008" in sottofondo.

Oltre ai rumori e alle slogature ritmiche, la blog house mi conquistò anche perché si sovrapponeva in parte al nu rave e alle declinazioni più sintetiche e pop della materia indie britannica. Mi sembrava qualcosa di trasversale, capace di unire gli zarretti di provincia ai pionieri dei Cheap Monday col risvoltino. Quando un amico mi fece ascoltare il Crookers Mixtape, ne ebbi la conferma. "Questa è la merda party del 2100", cominciava la intro, che dichiarava orgogliosa la concezione cazzona e diagonale del progetto: "Cantiamo rap con i suoni da deep house", diceva quel pezzo, ed essendo una persona che aveva cominciato ad ascoltare rap proprio grazie al primo Kid Cudi mi sembrava la cosa più ok che potessi concepire. A confermare il mio discorso sull'indie c'erano gli Amari, che avevano ribaltato la mia sentimentalità adolescenziale con Scimmie d'amore, e assieme ai Crookers cantavano di una "vita sotto la tastiera" tra MSN tutto il giorno e le pose sparate per trovare fidanzate. Insomma, quel Mixtape era un mischione di tre cose molto ok che mi accompagnò per un bel tratto della mia crescita musicale.

Quando ho sentito che Crookers ne avrebbe buttato fuori un altro, di mixtape, il primo pensiero è andato ai bambini. Perché con i trent'anni che si avvicinano posso ragionevolmente smettere di considerarmi un giovane giovane, e pensare che una nuova generazione di ragazzini e ragazzine avrebbe sentito il nome "Crookers" affiancato al rap italiano mi ha fatto impazzire. Questo C_rookers Mixtape: Quello dopo, quello prima_ sarebbe stato lanciato addosso a un pubblico rap dai riferimenti culturali e sociali completamente diversi da quello che sperimentò l'originale. Perché ok che ci sono Ernia, Laioung e Rocco Hunt, su questo nuovo tape - ma le loro barre stanno in mezzo a intermezzi gloriosamente cazzoni (i migliori, "Short Pfff Man" e "Creppers"), MC un tempo pischelli e ora diventati grandi, e una generale assenza di serietà che tanto manca alla scena italiana contemporanea. Quando Phra è venuto in redazione a parlarmi del tape, dopo avermi offerto un'ottima cena dal cinese, ho quindi voluto parlargli un pochetto di quello che è cambiato in tutto questo tempo dentro alla sua testa, in quella di chi lo ascolta e nel rap italiano tutto.

Noisey: Facciamo un minimo di storiografia del primo tape?
Crookers: La carriera di Crookers è iniziata da lì. Era tutto nuovo per me, o per noi, ai tempi. Vedevamo che c’erano tutte queste persone che ne parlavano, e con l’internet che c’era nel 2005 era una gran cosa…

Ecco, hai toccato subito un punto fondamentale, internet. Quel tape uscì in CD, allegato a una rivista, quando ancora YouTube praticamente non esisteva. Com'è che se ne cominciò a parlare a livello di scena?
La gente se lo doppiava! Erano altri tempi. Ai tempi noi Crookers YouTube non lo usavamo. Poi conta che io non sono mai stato un grande campione dei social, la pagina Facebook è rimasta ferma un anno e mezzo con scritto “ciao”, ha! Comunque, già ai tempi c’era stato un po’ di hating da parte di chi faceva rap rap, perché quello non era rap rap.

Era rap con i suoni da deep house, appunto. Ma com'è che avevi conosciuto i ragazzi che comparivano sul primo tape? La Cricca dei Balordi, Dargen D'Amico, Ghemon...
Quando avevo tredici anni andavo da Omegna, che è un posticino vicino a Verbania, a Laveno. Mi facevo tipo 35 minuti di pullman e poi un traghetto da 25 minuti per passare il Lago Maggiore. Lì stava un produttore rap, FT3, e mi trovavo da lui con altra gente a rappare. Ci chiamavamo Lacustre Clan. Eravamo dei babbioni vestiti di giallo con i pantaloni militari e ci siamo fatti voler bene da tutti, ed è lì che ho conosciuto praticamente chiunque. Rido e Supa erano di Stresa, un paese vicino al mio, e li avevo beccati a una radio locale da cui parlava un DJ pazzoide che chiamava tutti quello che facevano rap della zona. Io ero un ragazzino, e per me all'epoca loro erano già quelli arrivati. Io stavo solo imparando a fare i beat e cercavo di scrivere qualche cosa.

Poi però ti sei spostato a Milano, giusto?
Certo, i featuring erano tutti di gente che conoscevo da anni. Mi ero trasferito a Milano e stavo in via Vigevano. Ero vicino allo studio dove registrava Dargen, dove mi avevano lasciato appoggiare la mia roba. E il tape per metà l’ho fatto lì, per metà in una casa isolato in montagna a San Domenico di Varzo, vicino alla Svizzera, dove i miei hanno una camera.

