L’esordio di Jay Electronica è il disco rap più misterioso dell’anno

Le vere leggende sono quelle che restano nascoste e indecifrabili—e Jay Electronica, protetto di JAY-Z, è finalmente arrivato al suo esordio a 43 anni d'età.
19 marzo 2020, 9:14am
jay electronica
Jay Electronica, fotografia promozionale

Sono giorni difficili. Il coronavirus ci ha scaraventati in una situazione senza precedenti per la maggior parte di noi e ha messo in pausa le nostre vite, le nostre interazioni, i nostri obblighi quotidiani e soprattutto le nostre uscite. Il rovescio della medaglia è che in tanti stanno cercando di liberare la mente da questa psicosi, occupando il ritrovato tempo libero in modo creativo e con la compagnia di libri, film, serie TV e dischi, che fino ad ora erano relegati alle liste d’attesa.

Per questo motivo, l’arrivo insperato di un album epocale come A Written Testimony di Jay Electronica assume un valore doppiamente significativo. Per capire a che punto questa uscita sia un evento unico basta cercare su Google la discografia del rapper di New Orleans: da tempo una delle punte di diamante della Roc Nation di Jay-Z e considerato da tutti come una leggenda vivente del rap, Elpadaro F. Electronica Allah—questo il nome adottato dall’artista dopo la sua conversione all’Islam—in più di 13 anni di carriera non aveva mai pubblicato un disco ufficiale e ha deciso di farlo ora, all’età di 43 anni.

In più di 13 anni di carriera Jay Electronica non aveva mai pubblicato un disco ufficiale e ha deciso di farlo ora, all’età di 43 anni.

Giustamente vi chiederete come ha fatto un rapper che in oltre un decennio ha limitato le sue apparizioni ad una manciata di singoli e di featuring a costruirsi una reputazione così solida. La risposta veloce è il suo singolo del 2009: “Exhibit C”. Questo brano, definito da NME “l’esempio di conscious rap più riuscito del millennio—forse di sempre”, ha immediatamente garantito all’artista statunitense un enorme successo, un’attenzione mediatica piuttosto larga e soprattutto il contratto con la casa discografica di Jay-Z.

In “Exhibit C”, Jay Electronica raccontava come è passato dal disagio dei bassifondi di New Orleans (“non ci credevo allora, n***o ero un senzatetto / combattendo, giocando a dadi, fumando erba agli angoli”) ad una star internazionale (“Nas mi ha cercato al telefono, ha detto ‘cosa stai aspettando?’ / Tip mi ha mandato un tweet, ha detto ‘cosa stai aspettando?’ / Diddy mi manda un messaggio puntuale ogni ora, dicendo ‘quando dropperai quella strofa? N***o ci stai mettendo molto’”) e lo fa come se stesse prevedendo il suo futuro, alternando attacchi arroganti ai colleghi (“mangiando rapper scarsi vivi, cagando collane”) e motivando la sua svolta con una chiamata divina (“avevo le vertigini, sentivo un leggero rumore / la voce di un angelo che che mi diceva il mio nome / che mi diceva che un giorno sarei stato un grande uomo”).

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La copertina di A Written Testimony di Jay Electronica, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify

Prima di “Exhibit C”, e del suo singolo cugino “Exhibit A”, Jay Electronica aveva pubblicato solamente un mixtape di cinque brani, Act I: Eternal Sunshine (The Pledge), con la benedizione della sua compagna di allora, nonché madre di sua figlia, Erykah Badu. Ascoltando questi primi lavori si capisce facilmente la loro portata pionieristica nell’ambito del rap più intellettualmente impegnato. Tra spoken word, riferimenti religiosi e politici, è naturale chiedersi se ad esempio un disco come DAMN. di Kendrick Lamar esisterebbe senza gli insegnamenti di Jay Electronica.

L’unica traccia in cui i due rapper si sono incontrati è “Control” di Big Sean, ma negli anni il rapporto tra i due non è stato dei migliori: nel suo brano “#TBE The Curse of Mayweather”, Jay ha addirittura dissato K-Dot con frasi tipo “come puoi paragonare il re ad uno gnomo?”, per poi scusarsi tempo dopo. In compenso, le comparsate dell’artista sui dischi di altri big della scena non sono mai mancate, e potete trovate le sue strofe in brani come “Suplexes inside of Complexes and Duplexes” di Mac Miller, “How Great” di Chance The Rapper e “The Day” di Curren$y insieme a Mos Def.

“Un album è qualcosa che è stato creato dalle aziende come prodotto per fare soldi”.

Durante la sua carriera Jay Electronica ha annunciato in diverse occasioni l’uscita degli atti II e III del suo mixtape, presentando collaborazioni con Nas, Kanye West e Charlotte Gainsbourg; ma in tutte le occasioni ne ha rimandato l’uscita per poi dichiarare che “un album è qualcosa che è stato creato dalle aziende come prodotto per fare soldi”. È quindi comprensibile il poco credito ricevuto dal rapper quando ha scritto su Twitter di aver scritto un album in 40 giorni e 40 notti a partire dal 26 dicembre e che sarebbe stato pubblicato 40 giorni dopo.