Ma qual era il clima culturale che si respirava a Milano in quegli anni?
Tanto divertimento. Dove andavo andavo beccavo gente che ascoltava diversa musica, ci beccavamo più o meno tutti negli stessi posti, ascoltavamo cose diverse ma avevamo tutti voglia di fare cazzate. La più grossa differenza tra il primo e il secondo tape è che stavolta ci sono stati in mezzo alle palle i manager della gente.

Non era una trafila che avevi già fatto per Tons of Friends? Eri ancora nella fase di sbronza post-"Day N Nite" e ti eri trovato a far pezzi con Pitbull, Cudi, i Major Lazer, i Soulwax...
Ti dico la verità, adesso questa roba qua rimarrà nella storia: mi sa che c’è stato meno sbattimento di management su Tons of Friends che su questo tape! La figata è che a un certo punto diventa una commedia, una pantomima. Devi far vedere che ce l’hai questo manager. Lo paghi! Come la commercialista, che quando ti chiama deve comunque rincoglionirti.

Invece per il primo tape venne fuori in modo molto naturale, immagino. Senza manager o scazzi organizzativi particolari.
Parlare del primo tape mi fa stranissimo perché non mi ricordo tutto nei particolari. Mi ricordo com’è successo ma in mezzo ci sono stati dieci anni di serate, produzioni, robe. L'atteggiamento del primo era, “Sai cosa? Vaffanculo. Stiamo facendo l’house in una certa maniera, a ogni porta a cui bussiamo a Milano ci dicono no. Vediamo se facendo questa cosa qua matta, che è quello che poi in realtà abbiamo voglia di fare, succede qualcosa. Se ci arrivava una scarpata in faccia va bene uguale, ma almeno succede qualcosa”. Questo fece venire fuori tanti hater, che erano i talebani del rap italiano. Che poi non c’è nulla di male nell’essere talebano di un genere, perché vuol dire che ti piace tanto e hai tanta passione. In quegli anni là, però, il pensiero era “Guarda questi, fanno fare il rap sopra a una base che sembra una canzone da discoteca, degli zarri, ma sei fuori?”

E quand’è che tu hai smesso di essere un talebano del rap italiano?
Tu non lo puoi sapere perché sei giovane, ma se fossi stato uno che veniva alle jam dal 94 al 98 ti assicuro che ero un bel talebano del rap. Nello specifico, ero talebano del rullante: i pezzi dovevano avere determinati rullanti sennò io non li ascoltavo e dicevo che mi facevano schifo. Poi è tutto cambiato quando ho comprato una Golf GL color verde bottiglia di quarta mano, quella da spacciatore, col vetro grosso dietro. Aveva un pianale con le [casse] JBL, e quella è stata la prima volta nella mia vita che ho ascoltato la musica un pochettino meglio. Così ho cominciato a caso ad appassionarmi alla bossa nova. Poi sono passato a Nicola Conte, che in quegli anni stava facendo quasi un salto verso il mainstream, e all'elettronica stramba e alla house più nera che c'era. E ho detto "Cavolo, perché riesco a sentire un filo comune tra il rap e questa cosa?"

Perché c'era davvero, quel collegamento, tra house music e hip-hop.
Certo! Ma sai, vivendo a Rovigna, non leggendo riviste, senza internet, me lo sono capito da solo. E ho voluto mettere insieme due cose che mi piacevano per capire cosa sarebbe successo. Poi lì avevo capito la differenza tra il suonare bene il suonare male. Tra la musica che suona bene e quella che suona male. O meno bene.

Che cosa intendi per "musica che suona male"?
Tanta musica che ascoltavo in quegli anni era prodotta in malo modo, o comunque rudimentale. Erano bei pezzi, ma suonavano male. Quando ho iniziato ascoltare la musica elettronica, che ha sempre avuto una cura pazzesca del sound design, del mix, ho detto “Cazzarola ‘sta roba suona bene”. Da allora il mio problema è diventato far suonare bene la roba con quello che avevo io, cioè niente.

C'entra qualcosa, con questa paranoia del "suonare bene", la tua passione per la distorsione e le sporche? Sono comunque elementi che hanno accompagnato almeno una buona parte dell'inizio della tua carriera.
Certo, perché mi ascoltavo tanti vinili quando ero ragazzino, e i vinili sono sporchi. Le sporche fanno da collante, sono un layer che ti tiene tutto assieme, e secondo me danno più palle a quello che fai.