E invece le promesse sono state per la prima volta mantenute. Ad eccezione di “Shiny Suit Theory”, uscita nel 2010, A Written Testimony, è un disco di inediti prodotti in gran parte dallo stesso rapper e in cui Jay-Z (chissà quando ci ricapiterà di ascoltare così tante sue strofe tutte in una volta) compare in otto tracce su dieci.

Oltre ai compagni di lunga data Hov e The-Dream, le collaborazioni presenti sul disco sono poche ma decisamente mirate. Tra tutte spicca la presenza di Travis Scott in “The Blinding”: La Flame si limita a ripetere il suo brevissimo ritornello, ma porta con sé un cambio di beat e l’uso pesante dell’autotune, elementi che permettono a Jay Electronica di uscire dalla sua comfort zone con gran naturalezza. In “Universal Soldier” si concede invece il lusso di relegare James Blake a fare i coretti per l’outro del brano.

Per quanto riguarda le strumentali, producer di spessore come The Alchemist, Swizz Beatz, No-ID e AraabMuzik, vengono totalmente offuscati dai beat firmati dallo stesso Jay con la sua pregiatissima scelta di sample: dai vocalizzi di “Higher” di Rihanna, distorti in “Flux Capacitor”, all’ambient di “Evensong” di Brian Eno e Robert Fripp (due nomi che non troviamo spesso associati alle produzioni rap), scomposto in “Ezekiel’s Wheel”.

Gran parte del disco è influenzato dall’appartenenza di Jay alla Nation of Islam, il più grande movimento islamico afroamericano.

Come si può facilmente evincere dalle grafiche in arabo sulla copertina, gran parte del disco è influenzato dall’appartenenza di Jay Electronica alla Nation of Islam, il più grande movimento islamico afroamericano, che—tra inaugurazioni di moschee e addestramenti del suo esercito paramilitare, il Fruit of Islam—ha convinto numerosi neri d’America a spogliarsi del loro “nome da schiavi” e diventare figli di Allah. Le prime due tracce contengono parti di discorsi del leader della NOI, Louis Farrakhan, che sono decisamente in linea con i messaggi di religioso orgoglio afroamericano presenti in tutto il disco.

Dopo che Farrakhan afferma che i neri d’America “sono i veri figli di Israele”, Jay rappa “se viene da me e Hov consideralo Corano, se viene da chiunque altro consideralo haram [proibito]”. “Shiny Suit Theory” mette invece in parallelo il successo dei rapper con il ritorno di antiche figure mitologiche: “Nella terra prima del tempo / Una terra prima dei chierichetti, delle sinagoghe e dei santuari, l’uomo era al suo apice [...] Lascio rotolare i dadi, come ha fatto Il Padre / Devo brillare, è nel mio sangue, sono un figlio di Harlem [...] Credevo avessi detto ‘è il ritorno dei re neri / Case lussuose, cappotti in pelliccia e grosse collane’”.

Questi riferimenti rendono ancora più suggestivi il concept e l’atmosfera del disco, ma va detto che la Nation of Islam è sempre stata un’organizzazione un po' controversa. Come spiega bene il documentario Netflix Who Killed Malcolm X?, tra le altre cose si è macchiata—con l’aiuto passivo delle forze dell’ordine—dell’uccisione di Malcolm X, uno dei leader storici nella lotta per i diritti civili degli afroamericani, dopo che quest’ultimo si era allontanato dal movimento e dal suo leader di allora Elijah Muhammad.

A Written Testimony non è sicuramente il disco rap più innovativo di sempre, ma è un lavoro senza tempo: il suono, per quanto più raffinato, è lo stesso che ha sempre caratterizzato la carriera di Jay Electronica; ma si tratta pur sempre di un’idea di rap più influenzata dalle evoluzioni della società che dalle correnti discografiche. Un esempio è la serie di istantanee su alcune tragedie causate dalla politica di Stati Uniti e Israele in “Fruits of the Spirit”: “Come ha detto Vince Staples, navighiamo sull’acqua / La mia gente a Flint è ancora in un bagno di sangue / L’ICE è là fuori mentre fa a pezzi le famiglie al confine / Satana colpisce ancora la Palestina con un altro mortaio”.

Jay Electronica mischia inglese, arabo e spagnolo, cita passi del Corano e anche nel più semplice gioco di parole nasconde prese di posizione nette sulle stranezze della nostra società.

Detto questo, nessun brano suona vecchio o superato e il suo autore sembra più illuminato che mai con il suo flow a metà strada tra un cypher e una sessione di slam poetry. Anche chi mastica bene l’inglese avrà bisogno dell’aiuto di Genius per cogliere il significato profondo di ogni barra, dato che Jay Electronica mischia inglese, arabo e spagnolo, cita passi del Corano e anche nel più semplice gioco di parole nasconde prese di posizione nette sulle stranezze della nostra società. Ora che i ritmi sono momentaneamente rallentati e non ci impongono più un ascolto distratto in cuffia, vale la pena prendersi del tempo per approfondire questo pezzo di storia del rap.

Al di là delle interpretazioni, quello che è certo è che A Written Testimony è l’ennesima prova che mettere in opposizione il vecchio e il nuovo nel rap è un’operazione senza senso: ce lo conferma in questo caso la presenza di Travis Scott e, più in generale, il fatto che in un mondo di trap ci sia ancora posto per gente come Kendrick Lamar, Earl Sweatshirt e per un anziano “esordiente” come Jay Electronica.

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