Tornando al discorso ragazzini, trovo figo e interessante il fatto che così tanti si siano appassionati alle sonorità delle produzioni distorte da SoundCloud. Cioè, "Look At Me!" di XXXTentacion ha, a livello di suono, una sensibilità che posso rivedere in quello che facevi tu un tempo.
Quella roba lì è interessante per dieci minuti. Alla settima che ascolti dici “che palle, tutte uguali”. Funziona, quel marciume, unito all'attitudine del tipo che la canta. Bisogna farci l’amore per poco, con quelle robe, perché poi è come il cane di Aldo, Giovani e Giacomo: lo vedi, passa, muore, ti ci eri affezionato. Invece è molto importante, come diceva Dargen, mantenere un buon rapporto con i peli del proprio corpo. Te li tieni tutta la vita, e a loro ti puoi affezionare. Comunque sono ancora tanto legato al fatto di far suonare le robe in maniera stramba. Però bene.

Un elemento fondamentale del rap con cui sei cresciuto e di quello che fai e facevi è la cazzonaggine, il gusto per la battuta e per lo skit. Questo, oggi, è invece sempre più raro. Come mai, secondo te?
Penso che nell’ambito rap ci si prenda molto sul serio perché fa super macho. Il rapper è un personaggio che deve far la foto con la Bentley e i denti d’oro, far vedere che si fa tanti soldi, si scopa tutte le fighe e si fa tutta la roba del mondo. Così diventa un idolo. Tipo, Fabrizio Corona poteva essere un mega rapper. Avrebbe spaccato tutto, se solo avesse continuato a farlo. E poi è stato in galera. Credibility tipo a cannone! Invece, se cerchi di far ridere il rapper standard quello pensa che sia una presa per il culo. È un problema che ha anche il mondo del pop, quando sfoci nella risata rischi di essere preso per un coglione. Guarda Elio e le Storie Tese: c'è chi li ascolta e ride, e chi non li capisce. Già ti stai esprimendo in musica, ed è un problema, se poi cerchi di arrivare in maniera un po’ cinica, intelligente e non vieni capito sei fottuto.

Una delle persone che più riescono a far convivere queste due anime, in Italia, è Guè Pequeno.
Infatti Cosimo è uno di quelli che si presta a fare queste robe. È megaserio, sa tirare fuori anche l’altro elemento. Per me Cosimo è una persona super intelligente, e secondo me uno dei rapper migliori in Italia. Ci sono sempre rapper nuovi che piacciono alla gente, e però lui è sempre lì. Spaccava prima, spacca adesso e spaccherà sempre.

Un rapper che mi ha sorpreso, sul tape, è Ernia. Sentirlo su un beat così frenetico è stato stranissimo, ma davvero figo. Lui l'elemeno cazzone ce l'aveva nei Troupe d'Elite, anche se era involontario.
La cosa assurda era che era veramente difficile fare una roba lì sopra. Ho passato un po’ di tempo in studio con lui e mi sono reso conto che ha una bella ottica, ascolta e conosce tanta roba e si è messo tanto in gioco facendo il pezzo su un beat del genere. Sarebbe stato molto più semplice dirmi “Non ce la faccio”, o “Non è la mia roba, mandamene un altro”. Io di beat ne ho due milioni. Gli ho mandato solo quello, dicendogli che mancava una roba totalmente matta, rave, stramba. Pensa che quel beat l’avevo mandato a CASisDEAD. Un tipo che fa grime, abbastanza figo.

È che sentire oggi il rap con i suoni da deep house fa super strano. Perché dopo una serie di hit che univano rap e zarrate varie - in cui metto, tipo, "La cassa spinge" e "Festa Festa" - semplicemente non ce ne sono state altre. E non saprei bene come definire quel tipo di pezzi...
Nel Novanta si chiamava hip-house, quella roba. “La cassa spinge” per me è un’altra roba, secondo me. Una canzone bmore, però minimal. Ma mega grossa! Con delle voci belle ghetto.

Precisa, come descrizione!
L’ho fatta! Se non lo so io! Ha!

La mia impressione, comunque, è che quel modo di fare rap e metterlo assieme all'elettronica non abbia lasciato davvero il segno, almeno in Italia. Dargen e i Two Fingerz hanno continuato a fare quelle robe, ma pochi o nessuno hanno continuato quello che avevate cominciato.
Bisogna sempre aspettare che qualcun altro le consolidi, queste cose. Vince Staples è uno che fa pezzi che potrebbero essere “La cassa spinge”. Ecco, bastano quattro Staples e la cosa viene fuori! Ma ci sono problemi di natura diversa che impediscono che questo succeda. Pensa che nel 2008 ho parlato con uno dei talent scout di Interscope, uno di quelli alti alti, e gli avevo fatto sentire delle cose che suonavano all’incirca come “La cassa spinge”. Lui mi disse, “Vedi, questa roba qua potrebbe essere molto pop ma c’è un problema. Essendo fatta per il club, ha la batteria che non si sente dalle casse del portatile” Pensa a certi punti della musica che cosa ti dicono, e con che cosa fai la guerra.

Assurdo.
Secondo me quella roba potrebbe diventare pop, ma ci sono svariate sfaccettature. Se la vuoi fare credibile devi farla super ghetto. Ma se la fai super ghetto non può diventare pop. Si autodistruggerebbe, diventando pop pop pop. Quando la pulisci tanto, mantenendola sempre ghetto, la faresti più nera. Inizi a metterci l’accordino jazz e sei fregato! Hai detto jazz e la figa scappa. È problematica, la roba. Ma io rimango convinto del concetto che sia possibile farlo. E allora cosa fai? Fai la stupidera. Fai “La cassa spinge”, che è un po’ stupidera, un po’ intelligente, e suona molto molto molto grossa e molto bene, e un sacco di gente ti dice “Vabbè, ma sono capace anch’io di farla una cosa così”. Perché alla fine è una cassa e un suonino. E resta la solita sfida del rap: “Tu falla, uguale però”.

E perché nessuno ha rifatto un'altra "Festa festa"? Neanche voi stessi?
Perché giravamo come delle trottole e abbiamo scelto di fare un album completamente senza voci. E quindi cosa lo facevamo a fare? Ogni anno volevamo fare robe diverse, rincorrere progetti. Che è una cosa da cazzoni, perché il personaggio noto che fa la trap, per esempio, fa solo quello. Sarebbe una sfida troppo grossa per lui cambiare e fare un pezzo completamente diverso. Andrebbe contro i suoi follower. E succede veramente un disastro quando uno dei tuoi duecento, trecentomila fan comincia a dire "Che schifo". Se parte il domino è finita.

Forse dovevo chiedertelo prima, ma c'è un collegamento tra il nuovo mixtape e "No Tony", il pezzo di Mr. Oizo su cui rappi?
Assolutamente. Mr. Oizo l'ho conosciuto bene a Los Angeles. Avevo fatto un progetto con lui in cui prendevo i suoi pezzi e li trasformavo in robe che funzionassero meglio nel club, e quando lui decise di fare l'album mi disse che mi voleva come collaborazione. Quando mi ha mandato il pezzo, si aspettava che facessi la produzione. E invece no. Ho detto "Come la vedrebbe se gli faccio sopra il rap? Secondo me è talmente sbagliato che diventa una figata". E infatti è diventato uno dei pezzi che ha fatto più parlare di quel cappero di album, nonostante ci fosse dentro Skrillex. Il più grosso ghignone, quelli dell'industria musicale, se lo sono fatti con il rap in italiano di quello là che fa il produttore. A quel punto la gente che ho attorno ha iniziato a dirmi, "Ah, ci stai facendo lo spoiler del fatto che stai lavorando al mixtape nuovo, la tua voce non la sentivamo da mò. Non puoi fare così! Dai fallo, dai fallo". Io dicevo che non avevo voglia, che mi faceva venire l'ansia, che scrivere mi faceva stare male. Poi a furia di batti, batti, batti anche Naomi Campbell ti dà la bernarda.

Dai, ti ho chiesto tutto. Ora son curioso di vedere come la gente prenderà il tape, ma soprattutto come lo prenderanno i ragazzini.
Speriamo che la prendano! C'è un discorso da fare: il ragazzino, se non sei sui social e lui ti segue, non ti vede. A differenza di tanti anni fa in cui la gente faceva una ricerca, di quello che gli piaceva, adesso tu il cazzo glielo devi fare annusare per farglielo vedere. Devi buttarglielo proprio in faccia. Devi essere uno che gli fa vedere un sacco di roba sui social, e io non sono uno di quelli. Non ho tanti ragazzini che mi seguono, ma stanno aumentando. Prima ero in Centrale ed è arrivato un ragazzo di 21 anni...

Ok, ma pensa a quelli ancora più piccoli. Pensa ai sedicenni, ai quindicenni, ai quattordicenni. E ce ne sono tanti che potenzialmente potrebbero ascoltare il tape.
Dici che ci arriveremo lì?

Eh, è questo che ti voglio chiedere!
Secondo me sì. È logico che non sappiano chi sono, sarebbe impossibile. Però se gli fai sentire "Day N Night" potrebbero arrivarci. L'hanno sentita sicuramente a Foot Locker, almeno una volta.

Crookers suonerà ai Magazzini Generali di Milano il prossimo 30 marzo assieme a Dargen D'Amico e agli Ackeejuice Rockers.

Elia è su Instagram: @lvslei

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